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 2007  marzo 25 Domenica calendario

ARTICOLI SULLE SANZIONI ONU E SULL’ARRESTO DI 15 MARINAI BRITANNICI DA PARTE DEGLI IRANIANI, A PARTIRE DAL 24 MARZO, GIORNO DELL’INCIDENTE, IN POI



PRIMO GIORNO L’ARRESTO - Terry Judd, la Repubblica 25 marzo 2007 (testimonianza del secondo giorno). Da bordo della Cornwall nel golfo persico - Nel buio della notte la nostra motovedetta passava rasente il canale dello Shatt al-Arab, alla ricerca di intrusi nelle acque contese. Accompagnavo una pattuglia dei Royal Marine nella loro ronda nelle acque irachene alla ricerca di potenziali attentatori suicidi interessati a colpire le due piattaforme petrolifere che esportano il 90 per cento del petrolio del Paese. La motovedetta era altresì a caccia di trafficanti di armi e di merci di contrabbando introdotte di nascosto in Iraq.
Fino a quel momento, l´unico contatto che avevamo avuto con le guardie rivoluzionarie iraniane erano stati via radio, cortesi per quanto distaccati. Giovedì, quando l´Hms Cornwall aveva avvistato la nave iraniana sul versante iracheno del corso d´acqua, le si era accostata per avvisarla. Gli iraniani si erano dileguati nell´oscurità senza sollevare obiezioni. Ieri mattina, però, le cose sono drammaticamente cambiate. Quindici tra marinai e addetti della Royal Marine, tra i quali una donna, si sono accostati a un mercantile giapponese sospettato di contrabbandare automobili. All´improvviso i loro gommoni sono stati circondati da imbarcazioni delle guardie rivoluzionarie, sono stati sopraffatti e portati in acque iraniane. Soltanto poche ore prima ero stata in pattuglia con loro.
I marinai ieri mattina stavano pattugliando le acque intorno alla penisola di al-Faw in gommone, quando hanno avvistato la nave mercantile giapponese. La Royal Navy è salita a bordo per parlare con il suo capitano e con l´equipaggio. Il tenente Phil Richardson, pilota di un elicottero che stava fornendo copertura, ha detto che l´equipaggio del mercantile è apparso collaborativo. All´improvviso, però, i due gommoni hanno interrotto i contatti con la Cornwall e l´elicottero è stato rimandato indietro a cercarli. Giunto nei pressi del mercantile, l´equipaggio dello stesso ha puntato il dito in direzione della foce del fiume Shatt al-Arab e il pilota ha individuato i motoscafi delle guardie rivoluzionarie, in cima ai quali erano state montate le mitragliatrici. «Sono riuscito a identificare i nostri uomini, palesemente prigionieri» ha detto il pilota. Richardson ha stabilito un contatto con gli iraniani che hanno detto di aver arrestato la pattuglia britannica perché era entrata in acque iraniane.
(Copyright Independent-la Repubblica. Traduzione di Anna Bissanti)




PRIMO GIORNO: L’ARRESTO. Guido Santevecchi, Corriere della Sera 24 marzo 2007 - LONDRA – Quindici uomini della Royal Navy britannica sono stati catturati in mare dagli iraniani che li accusano di aver sconfinato nelle loro acque territoriali. Un pessimo segnale alla vigilia del voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sul dossier nucleare di Teheran.
Era in corso un’operazione di routine nelle acque del Golfo, allo sbocco dello Shatt el Arab, con due gommoni della fregata Cornwall
impegnati in un pattugliamento anticontrabbando. Ma i due mezzi britannici con otto marinai e sette Royal Marines sono stati circondati da unità della Marina iraniana. Quelli della Royal Navy hanno evitato di reagire di fronte alle armi puntate per non rischiare un’escalation: il loro comportamento è stato definito «freddo e professionale». E così sono stati costretti a risalire verso lo Shatt el Arab e a entrare in una base iraniana.
Il commodoro Nick Lambert, comandante del Cornwall,
non ha dubbi: «Eravamo in acque territoriali irachene, anche se gli iraniani possono dire il contrario. Spero che sia solo un malinteso a livello tattico, ma la realtà questa sera è che ho quindici dei miei ragazzi prigionieri». Elicotteri della Royal Navy hanno seguito la manovra iraniana fino a quando i due gommoni catturati non sono scomparsi sulla riva del grande fiume che è anche la frontiera tra Iraq e Iran. Dall’alto non hanno riscontrato alcun segno di scontro. Ma sono le diplomazie ad aver subito aperto il fuoco. Londra ha chiesto spiegazioni immediate, ma a Teheran a quanto pare le autorità islamiche all’inizio si sono negate, nascondendosi dietro la santità del venerdì di preghiera. L’ambasciatore iraniano nel Regno Unito non si è potuto sottrarre alla convocazione d’urgenza al Foreign Office, dove il colloquio di venti minuti con un funzionario è stato definito «vivace ma cortese». Poco dopo si sono risvegliati anche a Teheran chiamando l’incaricato d’affari britannico per comunicare «la protesta per l’ingresso illegale di forze navali del suo Paese nelle acque territoriali della Repubblica islamica».
Margaret Beckett, ministro degli Esteri del governo Blair, ha detto: «A quanto capiamo il nostro personale operava in acque irachene secondo il mandato delle Nazioni Unite». Per ora il governo misura le parole, dunque. Il ministro ombra conservatore Liam Fox ha ricordato che si tratta di uno schiaffo alla politica di Blair, che aveva cercato di coinvolgere l’Iran nei negoziati per la stabilizzazione della regione. Londra chiede la liberazione immediata degli ostaggi. E ricorda l’ansia per un episodio simile accaduto nel giugno 2004 quando sullo Shatt el Arab furono bloccati dai pasdaran otto soldati britannici.
Prima di liberarli circa una settimana dopo, gli iraniani li fecero marciare bendati in fila sotto il sole e imposero una confessione dello sconfinamento di fronte alle telecamere. E quell’Iran non era ancora governato dal presidente oltranzista Mahmoud Ahmadinejad (eletto un anno dopo) e non aveva ancora lanciato la sua sfida nucleare.
Un risultato la teocrazia islamica lo ha già raggiunto: ha mandato il prezzo del petrolio al massimo dall’inizio dell’anno. Un barile di Brent ieri pomeriggio era quotato 63,32 dollari.
Essam Al-Sudani/Afp)


