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 2007  marzo 27 Martedì calendario

LUCIO CARACCIOLO

L´Italia non vuole la guerra. Ma se la guerra vuole noi, che facciamo? Il nostro dilemma afghano è tutto qui. Una domanda cui abbiamo finora evitato di dare una risposta chiara. Giacché dovremmo sciogliere le ambiguità costitutive della nostra presenza in Afghanistan. Senza questa studiata vaghezza – i moralisti la chiameranno ipocrisia, i gesuiti restrictio mentis – semplicemente non disporremmo del consenso politico necessario a proseguire nell´intervento. Ma ogni giorno che passa lo scenario afghano tende ad infiammarsi e a bruciare gli ultimi margini dell´acrobatico compromesso che abbiamo stabilito con noi stessi e con i partner impegnati sul terreno.
La prima ambiguità, a ben vedere, è una contraddizione in termini. Soldati, cooperanti ed esperti italiani sono impegnati in una missione di pace e di ricostruzione in un contesto bellico. I circa duemila uomini schierati nelle aree di Kabul e di Herat hanno mantenuto finora il profilo più basso possibile perché non vogliono essere coinvolti nella guerra. La quale viene combattuta in prima linea da una parte dell´Alleanza atlantica - americani, canadesi, britannici e olandesi – mentre l´altra parte – in specie italiani, francesi, spagnoli e tedeschi – presidia le retrovie, ma sa di dover intervenire a soccorso degli alleati in situazioni estreme. La linea di demarcazione fra la missione Nato (Isaf) e la vera e propria guerra al terrorismo di matrice angloamericana (Enduring Freedom) è sempre più labile, se ancora esiste.
L´esperimento dei Provincial Reconstruction Teams (Prt), struttura mista militare-civile su cui si incentra la missione Isaf e su cui noi tanto insistiamo, non produce i risultati sperati. Ma come potrebbe? Si può ricostruire un paese a guerra in corso? E con i magri mezzi di cui disponiamo?
Siamo prigionieri della nostra retorica. Alla quale peraltro non intendiamo rinunciare per cogenti priorità di politica interna. Il rischio è che siano i fatti a liberarci dall´ambiguità. Se i taliban – termine ormai sfocato, che impropriamente include una varietà di formazioni armate, afghane e non – riusciranno ad allargare il fronte fino a destabilizzare le aree presidiate dai nostri uomini, dovremo scegliere: combattere o andarcene.
E qui incontriamo la seconda antinomia. Noi siamo in Afghanistan perché siamo nella Nato. Ossia, in termini pratici, perché siamo integrati nell´organizzazione di sicurezza a guida Usa, originariamente atlantica oggi con spiccata vocazione "globale". Avendo levato le tende dalla Mesopotamia, il governo italiano non reputa opportuno abbandonare l´Afghanistan. Altrimenti i già difficili rapporti con Washington potrebbero subire uno strappo. Una scelta non solo legittima, ma ragionevolmente fondata sul calcolo dei nostri interessi e dei nostri limiti. Il guaio è che non vogliamo o non possiamo trarne le conseguenze.
Infatti: a) siamo in Afghanistan perché non vogliamo rompere con gli americani; b) non vogliamo rompere con gli americani perché riteniamo che ne verrebbe pregiudicata la sicurezza e il rango stesso dell´Italia nel mondo; c) ma stare davvero con gli americani in Afghanistan significherebbe fare la guerra con loro (ossia sotto il loro comando), contro i jihadisti, taliban e non taliban, i feudatari afghani che li supportano o li usano e indirettamente contro le potenze esterne che sostengono i taliban (Pakistan); d) ciò pare impossibile perché almeno nell´attuale maggioranza, ma probabilmente ben oltre i suoi confini, manca il consenso necessario; e) partiti con l´idea di servire noi stessi servendo i nostri alleati, scopriamo dunque che gli azionisti di riferimento della Nato – americani e britannici – non apprezzano affatto il nostro servizio autolimitato perché di fatto divide l´Alleanza atlantica fra chi va al fronte e chi rifiuta di andarci. Risultato: stiamo involontariamente contribuendo a minare, insieme ai nostri alleati, l´obiettivo per il quale siamo in Afghanistan, cioè la credibilità della Nato.
