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 2007  marzo 27 Martedì calendario

Miceli Nino

• (Antonino) Realmonte (Agrigento) 16 dicembre 1946. Commerciante. Per lo Stato è morto il 10 maggio 1996, da quella data ha un altro nome che non sappiamo né dobbiamo sapere (storia raccontata nel libro Io, il fu Nino Miceli, Edizioni biografiche 2006) • «C’era un volta un signore che si chiamava Antonino Miceli, detto Nino. Viveva e lavorava a Gela, città di Sicilia e di mafia, concessionario di automobili Lancia. Una carriera costruita passo dopo passo, da dipendente a titolare. Poi quel signore decise di testimoniare contro la mafia delle estorsioni, avviò una battaglia, divenne ”collaboratore di giustizia” come i pentiti, ma senza avere niente di cui pentirsi: aveva solo scelto di non sottostare al ”pizzo”, nonostante gli avvertimenti e l’autosalone bruciato, al ricatto di Cosa nostra e dei ”dissidenti” della stidda. Quel signore combatté, vinse, fece condannare 21 mafiosi a centinaia d anni di carcere, ma poi fu costretto a morire. Nel senso che oggi Nino Miceli non esiste più. Ha cambiato identità, luogo e data di nascita. Lui, la moglie, i figli. Aveva un fratello che giovanissimo s’è schiantato in un incidente stradale; non esiste e non esisterà più il ramo familiare che portava quel cognome. Il testimone Miceli vive solo nelle carte processuali e nei moduli del ministero dell’Interno che ogni tanto deve ancora riempire. Per il resto c’è un signore con le stesse sembianze che vive e lavora in una città del Nord con un altro nome. ”Ma verrà il tempo che riprenderò il mio, quello vero: ricomparirà sulla tomba”, dice con un sorriso beffardo. [...] La storia di Nino Miceli comincia nel 1990, quando i mafiosi di Gela si presentarono alla concessionaria col tipico linguaggio allusivo, fatto di mezze frasi e intenzioni intere: tu lavori, paghi e resti tranquillo, se non ti adegui sono guai. Miceli non si adeguò e i guai arrivarono con l’incendio notturno dell’autosalone. Poi i mafiosi tornarono: ”Abbiamo saputo delle brutte cose che le sono successe, e vorremmo aiutarla”. In pochi minuti arrivarono al dunque: ”Ci dia un milione al mese e abbiamo risolto tutti i problemi”. I colloqui successivi furono registrati da Miceli. In uno restò incisa la voce di Davide Emmanuello, uno dei fratelli della famiglia, che stabiliva le regole e le modalità dei pagamenti: ”Le farò venire quel ragazzo”, che puntualmente cominciò a presentarsi: ”Vengo per il mese”. Le registrazioni divennero la prova regina, insieme alla testimonianza di Nino Miceli, nei processi contro il clan che gestiva il racket a Gela: condanne da 26 anni di carcere in giù. Battaglia giudiziaria vinta, quindi. Ma se ne aggiunsero altre: perché nel frattempo la famiglia Miceli era dovuta sparire dalla Sicilia, inserita in un programma di protezione dove il testimone era equiparato ai criminali pentiti anche nel trattamento – compresi i moduli in cui si dovevano sottoscrivere accordi per ”speciali modalità di detenzione” e l’’impegno a non commettere nessun reato”, autentica beffa per un incensurato presentatosi spontaneamente ai carabinieri – e le leggi per avere i soldi necessari a ricostruirsi un’attività tardavano ad arrivare. Fu un’esplicita denuncia sul Corriere della sera di Miceli e altri commercianti taglieggiati, capeggiati da Tano Grasso, nel 1999, a smuovere le acque. Oggi, vinti tutti i ricorsi amministrativi e ammesso alla nuova vita, il fu Nino Miceli resuscitato per un giorno dice: ”La mia storia è un esempio, seppure pagato a caro prezzo, di cui sono orgoglioso e che è servita a cambiare molte cose. Io allora ero solo, ho potuto resistere grazie a Tano Grasso e a pochi altri amici e volontari della sicurezza; oggi a Gela c’è un’associazione antiracket, si può denunciare senza esiliare com’è capitato a me. Ma la mafia c’è ancora e il racket delle estorsioni pure. Intere zone d’Italia sono sottoposte alla legge del pizzo. E non è un problema solo del Sud: so che gli Emmanuello fanno affari a Milano e a Genova, e uno dei fratelli, Daniele, è ancora nell’elenco dei latitanti più pericolosi”. [...]» (Giovanni Bianconi, ”Corriere della Sera” 27/3/2007).