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PRIMO GIORNO. PRECEDENTI - Guido Olimpio, Corriere della Sera 24 marzo 2007. MILANO – «Abbiamo l’abilità di catturare un gentile gruppo di ufficiali con i capelli biondi e gli occhi azzurri». Il messaggio non poteva essere più esplicito. Ed è comparso pochi giorni fa su Subi Sadhek,
settimanale dei pasdaran iraniani. Un articolo legato alla guerra – più o meno clandestina – che oppone l’asse Usa-Gran Bretagna a Teheran nell’arena irachena.
Il sequestro dei militari britannici segue settimane di tensione, con gli iraniani piuttosto sospettosi sulle intenzioni di Washington e al tempo stesso coinvolti in trame segrete. Gli americani sono convinti che gli ayatollah stiano armando una parte della guerriglia sciita, fornendo esplosivi sofisticati, passando coordinate e informazioni. Negli ultimi giorni l’apparato clandestino Qods, legato ai pasdaran, avrebbe finanziato una scissione all’interno dell’Esercito del Mahdi di Moqtada Al Sadr. Quasi tremila guerriglieri, premiati con un bonus di 600 dollari e stipendiati con altri 200 mensili, sono passati in Iran per seguire corsi d’addestramento. L’Iran – secondo accuse degli esuli – ha aperto numerosi centri di training a Jalil Abad, Karaj, Qom, Isfahan e lungo la frontiera con l’Iraq. I miliziani seguirebbero corsi di guerriglia, infiltrazione, sabotaggio, uso di missili anti-aerei. Alla guida dei ribelli vi sarebbe l’ex portavoce di Al Sadr, Qais Al Khazaari. In alcune caserme dei pasdaran sono state invece aperte «sezioni» riservate a volontari stranieri. Tra loro vi sarebbero anche degli Hezbollah libanesi. In un dossier diffuso negli Stati Uniti gli oppositori descrivono il ruolo chiave di Mohammad Shahlaei, coordinatore del programma d’assistenza ai ribelli sciiti. a questo ufficiale che fanno capo nuclei di gruppi diversi: Brigata Badr, Mujaheddin della Rivoluzione islamica, Sayyed Al Shuhada, mahdisti.
L’intelligence inglese ha poi aggiunto che nel settore di Bassora gli 007 iraniani pagherebbero generose ricompense (si parla di 500 dollari) a quanti organizzano attacchi contro le pattuglie della coalizione. Nella provincia di Muthanna, il governatore Ahmad Al Ramisi e due deputati sarebbero legati a filo doppio all’intelligence khomeinista.
Per contrastare il passo alla crescente influenza di Teheran – un pericolo più volte evocato dagli analisti critici verso la politica di Bush – Washington è ricorsa ai muscoli. Una mezza dozzina di elementi dell’Armata Qods sono stati arrestati a Erbil, in Iraq, mentre il Pentagono ha cercato di dimostrare la provenienza iraniana delle temibili bombe a penetrazione, usate dagli insorti. Un’offensiva aperta accompagnata da mosse sotterranee in ossequio alle direttive della Casa Bianca: prendete vivi o morti gli 007 schierati dall’Iran. E così è stato. Almeno due alti ufficiali dell’apparato Qods sono scomparsi in Iraq. Il primo, Jalal Sharafi, sarebbe stato sequestrato a Bagdad, il secondo, il generale Mohsen Shirazi, ha invece interrotto i contatti con «Maqar Al Nasr», il comando che sovraintende le operazioni iraniane in Iraq. Ad accrescere i timori dei mullah ha poi contribuito il mistero del generale Ashgari. Alto funzionario della Difesa, probabilmente in possesso di importanti informazioni, ha fatto perdere le sue tracce durante una visita in Turchia. Teheran ha denunciato il suo rapimento, fonti occidentali sostengono invece che abbia «defezionato» e stia ora collaborando con gli americani. Il transfuga – sempre secondo le indiscrezioni – potrebbe fornire informazioni top secret dal nucleare al terrorismo.
Davanti ai ripetuti casi di «desaparecidos», l’Iran ha giocato su due fronti. A livello ufficiale ha cercato di svalutare o screditare gli ufficiali spariti, in modo da bilanciare eventuali rivelazioni imbarazzanti. Dietro le quinte gli ayatollah hanno invece messo in allerta i loro uomini. Pasdaran, agenti segreti ed elementi dell’Armata Qods sono stati mobilitati in vista di possibili operazioni di ritorsione. Ma negli avamposti iracheni si è anche diffusa l’inquietudine, con gli iraniani che «vedevano» spie ovunque e temevano per la loro sorte. A Teheran hanno compreso che dovevano reagire con maggiore energia. Sono allora usciti gli articoli con le minacce dei pasdaran, seguiti da movimenti di militanti.
La cattura dei soldati inglesi può dunque assumere il significato di un monito, presto seguito da qualcosa di più pesante. Uno scenario ipotizzato dai commentatori più attenti. Dall’incidente isolato si rischia di passare al conflitto aperto. Gli schieramenti sono già pronti.
Guido Olimpio

