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 2007  marzo 27 Martedì calendario

Le immagini di Tora Bora riaffiorano puntuali, nella memoria di chi ha assistito a quella battaglia, ogni volta che ci si interroga sul come andrà a finire in Afghanistan

Le immagini di Tora Bora riaffiorano puntuali, nella memoria di chi ha assistito a quella battaglia, ogni volta che ci si interroga sul come andrà a finire in Afghanistan. Bisogna anzitutto precisare che tipo di battaglia è stata. Da un lato c´erano i B52, le fortezze volanti della guerra americana in Viet Nam. Dall´altro le Montagne Bianche della catena dell´Hindo Kush, le cui vette, molte delle quali inviolate, raggiungono i cinque-seimila metri. Fu un titanico scontro tra la tecnologia e la natura. La prima, la tecnologia, scatenava tutta la sua potenza. La roccia si frantumava. Miriadi di macigni schizzavano dalle pareti. Nubi lampeggianti scaturivano dai crateri aperti dalle bombe. La fantascienza era realtà. Ma alla fine, quando ritornava la quiete e la nebbia sollevata dalle esplosioni diradava, la natura risultava appena scalfita. Non si vedevano neppure le ferite in superficie. Da lontano, da dove noi eravamo, la neve non appariva neanche spettinata. I B52 sganciavano tonnellate di esplosivo sui ghiacciai sperando di raggiungere Osama bin Laden, il suo vice Ayman al-Zawahiri, e forse anche il Mullah Omar, che, con i fedelissimi di Al Qaeda e un imprecisato numero di taliban, erano nascosti sotto le montagne, in caverne e tunnel scavati ai tempi dell´occupazione sovietica dalla resistenza afghana. I campioni dell´integralismo islamico fuggivano inseguiti dall´aviazione degli Stati Uniti, che vent´anni prima li avevano finanziati, attraverso la Cia, affinché combattessero l´Urss. Di quei corridoi sotterranei si parlava nella non lontana Jalalabad con accenti mitici, da leggenda. Per cui uno dubitava che esistessero sul serio. Nessuno ne aveva la mappa e quindi nessuno poteva acciuffare chi, seguendo un misterioso tracciato nel ventre dell´Hindo Kush, era diretto verso i rifugi sicuri dell´Area tribale del vicino Pakistan, dove nessuno è mai riuscito a imporre una legge non dettata dai capi dei clan locali. Spesso trafficanti d´armi e di droga. Era l´inverno del 2001 ed era appena cominciata l´operazione Enduring freedom, lanciata alle sue origini non tanto per promuovere la democrazia, quanto per catturare e punire i terroristi ritenuti colpevoli dell´attentato dell´11 settembre, alle Due Torri. L´amico Alberto Stabile seguiva per Repubblica, da giorni, i bombardamenti sull´Hindo Kush, e approfittando del suo Land Rover, mi arrampicai a Tora Bora. Le radici semantiche delle due parole, Tora Bora, sono religiose; alla lettera significano Polvere Scura; e indicano una zona affacciata, come una terrazza, sulla spettacolare catena montagnosa, che aggaciandosi al Karakorum e poi all´Himalaya, divide il subcontinente meridionale dal resto dell´Asia. Cosi, da quel tetto del mondo, ho assistito alla battaglia senz´altro perduta dal generale Tommy R. Franks, responsabile operativo in Afghanistan. Il comandante americano non riuscì infatti a catturare Osama bin Laden e i suoi amici. Non solo perché erano nascosti nelle viscere dell´Hindo Kush, ma perché le milizie afghane assoldate per inseguirli nel labirinto dei tunnel ingannarono gli americani. Per solidarietà o per denaro favorirono Al Qaeda e i taliban. Li lasciarono scappare. Il generale Franks commise un errore. Non doveva fidarsi. Doveva mandare i suoi marines. Tanti stranieri sono stati sconfitti in Afghanistan dalla natura, dalla vastità del territorio, e dalle impreviste complicità tra le tribù e tra i gruppi etnici autoctoni, in aperta ed eterna tenzone ma occasionalmente uniti dalla comune avversità nei confronti degli estranei. Queste insidie si sono abbattute per secoli su tutti coloro che si