Guido Ruotolo, 27/3/2007, 27 marzo 2007
In queste ore di polemiche sulla presenza italiana in Afghanistan, alla vigilia del voto del Senato sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, le questioni delle regole d’ingaggio e dei caveat diventano grimaldelli per forzare la polemica in una direzione o nell’altra
In queste ore di polemiche sulla presenza italiana in Afghanistan, alla vigilia del voto del Senato sul rifinanziamento delle missioni militari all’estero, le questioni delle regole d’ingaggio e dei caveat diventano grimaldelli per forzare la polemica in una direzione o nell’altra. Ma cosa sono, chi le stabilisce e chi può modificarle? Definizione di regole d’ingaggio secondo il Dipartimento della Difesa Usa: «Direttive diramate dalle competenti autorità militari, che specificano le circostanze e i limiti entro cui le forze possono iniziare o continuare il combattimento con quelle contrapposte». Nel caso dell’Afghanistan è stata la Nato a stabilirle all’unanimità, nel 2003 (governo Berlusconi). E questo per consentire ai rispettivi contingenti militari (adesso sono 37 i Paesi coinvolti) che operano sul campo, e che fanno parte della missione Isaf (Forza internazionale di assistenza e sicurezza), di uniformare i propri comportamenti qualora si presenti la necessità di reagire a situazioni operative improvvise ed urgenti che non consentano una consultazione con i livelli superiori. L’opposizione, però, solleva il problema che l’Afghanistan del 2003, quando le regole furono definite, era diverso rispetto alla situazione attuale. E che oggi il problema è diventato il diritto alla difesa dei partecipanti alla missione umanitaria, messa in discussione dall’offensiva dei Talebani (che rispetto al 2003 si sono riorganizzati). Naturalmente, di fronte a un attacco improvviso vale sempre il diritto all’autodifesa: la regola generale è che l’uso della forza deve essere minimo e proporzionale, per quanto attiene ai tempi, intensità e tipologia, in relazione al compito assegnato. Dunque, non le regole d’ingaggio ma i caveat devono essere modificati, secondo l’opposizione (spesso confondendoli con le regole d’ingaggio). I caveat, infatti, sono le limitazioni geografiche e operative ai propri contingenti militari. Ogni nazione, che rimane sempre titolare delle proprie forze, può stabilire ulteriori regole al «ribasso» rispetto a quelle generali definite in sede Nato. Nel 2003, gli europei (ad esclusione degli inglesi) definirono i caveat che riguardavano l’assistenza e la sicurezza nelle proprie aree di competenza, stabilendo appunto di non «sconfinare». Al vertice di Riga del novembre scorso, l’Alleanza atlantica ha stabilito che, nel caso di una richiesta motivata, il governo debba rispondere entro 72 ore alla richiesta di «sconfinare» dal proprio territorio di competenza. Se però si presenta un’emergenza che mette a rischio la vita di altri militari della coalizione, decide il comandante sul campo senza le consultazioni con l’esecutivo. L’opposizione chiede adesso che l’Italia ridefinisca il proprio caveat stabilendo di poter «sconfinare» dalla regione di Herat (e da quella di Kabul) per partecipare all’offensiva «Achille» nella provincia sud, quella di Helmand. Questo scenario porta l’opposizione a chiedere di dotare i nostri militari «di armi di difesa attiva». Al vertice di Riga del novembre scorso, la Nato chiese ai Paesi membri più uomini, più mezzi aerei e condivisione nella operazione «Achille». Americani e inglesi hanno garantito maggiori truppe, la Germania sei caccia Amx, l’Italia un C130 e due predator. Adesso, da Herat, il generale Antonio Satta chiede anche elicotteri. Preoccupa la «turbolenza» della provincia di Farah. Lì, ai confini con la provincia di Helmand, Italia e Spagna stanno già facendo un’operazione di prevenzione alle infiltrazioni dei talebani in fuga dal teatro di guerra.