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 2007  marzo 26 Lunedì calendario

TANASSI

TANASSI Mario Ururi (Campobasso) 24 dicembre 1916, Roma 5 maggio 2007. Politico. Ex segretario del Partito Socialdemocratico, ministro dell’Industria, Commercio e artigianato nel Rumor I (68-69), della Difesa nel Rumor III (70), Colombo I (70-72), Rumor IV (73-74), delle Finanze nel Rumor V (74). Nel 79 fu condannato dall’Alta Corte a due anni e quattro mesi e alla decadenza del mandato parlamentare per lo scandalo Lockeed (industria statunitense produttrice di aeroplani da guerra che pagava tangenti in cambio di commesse) • «[...] se n’erano quasi completamente perse le tracce. La memoria inciampa davanti all’aspetto fisico, all’accento, alla carriera. Eppure pochi altri personaggi sono rimasti come lui inchiodati all’evento che pose fine alla sua vicenda. Uno scandalo, una storia che riempì i giornali e le aule del Parlamento per poi imprimersi nel ricordo esclusivo di una condanna, di una sentenza. Due anni e quattro mesi, inflitta dal massimo grado della giustizia, la Corte costituzionale. Ma poi. Ma ora: era davvero Tanassi quel compiuto e definitivo esemplare di politico ignorante e corrotto cresciuto quasi per caso in un mondo di galantuomini e mammolette? Il primo ministro della storia repubblicana a finire in carcere. ”Lo statista di Ururi”, come lo sbertucciava Fortebraccio sull’Unità, ”dalla fronte inutilmente ampia”. Quante ne ha viste l’Italia dai tempi dello scandalo Lockheed! Acquisto di aerei Hercules (da guerra) in cambio di cospicue mazzette. Era il 1976: e se a trent’anni e rotti di distanza ci si rigira in mano quel grigiastro opuscolo, ”Dove sono finiti i dollari della Lockheed”, più che dall’allettante titolo e dalle vane argomentazioni di quell’autografa autodifesa, si resta colpiti da una certa famigliare somiglianza con tante vicende del passato prossimo e anche del presente. Non per rincorrere a tutti i costi l’originalità o per indulgere a un pietistico revisionismo, ma forse solo di fronte alla morte di un acclarato colpevole si riesce a comprendere che il potere è tale anche perché tiene legati in un nodo inestricabile nobili idealità e misero cabotaggio, personaggi illustri e volonterosi mestieranti. Ed è proprio la storia a insegnare che le distinzioni non sono mai così nette. Certo Mario Tanassi ha fatto molti errori. Conquistò incarichi decisamente sproporzionati rispetto alla sua statura politica. Fu tre volte ministro della Difesa, tra il 1972 e il 1973 anche vicepresidente del Consiglio, e quindi titolare delle Finanze. Credette all’unificazione socialista (1966), ma poi la mandò subito a monte – non da solo, per la verità – per interessi di partito, di bottega, di clan. Quello suo era conosciuto come ”la banda del buco”. Si fece faticosamente largo all’ombra di Saragat, fino a raggiungere il posto di comando della scolorita e clientelare socialdemocrazia italiana; però quando l’ex presidente della Repubblica pretese di riassumere la guida del Psdi, sfidando l’ira sdegnata del Grande Vecchio, lo mise drammaticamente da parte. Meritandosi l’appellativo goethiano di ”homunculus”. Fu politico risoluto e manovriero. A suo modo, un combattente. Si alleò strettamente con i dorotei di Rumor, ma fece anche cadere a sorpresa un governo di centrosinistra. Lasciò i servizi segreti in balia delle loro gravi e probabilmente sanguinose deviazioni. Nel suo partito tirò su una classe dirigente che, almeno sulla base delle disavventure occorse ai suoi successori, da Longo a Nicolazzi, si può come minimo ritenere sfortunata. Né ebbe mai buona stampa, tantomeno quel che oggi si definisce un bel look o una smagliante immagine. In tv parlava difficile, allargava le braccia a dismisura. Ma se Tanassi fu il primo a pagare in quel modo, se a un certo punto venne accompagnato e poi abbandonato al suo triste destino, è perché era il classico anello debole della catena, la vittima perfetta. La sua fine serviva a tutti. Anzi, alla metà dei turbinosi anni Settanta, quel suo personale sacrificio fu utile a superare una impasse e a ricostruire una parvenza di equilibrio in nome della pur necessaria moralizzazione. Detta in modo più antico e brutale: mors tua, vita mea. Per cui di fronte all’avanzata del Pci, con qualche ragionevolezza si può ipotizzare che la Dc, che con Tanassi aveva condiviso su più vasta scala le inconfessabili magagne, compresa quella della Lockheed, ecco, nel pieno della sinistra lotteria su chi fosse l´Antelope