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 2007  marzo 27 Martedì calendario

ROMA – C’era un volta un signore che si chiamava Antonino Miceli, detto Nino. Viveva e lavorava a Gela, città di Sicilia e di mafia, concessionario di automobili Lancia

ROMA – C’era un volta un signore che si chiamava Antonino Miceli, detto Nino. Viveva e lavorava a Gela, città di Sicilia e di mafia, concessionario di automobili Lancia. Una carriera costruita passo dopo passo, da dipendente a titolare. Poi quel signore decise di testimoniare contro la mafia delle estorsioni, avviò una battaglia, divenne «collaboratore di giustizia» come i pentiti, ma senza avere niente di cui pentirsi: aveva solo scelto di non sottostare al «pizzo», nonostante gli avvertimenti e l’autosalone bruciato, al ricatto di Cosa nostra e dei «dissidenti» della stidda. Quel signore combatté, vinse, fece condannare 21 mafiosi a centinaia d anni di carcere, ma poi fu costretto a morire. Nel senso che oggi Nino Miceli non esiste più. Ha cambiato identità, luogo e data di nascita. Lui, la moglie, i figli. Aveva un fratello che giovanissimo s’è schiantato in un incidente stradale; non esiste e non esisterà più il ramo familiare che portava quel cognome. Il testimone Miceli vive solo nelle carte processuali e nei moduli del ministero dell’Interno che ogni tanto deve ancora riempire. Per il resto c’è un signore con le stesse sembianze che vive e lavora in una città del Nord con un altro nome. «Ma verrà il tempo che riprenderò il mio, quello vero: ricomparirà sulla tomba», dice con un sorriso beffardo. In attesa della morte biologica quel signore già morto all’anagrafe resusciterà oggi, per un giorno, per parlare di un libro e lanciare un appello. Il libro è il racconto della sua storia e s’intitola, appunto «Io, il fu Nino Miceli. Storia di una ribellione al pizzo», Edizioni Biografiche; sarà presentato oggi a Roma con il viceministro dell’Interno Marco Minniti, il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, il leader delle associazioni antiracket Tano Grasso, il dirigente di polizia Angelo Lo Scalzo. L’appello è piuttosto semplice: «Per favore, continuate a parlare e a occuparvi di mafia. Lo dico al governo e al mondo dell’informazione: ci sono quattro regioni d’Italia, un terzo del Paese, che vivono sotto un ricatto mafioso che strozza l’economia e la libertà d’impresa. La mia storia è la dimostrazione che ribellarsi al "pizzo" si può, e alla fine conviene. Oggi tra l’altro c’è una legge che rende tutto più facile, grazie anche alla nostra esperienza. Ma c’è bisogno che le vittime lo sappiano, e che si sentano appoggiati e accompagnati dallo Stato». La storia di Nino Miceli comincia nel 1990, quando i mafiosi di Gela si presentarono alla concessionaria col tipico linguaggio allusivo, fatto di mezze frasi e intenzioni intere: tu lavori, paghi e resti tranquillo, se non ti adegui sono guai. Miceli non si adeguò e i guai arrivarono con l’incendio notturno dell’autosalone. Poi i mafiosi tornarono: «Abbiamo saputo delle brutte cose che le sono successe, e vorremmo aiutarla». In pochi minuti arrivarono al dunque: «Ci dia un milione al mese e abbiamo risolto tutti i problemi». I colloqui successivi furono registrati da Miceli. In uno restò incisa la voce di Davide Emmanuello, uno dei fratelli della famiglia, che stabiliva le regole e le modalità dei pagamenti: «Le farò venire quel ragazzo», che puntualmente cominciò a presentarsi: «Vengo per il mese». Le registrazioni divennero la prova regina, insieme alla testimonianza di Nino Miceli, nei processi contro il clan che gestiva il racket a Gela: condanne da 26 anni di carcere in giù. Battaglia giudiziaria vinta, quindi. Ma se ne aggiunsero altre: perché nel frattempo la famiglia Miceli era dovuta sparire dalla Sicilia, inserita in un programma di protezione dove il testimone era equiparato ai criminali pentiti anche nel trattamento – compresi i moduli in cui si dovevano sottoscrivere accordi per «speciali modalità di detenzione» e l’«impegno a non commettere nessun reato», autentica beffa per un incensurato presentatosi spontaneamente ai carabinieri – e le leggi per avere i soldi necessari a ricostruirsi un’attività tardavano ad arrivare. Fu un’esplicita denuncia sul Corriere della sera di Miceli e altri commercianti taglieggiati, capeggiati da Tano Grasso, nel 1999, a smuovere le acque. Oggi, vinti tutti i ricorsi amministrativi e ammesso alla nuova vita, il fu Nino Miceli resuscitato per un giorno dice: «La mia storia è un esempio, seppure pagato a caro prezzo, di cui sono orgoglioso e che è servita a cambiare molte cose. Io allora ero solo, ho potuto resistere grazie a Tano Grasso e a pochi altri amici e volontari della sicurezza; oggi a Gela c’è un’associazione antiracket, si può denunciare senza esiliare com’è capitato a me. Ma la mafia c’è ancora e il racket delle estorsioni pure. Intere zone d’Italia sono sottoposte alla legge del pizzo. E non è un problema solo del Sud: so che gli Emmanuello fanno affari a Milano e a Genova, e uno dei fratelli, Daniele, è ancora nell’elenco dei latitanti più pericolosi». Se a Gela le cose sono migliorate, è l’aria che si respira nel Paese che non piace all’uomo resuscitato per un giorno: «Nel precedente governo c’era un ministro che diceva che con la mafia bisognava convivere; oggi non più, ma pure gli attuali non mi sembra che abbiano la lotta alle cosche tra i primi pensieri. E i mezzi d’informazione sono invasi da Vallettopoli, di mafia e pizzo parlano poco o niente, mentre ce ne sarebbe tanto bisogno. Ecco perché io, il fu Nino Miceli, ho voluto raccontare la mia storia».