Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  marzo 27 Martedì calendario

GIANNI MURA

ROMA - Già quella "mano de Dios" nel titolo ci fa capire che il film di Marco Risi non privilegia il punto di vista italiano, anzi. Napoli è un fondale che regala il sole nel primo giorno di Diego, quando palleggia da solo in mezzo al prato del San Paolo gremito. Il resto è buio: la camorra, la droga, il sesso a pagamento, la pioggia livida su Maradona che vuole andarsene e Ferlaino che non lo lascia andare. Dei due scudetti, della coppa Uefa, dei mondiali ´90 c´è poco o nulla. Cosa che, certamente, non farà piacere ai tanti tifosi napoletani che hanno ancora nel cuore e nella memoria le imprese di Maradona. Ma va detto subito che non era (e non sarà) facile fare un film su Maradona: troppe cose in una vita calcistica finita praticamente a 34 anni, con la squalifica per efedrina ai mondiali Usa, e una vita sregolata da ex campione che tra alti e bassi continua e rotola come la botte di Attilio Regolo, ma dentro alla botte c´è Maradona e i chiodi li ha messi lui.
Dura 113 minuti il film di Risi, e da qualche parte si doveva pur tagliare. evidente che al regista Maradona sta simpatico. La scritta di chiusura informa che Diego ora sta bene, ha risolto i suoi problemi di droga e di peso e non ha perso la voglia di battersi per le cause che ritiene giuste. Speriamo, anche se è dell´altroieri una notizia che lo vuole diretto in Svizzera (lo annuncia il suo medico personale, Alfredo Cahe) per eliminare un sovrappreso di 3,6 chili e "per allontanarsi dai suoi amici e da chi gli sta intorno". Più vera la seconda della prima, a occhio. Quattro chili scarsi di ciccia non giustificano uno spostamento dall´Argentina alla Svizzera. Gli amici, quasi sempre interessati, sono uno dei veri problemi, invece. Dopo l´intervento chirurgico (bypass gastrico) sembra che Maradona non sniffi più dosi massicce di coca, ma il pericolo è dato dal fumo, dal cibo, dalla ritenzione idrica. Al Maradona che sfiorava i 130 chili, un pupazzone irriconoscibile da chi aveva spasimato per l´esile giocoliere, Risi dedica poche inquadrature, all´inizio e alla fine del film (cui non giova l´abuso di flashback). Il calciatore, l´incantatore di folle, il campione lo vediamo nei filmati di repertorio: con la maglia del Barcellona (entrataccia di Goicoechea sulla caviglia inclusa) , del Napoli e soprattutto dell´Argentina. Anche se scorrono velocissimi, molti dei suoi gol danno ancora emozione, non solo quello degli 11 tocchi all´Inghilterra, ai mondiali dell´86.
Non è il lato calcistico quello che Risi privilegia. Ne deriva un film non brutto ma sbilenco (lo sarebbe stato comunque). Nove settimane di riprese a Buenos Aires, una a Napoli. Quasi tutti argentini gli interpreti, a parte il Maradona adulto (un bravissimo Marco Leonardi) e Pietro Taricone in una particina che non lascia il segno. Argentini e scelti bene, con aderenza fisica e psicologica al personaggio. Julieta Diaz è Claudia Villafanes, moglie di Diego (ex moglie, attualmente), Norma Argentina e Roly Serrano sono Tota e Chitoro, i genitori di Diego, massicci, segnati dalla povertà anche quando diventano ricchi grazie al figlio calciatore.
Tra le scene più belle del film l´addio della numerosa famiglia Maradona alla baracca di Fiorito, per traslocare in una casa vera, con elettricità e acqua corrente. Più belle e più vere, perché talvolta, più che nel mélo, il film sconfina nel fotoromanzo (esempio: l´iniziazione del giovane Maradona alla cocaina, in una discoteca di Barcellona) o nell´ingenuità: simpatico e bravo Gonzalo Alarcon che interpreta Diego bambino, ma nella ricostruzione delle partitelle sono gli avversari a ritrarsi, non Dieguito a dribblarli. E non occorre aver giocato in serie A per accorgersene. Più in là, non è approfondito il rapporto di Maradona coi suoi compagni di squadra, né coi suoi tecnici (a parte una breve apparizione del ct Basile). Non è approfondito perché ritenuto (forse a torto) secondario.
Quello che Risi privilegia è il legame tra Diego e Claudia, che fiorisce e si sfilaccia tra giuramenti d´eterno amore e tradimenti quasi quotidiani (sempre da parte di lui), tra i picchi di esaltazione-depressione dovuti alla droga. La figura di Claudia (moglie, madre, infermiera, troppi ruoli per reggerli tutti) risulta alla fine la più centrata. Maradona è l´angelo caduto, e più d´una volta, capace di tornare a volare e poi di ricadere. Uno rimasto povero anche coi miliardi, rimasto bambino anche a 40 anni, rimasto solo anche in mezzo a un esercito di gente che giurava di volergli bene (e la storia, nella realtà, non è finita). Uno che poteva far parte di "Ragazzi fuori". Uno che ha fatto male solo a se stesso (è una frase di Maradona, nel film, ma non è del tutto vera). Uno che ha regalato allegria prendendo a calci un pallone, finché ha potuto farlo. E poi ha preso a calci la sua vita, la sua leggenda, ammaccandola un po´, o tanto. Ma quella grazia irriverente, quelle traiettorie impossibili, quella felicità e facilità del gesto, tutto quello che vogliamo ricordare rimane intatto.