Kobbler, molto semplicemente gli scaltri democristiani lo diedero in pasto all’opinione pubblica. E non per caso Un ministro al macello (Guanda, 1983) s’intitola il romanzo a chiave che su quella vicenda scrisse un altro politico e romanziere socialdemocratico, Luigi Preti, con lo pseudonimo di Ludwig. Ai socialisti di De Martino, che con il Psdi avevano vecchi conti da regolare, non parve vero. I missini esultarono. Mentre i comunisti non potevano realisticamente ottenere di più: dopo tutto erano gli anni del compromesso storico. Inoltre, per quanto inconsistente fosse la sua linea politica sul piano nazionale, Tanassi aveva fatto di tutto per presentarsi come l’uomo degli americani, ”Tanassinger” (da Kissinger), alfiere dell’oltranzismo atlantico, segretario del ”Psda” (Partito social democratico amerikano). Che lo scandalo arrivasse da oltreoceano, oltretutto, era una specie di garanzia, o di salvacondotto. Si fece sei mesi a Rebibbia: ”Ero amico di tutti, mi invitavano a prendere il caffè”. Poi ottenne l’affidamento ai servizi sociali. Rispetto a tanti altri emeriti ex carcerati è vissuto a lungo chiuso in un dignitoso riserbo. Quanto al giudizio, più che sull’uomo politico, mai come nel caso di Tanassi vale quello sul potere. L’eterna sua dannazione, di che lacrime gronda e di che sangue» • «In anni nei quali la pedofilia esisteva di sicuro, ma non era pane quotidiano nell’informazione, per scrollarsi di dosso l’accusa di aver intascato una delle tangenti più famose della storia repubblicana ricorse a un paragone estremo: ”Di questo passo, e con questi mezzi, si può accusare il Papa di stuprare le bambine sul lungomare”. Succedeva ben prima di Tangentopoli, quando i partiti vecchio stampo esistevano ancora. E proprio la parabola discendente sua e del suo coimputato democristiano, Luigi Gui, coincise con l’inizio della crisi dei partiti della Prima Repubblica. Si definiva ”il capro espiatorio” dello scandalo Lockheed, il socialdemocratico Mario Tanassi. Probabilmente lo fu pure, e non perché fosse immacolato. Soltanto perché risultò uno dei pochissimi a pagare. Riconosciuto il primo marzo 1979 colpevole di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, fu condannato dai membri della Corte costituzionale a due anni e quattro mesi di reclusione, 400 mila lire di multa e l’interdizione dai pubblici uffici per due anni, sei mesi e venti giorni. Giudici così importanti, ma inappellabili, li ebbe perché era da ministro della Difesa, in anni precedenti, che aveva agevolato la compagnia americana Lockheed a vendere all’Aeronautica italiana i suoi C-130 Hercules, quadrimotori a turboelica capaci di trasportare, a seconda dei casi, soldati, barelle, mezzi di artiglieria, autocisterne. Nel 1969, quando uno dei più celebri imbrogli semiplanetari era in gestazione, l’avvocato Roger Bixby Smith, consulente legale della Lockheed, aveva scritto a un dirigente dell’azienda che per vendere bene in Italia bisognava sborsare fino a ”120 mila dollari per aeroplano”. A che titolo? ”Per regalie”. Il progetto era all’inizio, le cifre subirono modifiche. Comunque lo scandalo su uomini di governo influenzati dal danaro esplose oltre che nel nostro Paese anche in Olanda, Giappone, Germania federale, Turchia, Canada, Messico, Honduras, Colombia. Gui venne assolto. Tanassi, di una forza politica più piccola, no. E la sua fine ci ricorda una delle anomalie italiane. Prima di diventare co-segretario del Partito socialista unificato, ministro dell’Industria e della Difesa e vicepresidente del Consiglio, Tanassi era stato uno dei socialisti che nel 1947 avevano partecipato alla scissione di Palazzo Barberini. Una divisione tra socialisti che diede vita al Psdi ed ebbe ragione nel rifiutare l’influenza sovietica sulla sinistra. Ma che troppe volte si autocondannò a una politica maneggiona che offuscò quella ragione» (Maurizio Caprara, ”Corriere della Sera” 6/5/2007) • «In una sua memorabile autobiografia ha scolpito: ”Nel 1936, quando abitavo a Ururi, avevo vent’anni e facevo propaganda socialista tra i paesani, fui costretto dal fascismo a impiegarmi”» (Guido Quaranta). Ha scritto di lui Fortebraccio (Mario Melloni, 25 novembre 1902-29 giugno 1989): «Notoriamente non pensa», «Ha una fronte inutilmente spaziosa», «Tace perché, essendo riuscito ad avere un’idea, ha paura che gli scappi», «Tanassi ministro dimostra che nessuno, per mal ridotto che sia, è autorizzato a disperare», «Ha una forza d’animo eccezionale: sa di essere Tanassi e riesce ancora a sorridere».