Sergio Romano, Corriere della Sera 26/3/2007, 26 marzo 2007
Durante il suo viaggio in Brasile il presidente del Consiglio renderà certamente omaggio nei suoi discorsi ai molti italo- brasiliani (almeno 18 milioni, secondo alcune stime) che hanno contribuito a creare questo straordinario Paese
Durante il suo viaggio in Brasile il presidente del Consiglio renderà certamente omaggio nei suoi discorsi ai molti italo- brasiliani (almeno 18 milioni, secondo alcune stime) che hanno contribuito a creare questo straordinario Paese. Spero che non esageri e passi rapidamente a occuparsi di altre cose. Per la società che li ha accolti i nostri vecchi concittadini non sono italo-brasiliani. Sono brasiliani d’origine italiana e, soprattutto, la prova vivente, fra altre, che nelle città e nelle campagne del Brasile la parola crogiolo (il melting pot degli Stati Uniti) non è una espressione vuota. Non appena mette piede su questa terra il visitatore straniero è colpito dalla naturalezza con cui i brasiliani vivono nella loro pelle. A dispetto delle molte origini non hanno né rimpianti né nostalgie. Sono una nazione, sono fieri del loro Paese, sono convinti di avere di fronte a sé un grande futuro. Quanto più rapidamente il presidente del Consiglio chiuderà il capitolo retorico dell’emigrazione e affronterà problemi di comune interesse, tanto più gioverà ai rapporti italo-brasiliani e alla politica estera italiana. Romano Prodi scoprirà un Paese ambizioso. L’economia potrebbe andare meglio, ma il prodotto interno lordo ha pur sempre registrato negli ultimi anni, secondo stime recenti dell’Istat brasiliano, una crescita del 3%. Il debito pubblico si aggira intorno al 45%. L’avanzo primario è stato, sin dall’inizio della presidenza Lula, superiore al 4% e permette la progressiva riduzione del debito. Vi sono ombre e fattori di debolezza: l’economia sommersa (60% della forza lavoro secondo il Financial Times), l’insufficienza degli investimenti stranieri, il peso eccessivo della burocrazia, la mediocre politica dell’educazione, le 700 favelas che incombono sulla Città di Rio con la loro esplosiva miscela di povertà, disperazione e droga. Ma il presidente Lula ha annunciato un piano di lavori pubblici che dovrebbe attirare capitali stranieri e migliorare sensibilmente comunicazioni e trasporti. Prodi scoprirà altresì che il Brasile ha i sogni e le ambizioni di una grande potenza. Se posso azzardare un consiglio, non parli con i suoi ospiti di America Latina. Da quando il Messico e gran parte del Centro America sono entrati nell’orbita degli Stati Uniti, il campo da gioco del Brasile si chiama America del Sud. E’ qui che il Paese intende imporsi come leader. Il problema maggiore, naturalmente, è rappresentato dal populismo di Hugo Chávez e dai successi che il paracadutista venezuelano ha raccolto in questi ultimi anni in Argentina, Bolivia, Ecuador, Perù, per non parlare del fraterno rapporto con Castro e dell’ossigeno con cui ha rimesso in piedi la traballante economia cubana. Mentre Lula riceveva Bush in Brasile e discuteva con lui una grande iniziativa comune per la produzione di etanolo su scala continentale, Chávez visitava Buenos Aires e lanciava rabbiose accuse contro la politica energetica brasiliana. Ma il Brasile non si scompone. Lula ha vecchi rapporti con Chávez, nati negli anni in cui il presidente brasiliano incarnava l’ala radicale del socialismo latino-americano e sembra convinto di potere controllare le intemperanze del suo vecchio amico. Ha invitato il Venezuela nel Mercosur (l’organizzazione costituita da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay sul modello adattato e diluito del Mercato comune) e vorrebbe allargarlo alla Bolivia. Non approva il nuovo statalismo venezuelano e lo stile autoritario della politica di Chávez, ma sembra riconoscergli il merito di avere messo all’ordine del giorno le grandi piaghe sociali del continente e di avere tenuto la testa alta di fronte agli aspetti più tracotanti della politica degli Stati Uniti. Queste manifestazioni di simpatia per la sinistra del continente, d’altro canto, non sembrano pregiudicare i suoi rapporti con gli Stati Uniti. Dopo avere constatato che la metà meridionale del continente gli stava scappando di mano, Bush ha reso omaggio con un viaggio ufficiale alle dimensioni e al ruolo del Brasile nella regione. L’ambivalenza è una carta che la diplomazia brasiliana ha saputo giocare in questi mesi con particolare abilità. Questo non significa tuttavia che le ambizioni del Brasile siano limitate alla metà meridionale del continente americano. Il Paese ha rapporti sempre più importanti con la Cina e si presenta all’Africa come una nazione con sangue africano, un cugino che ha fatto carriera al di là dell’Atlantico. Se la conversazione cadrà sul problema del Consiglio di sicurezza, Prodi scoprirà che il Brasile chiede un seggio permanente come potenza mondiale, non regionale. E non speri che l’esistenza di una forte comunità di origine italiana induca Brasilia a tenere conto delle aspettative e dei progetti italiani per la riforma del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Quando il problema verrà in discussione il Brasile sarà nel campo della Germania, del Giappone e dell’India: i Paesi che non si accontenteranno, secondo la formula italiana, di essere soltanto semipermanenti.