Varie, 26 marzo 2007
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Burger Adolf
• Großlomnitz (Slovacchia) 12 agosto 1917 • «[...] si è comprato la vita, pagandola con soldi falsi. Eppure non era un falsario, né un criminale. Era solo un ebreo slovacco di Bratislava, dove faceva lo stampatore. Il mestiere che lo ha salvato. Mentre milioni di altri, compresa sua moglie Gisela, venivano sterminati nei lager nazisti: “Sono stato fortunato, è successo un miracolo”. Accadde verso la fine della guerra, nella primavera 1944. Alla disperata ricerca di contromosse, Goebbels e alcuni gerarchi nazisti provarono ancora una volta a destabilizzare il sistema finanziario internazionale, facendo stampare banconote false, milioni di dollari e sterline, con cui inondare Europa e Stati Uniti. Nacque così l’“Impresa Bernhard”, da Bernhard Krueger, l’ufficiale delle SS, capo del Dipartimento del Reich contro le frodi valutarie, che la mise a punto e la guidò. Centoquarantadue prigionieri ebrei vennero tirati fuori in gran segreto dai campi di concentramento di mezza Europa e trasferiti in una zona riservata di Sachsenhausen, il lager alla periferia di Berlino dove venne montata la zecca clandestina: tipografi, stampatori, rilegatori, impiegati di banca, grafici, compositori, perfino pittori, tutti “Papierfachleute”, specialisti della carta, secondo gli ordini di Krueger. Avrebbero stampato 134 milioni di pound; con i dollari si sarebbero fermati a poche migliaia, prima che l’arrivo degli Alleati mettesse la parola fine. Adolf Burger è l’unico sopravvissuto dell’“Unternehmen Bernhard” del quale si ha notizia. [...] Da quando il film Die Fälscher, presentato al [...] Festival di Berlino, ha raccontato la sua incredibile storia, Burger non ha più un attimo di pace. Interviste a giornali, apparizioni televisive, testimonianze nelle scuole. [...] “Senza documenti, senza le prove nessuno può capire. Fino al 1972 non avevo nulla, poi mi sono accorto che c’era un preciso tentativo di negare Auschwitz e l’Olocausto. E allora, mi sono messo a cercare in mezza Europa, per dimostrare ciò che ho visto e vissuto”. Ad Auschwitz-Birkenau, Burger arrivò nel settembre 1942. L’avevano arrestato qualche settimana prima a Bratislava, dov’era già da tempo entrato in clandestinità e lavorava nella resistenza per il Partito comunista: “Stampavo falsi certificati di battesimo, che gli ebrei slovacchi usavano per dimostrare di essere cattolici ed evitare la deportazione”. Lì aveva conosciuto e subito sposato Gisela, anche lei poi deportata nel campo della morte. Arrotola la manica della camicia, scoprendo l’avambraccio sinistro. Il numero 64401 è ancora ben visibile: “Me l’hanno tatuato il 19 settembre”. Lo stesso giorno in cui per l’ultima volta vide sua moglie tra la folla sulla rampa: “Ci divisero per sempre. La portarono nelle camere a gas due settimane prima di Natale. Aveva 22 anni”. Lo stesso giorno in cui notò quel medico gentile, che si aggirava fra i deportati seguito da una corte di assistenti e chiedeva cortesemente, con voce flautata: “Quanti anni ha? Qual è il suo lavoro? Come si sente in salute?”. E ad ogni pacchetto di risposte, come un novello Minosse, quello pronunciava due semplici parole: “A sinistra, prego”. Oppure: “A destra, prego”. Era il giudizio finale: “Era il dottor Mengele. E chi veniva messo a sinistra, per lo più le donne, i bambini e i vecchi che non potevano lavorare, andava dritto alle docce, cioè alla morte. Gli altri potevano sperare di morire più tardi”. Due anni durò il calvario di Adolf Burger. Poi, il miracolo dell’aprile 1944, quando sentì chiamare il suo numero dall’altoparlante: “A rapporto da Rudolf Hoess, il famigerato comandante del campo. Ero terrorizzato, ma lui mi venne incontro gentile e affabile: ‘Lei è Herr Adolf Burger? E faceva lo stampatore a Bratislava?’