sono contesi via via il paese: achemenidi e macedoni, moghul e safavidi, inglesi e russi, sovietici e americani. Quando centomila soldati dell´Armata Rossa, nei primi anni Ottanta, l´occupavano, tentando invano di controllarlo, sono entrato più volte in Afghanistan, via terra da Peschawar, attraverso il Khyber Pass, o via aerea, da Islamabad o da Nuova Delhi, con un fragile apparecchio che sfiorava le vette innevate dell´Hindo Kush. Dopo un´iniziale tolleranza i giornalisti non erano più graditi, e allora mi spacciavo per un amatore di Gandhara. Dicevo che volevo visitare il museo di Darulaman, vicino a Kabul, dove re Amanullah, nel 1923, avrebbe voluto far nascere una capitale più moderna. L´Afghanistan è una miniera di quell´arte fiorita tra il I e IV secolo, grazie alla fusione della scultura greca orientale e di quella del Nord dell´India. La mia candida menzogna funzionò a lungo, anche se il museo di Darulaman era vuoto e il suo patrimonio d´arte Gandhara, costituito da preziose statuette greco-buddiste, era chiuso in casse sigillate. Spero che nella loro furia iconoclasta, quando erano al potere, i taliban non abbiano distrutto quel tesoro, come hanno fatto con tante altre opere d´arte della stessa epoca. Le mie guide erano il più delle volte pashtun (o pathans come li chiamano spesso in Pakistan). Allora erano senza barba. Se la tagliavano per non essere sospettati di appartenere alla resistenza, in buona parte di schietto stampo islamico. La polizia del regime comunista era sbrigativa e teneva d´occhio l´aspetto fisico della gente. A me piacevano come compagni di viaggio. Li avevo già incontrati nei libri di Rudyard Kipling, di Joseph Kessel, di E. M. Forster. Erano proprio espansivi, coraggiosi, spesso fanfaroni, non sempre affidabili, come li descrivono Kipling, Kessel, Forster. E spesso ferventi musulmani. Erano dominanti nella corrente Khalq (il Popolo) in cui si raccoglievano i comunisti nazionalisti. Più nazionalisti dei comunisti della corrente Parsham (la Bandiera). Khalq e Parsham erano i nomi dei rispettivi giornali e delle fazioni alleate contro la resistenza antisovietica, ma al tempo stesso concorrenti, o addirittura avversarie, al punto da massacrarsi puntualmente nella lotta per il potere. Le rivalità tribali o etniche (nel Parsham c´erano molti tagiki) prevalevano sul resto. Gli invasori sovietici, arrivati col pretesto di separarli, non erano amati né dagli uni né dagli altri. Anche se il regime sopravviveva grazie all´Armata Rossa, erano visti come degli intrusi. Una generazione dopo i giovani pashtun diventati taliban («studenti», ma soprattutto strumenti armati di un fanatismo integralista) erano orgogliosi di essere i figli di coloro che avevano cacciato i sovietici. E se insieme ad Al Qaeda i loro padri avevano fatto crollare la superpotenza comunista, come ripetevano Osama bin Laden e il Mullah Omar, loro, i figli, avrebbero sconfitto anche la superpotenza sopravissuta. Quella americana. Nell´inverno del 2001, mentre a Tora Bora i B52 americani inseguivano invano Osama bin Laden e i suoi amici nascosti nel labirinto dell´Hindo Kush, il 27 novembre si riuniva a Bonn, sotto gli auspici delle Nazioni Unite, una conferenza internazionale con l´obiettivo di ridisegnare l´Afghanistan sul piano politico e istituzionale. Nei quattro anni successivi le tappe previste a Bonn sono state formalmente raggiunte. Da pura caccia ai terroristi complici dell´attentato dell´11 settembre, Enduring Freedom è diventata un´operazione molto più articolata. In Afghanistan ci sono state delle elezioni. C´è adesso un Parlamento, dal quale è scaturito un governo. E´ impossibile negare che sia stato promosso un processo di democratizzazione. Sul successo del quale pesano numerose incognite. La battaglia di Tora Bora, durante la quale Al Qaeda e i taliban sfuggirono ai B52, le ha stampate nella nostra memoria.