Peggio, per Washington l´Afghanistan conta soprattutto nel confronto con l´Iran, che potrebbe presto tralignare in scontro. Le province occidentali afghane sono sotto l´influenza iraniana. Al punto che la sicurezza del nostro contingente a Herat è affidata alla buona disposizione di Teheran e dei suoi affiliati. Ma è proprio in questa regione, nell´area desertica di Holang, che gli americani hanno costruito una grande base militare, in funzione anti-Iran assai più che anti-taliban. Già ora viene utilizzata per operazioni coperte destinate a sobillare le etnie minoritarie, soprattutto i baluci, contro i persiani. In caso di conflitto Usa-Iran, il nostro contingente a Herat si troverebbe quindi in prima linea.
Stretti in questa tenaglia, prima o poi potremmo essere costretti a decidere. Se qualcuno pensa di fare la guerra come America comanda ha il dovere di sostenerlo. Altrimenti conviene portare i soldati a casa prima di essere costretti a farlo con la coda fra le gambe, sotto l´incalzare di un disastroso attacco nemico. Restare in Afghanistan senza partecipare allo scontro potrebbe presto rivelarsi un equilibrismo troppo azzardato. Giova ricordare che in guerra si può stare ovunque, salvo fra due fuochi.
Lo iato fra retorica e prassi, fra intenzioni e mezzi, fra volontà politica e consenso democratico non riguarda solo né principalmente noi. Tocca tutti gli alleati e in primo luogo gli Stati Uniti. Oggi gli americani stanno combattendo in Iraq e in Afghanistan la guerra che i terroristi volevano combattessero. Una guerra apparentemente infinita. Stanno minando, armi in pugno, le basi della loro potenza. Non c´è bisogno di una speciale expertise afghana per rendersi conto che la stabilizzazione – lasciamo stare la democratizzazione – di un paese segnato dagli interessi dei signori della guerra e dell´oppio, dai conflitti fra città e campagna, fra culture eterogenee quando non ostili, quasi del tutto privo del capitale umano (due afghani su tre sono analfabeti) necessario allo sviluppo di una società moderna e la cui unica economia è la droga, è impresa quasi sovrumana. Comunque non da Prt.
Non a caso quando nel 2002 si trattò di inventare una nuova classe dirigente, Washington attinse largamente ai Beirut boys (ex studenti afghani dell´università americana in Libano) e ad altri esuli afghani con un lungo curriculum americano (tra cui lo stesso Karzai) o comunque estero, che non raccoglievano né raccolgono oggi il consenso dei principali gruppi locali, a cominciare dai pashtun. Un approccio neocoloniale, ignorante dei costumi, delle diversità locali e quindi inefficiente. Con qualche punta di arroganza, che ha alienato molti afghani, persino a Kabul.
Se le nostre ambiguità minacciano di minare i nostri interessi, per Bush il quadro afghano è ben più fosco. Nel dicembre 2001 proclamava la vittoria sui taliban, oggi deve combatterli in condizioni assai più sfavorevoli. Ma ammettere la sconfitta in Afghanistan equivarrebbe per lui alla dichiarazione di resa nella guerra al terrorismo. Impossibile.
A illustrare lo smarrimento di Washington, valga un esempio kafkiano. Nella più recente (aprile 2006) lista delle "organizzazioni terroristiche straniere" pubblicata annualmente dal Dipartimento di Stato mancano i taliban. Tra le righe, parlando d´altro, si accenna anzi al "collasso dei taliban". Per la burocrazia di Condoleezza Rice, evidentemente, ammettere che i taliban esistono in quanto organizzazione significa confessare che la campagna del 2001 non è stata vinta. Ma se i taliban non sono più degni di menzione o non sono più terroristi, contro chi stanno combattendo gli americani in Afghanistan? Contro chi dovremmo combattere noi?