. Non avevo più sentito pronunciare il mio nome da quando mi avevano arrestato. Quella volta, una guardia nazista mi aveva rotto quattro denti con il calcio del fucile, perché nonostante fossi ebreo, mi chiamavo Adolf. Hoess mi disse che dovevo andare a Berlino”. Tutto avvenne in fretta. Il viaggio in treno, non più in carro bestiame ma in carrozza passeggeri, fino a Sachsenhausen, non lontano dalla capitale. L’incontro con lo Sturmbannfuehrer Krueger e il suo sottoposto, il maresciallo delle SS Kurt Werner, responsabile del laboratorio, che gli spiegarono il suo compito. Racconta Burger: “Eravamo separati dal resto del campo, ma ben nutriti. Dormivamo in veri letti con le lenzuola, ci potevamo fare la doccia una volta la settimana. Nel cortile interno c’era perfino un tavolo da ping-pong. Si rende conto? Noi ebrei, i morti che camminavano, che giocavamo a ping-pong con le SS. Ogni sei settimane poi, avevamo il permesso di organizzare una festa. Avevamo creato un piccolo palcoscenico e un gruppo teatrale, facevamo una specie di cabaret internazionale, con gli altri compagni e le SS come spettatori. Io stampavo il programma dello spettacolo. C’era un tedesco, Norbert Lawy, che faceva l’imitatore: cantava e ballava vestito da donna, era la vera star. Straordinari erano soprattutto i tre francesi, erano 6 in tutto gli ebrei dalla Francia, che si esibivano nella loro lingua: nessuno capiva nulla, ma applaudivano tutti, anche le SS che venivano prese in giro. In un certo senso, abbiamo ballato con il diavolo». Il lavoro andava avanti. Bene con le sterline, meno con i dollari. Qualcuno dell’impresa venne ucciso personalmente da Krueger, insoddisfatto, per dare l’esempio. Per colmare le lacune coi biglietti verdi, le SS portarono dentro un professionista, un falsario russo di nome Salamon Smolianoff. Nel film, c’è un dissenso politico tra questi e Burger, che nella finzione dello schermo si chiama August Diehl e gli pone un problema di coscienza. “Non ebbi alcun problema di coscienza - dice Burger - . Smolianoff mi chiese: ‘Vuoi tornare ad Auschwitz?’. Voleva vivere e io con lui”. Ma ormai non c’era più tempo. Di falsi buoni in banconote americane, ne furono stampati appena 200. Poi, con i russi a 150 chilometri da Berlino, nell’aprile 1945 l’“Impresa Bernhard” venne smontata e la banda dei falsari trasferita a Mauthausen, in Austria. Sei settimane di attesa, poi l’ordine di rimontarla. Era troppo tardi. L’ultima, surreale apparizione fu quella di Krueger: “Il 24 aprile arrivò a bordo di un’Alfa Romeo rossa, con una bellissima donna bionda al suo fianco. Distribuì sigarette a tutti. Disse che era venuto a salvarci. Che ci avrebbero portati al campo di Ebensee, dove c’erano anche dei bunker per proteggerci. Sparì nel nulla, com’era venuto. I bunker c’erano, ma erano tutti stati minati e noi dovevamo saltare in aria”. Non sarebbe successo, perché arrivarono prima gli americani. Prima, tra il 29 aprile e il 1° maggio tutte le attrezzature, migliaia di biglietti falsi, banconote vere e lingotti d’oro vennero chiuse in casse di legno e messe sui camion. Le SS gettarono tutto nel Toplitzsee, da dove sarebbero state ripescate solo nel 2000, grazie a un network americano. “Le banconote false erano ancora intatte”, dice con una punta di orgoglio Adolf Burger» (Paolo Valentino, “Corriere della Sera” 26/3/2007).