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 2007  marzo 27 Martedì calendario

FABIO MINI

Si stanno affannosamente cercando delle similitudini fra Iraq e Afghanistan per tentare di capire come mai le forze armate più potenti del mondo sono impotenti contro avversari disperati e arcaici. Sei anni di guerra in Afghanistan e quattro in Iraq hanno fatto crollare le aspettative e perfino le speranze iniziali. I livelli d´ambizione che contemplavano la vittoria del Bene sul Male assoluto, l´affermazione dello strapotere militare sulle cellule di terroristi sbandati e retrogradi, l´esportazione della democrazia, l´imposizione della civiltà occidentale e della legge del mercato si sono via via ridimensionati e oggi ci si accontenterebbe di un segnale qualsiasi di pseudo stabilità per salvare la faccia e far tornare tutti a casa. C´è anche il fondato sospetto che la ricerca delle similitudini non sia ispirata dalla voglia di riparare gli errori commessi o di evitare di commetterli ancora, ma sia dettata dall´incapacità di cambiare una strategia anche se si è dimostrata inefficace. Può sembrare un paradosso, ma le forze più potenti del mondo sono a corto non di uomini e di mezzi ma d´idee e di strategie e tentano di applicare un solo metodo a tutte le situazioni.
Purtroppo, questo orientamento, che sarebbe stato eretico e peregrino fino a poco tempo fa, ora può sembrare perfino giustificato. Fino al 2001 non c´era nulla che accomunasse Iraq e Afghanistan, e neppure Iran e Afghanistan o Libano e Afghanistan. C´era invece un nesso molto stretto tra Pakistan e Afghanistan. In poco più di un lustro la politica statunitense è riuscita ad ignorare questo nesso dapprima alimentando le forze politiche e d´influenza pakistane che avevano espresso il regime dei Talebani e poi alimentando quelle contrapposte. Inoltre è riuscita a creare collegamenti esplosivi tra Iraq, Iran, Medio Oriente e Asia Centrale. Si sono perciò aggiunte nuove instabilità e agli attori principali - Talebani, Iracheni, Inglesi e Statunitensi - si sono aggiunti nuovi interlocutori, come India, Cina, Russia e Iran, nel frattempo divenuti più autorevoli, potenti e pretenziosi. La saggezza e la necessità di limitare gli effetti del conflitto globale che si stava preparando (e non l´accidia) avevano limitato il coinvolgimento dell´Europa. Tuttavia grazie all´abilità inglese nell´uso del grimaldello della Nato, all´interpretazione dogmatica di un´alleanza fra "impari" (che già di per sé è un controsenso) e alla colpevole acquiescenza di alcuni paesi l´Europa si trova ora in prima linea in questioni che non capisce e nelle quali non riesce ad esprimere né interessi materiali né convenienze politiche e neppure soluzioni. L´Europa è stata assente perfino quando, dopo anni di combattimenti e caduti, lo stesso presidente Bush ha fatto cadere la maschera della guerra globale al terrore. Nel suo ultimo discorso sullo stato dell´Unione, egli ha citato tre o quattro successi conseguiti in questo campo, ma nemmeno uno di essi è collegabile alle operazioni militari in Afghanistan e Iraq. Gli unici successi sono il risultato dello sforzo congiunto delle intelligence (mai abbastanza) e delle misure di sicurezza e di polizia adottate all´interno dei singoli stati occidentali.
Per tutto questo, oggi la situazione di ogni teatro di guerra non solo presenta forti analogie con gli altri e con le aree limitrofe, ma registra il travaso da un teatro all´altro di metodi operativi, di forze, d´ideologie e di rischi. La "trappola afgana", che era già scattata in Iraq quando Al Zarkawi fece l´alleanza con Al Qaeda riciclando i suoi terroristi in mujahiddin in lotta contro gli invasori, è successivamente scattata in Afghanistan con la ripresa della coltivazione dell´oppio e delle operazioni talebane. E´ poi scattata in Libano ed ora è pronta a scattare in Iran e, soprattutto, in Pakistan.
L´immensa "trappola" sfrutta strumenti ed esperienze incrociate. Gli ordigni improvvisati che mietono vittime quotidiane sono dappertutto straordinariamente simili; le tecniche mujahiddin si estendono in Iraq e gli attachi suicidi in Afghanistan, i sequestri di persona e di giornalisti, così famosi e redditizi per le milizie irachene, si spostano in Afghanistan e Pakistan. La connessione del terrorismo con la criminalita e i traffici illeciti è diventata una rete immensa e il coinvolgimento delle forze di sicurezza e di governo nella corruzione è ormai un fatto consueto in tutti i teatri. Presto, in Afghanistan le forze armate dei paesi più civili del mondo dovranno assistere impotenti, e perfino colpevolmente indifferenti, alle esecuzioni sommarie degli squadroni della morte e alle vendette trasversali che caratterizzano tristemente il teatro iracheno. La tentazione di rispondere a tutto questo con un incremento di forza e con azioni perfino brutali che colpiscono i civili può essere grande, ma non è giustificata. In qualsiasi posto del mondo le nostre truppe non sono impiegate per essere corrotte dalle barbarie locali, ma per dare un esempio di civiltà. La frustrazione può indurre ad assecondare le brutalità o l´incapacità di esprimere nuove idee e strategie, ma così facendo il popolo afgano e quello iracheno non guadagnerebbero nulla e noi avremmo già perduto la nostra dignità, che è l´unica cosa che ci rimane. Per questo, qualsiasi iniziativa che rimetta in moto il cervello e l´anima, che proponga nuove soluzioni collettive, che rimetta assieme alleati e amici, se veramente si sentono tali, sono benvenute e doverose.