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PRIMO GIORNO. LE SANZIONI - Dal nostro corrispondente Ennio Caretto. Washington - Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad non sarà presente oggi al Palazzo di Vetro durante il voto del Consiglio di sicurezza dell’Onu sulle nuove sanzioni contro Teheran. Sarà sostituito dal ministro degli Esteri, che ribadirà il rifiuto di abbandonare il processo di arricchimento dell’uranio (secondo l’Occidente un possibile passo verso la produzione dell’atomica). La causa del «forfait» di Ahmadinejad, ha dichiarato l’ambasciatore iraniano all’Onu Mohammad Javad Zarif, è il ritardo con cui gli Usa hanno concesso il visto a lui e all’equipaggio dell’aereo presidenziale.
Nonostante la sua assenza, l’Onu non avrà dubbi sulla posizione di Ahmadinejad. In un’intervista a una tv francese, il leader iraniano ha spiegato che l’Iran non indietreggerà mai e se qualcuno imporrà un embargo «subirà danni più gravi dei nostri». Ma ha anche anticipato «nuove proposte»: in passato, ha ricordato, «ne facemmo alcune interessanti, come la creazione di un consorzio o una partecipazione dell’Ue ai nostri programmi, purtroppo furono respinte». Il voto del Consiglio di sicurezza sulle nuove sanzioni potrebbe non essere unanime: il Sudafrica, presidente di turno, ha chiesto un rinvio di tre mesi per facilitare nuove trattative. Ma gli Usa non prevedono un veto cinese né russo, anche perché le misure sul tappeto appaiono edulcorate. Le principali sono il divieto di importare armi dall’Iran e il congelamento dei beni delle società e degli individui coinvolti nei programmi missilistico e nucleare iraniani. Come nel caso delle prime sanzioni, varate a dicembre, quando fu proibita la fornitura a Teheran di tecnologie e materiali atomici, l’Iran avrebbe 60 giorni di tempo per sospendere l’arricchimento dell’uranio e aderire a negoziati.

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SECONDO GIORNO: SANZIONI ONU. Alessandra Farkas, Corriere della Sera 25 marzo.
NEW YORK – Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato ieri, all’unanimità, la risoluzione numero 1747 che impone un nuovo e più severo regime di sanzioni economiche e commerciali per indurre Teheran a rinunciare alle sue ambizioni nucleari. Il voto dei cinque membri permanenti (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti)e dei dieci non permanenti, tra cui l’Italia, inasprisce le sanzioni già inflitte all’Iran attraverso altre due risoluzioni Onu.
Immediata la risposta del ministro degli Esteri di Teheran Manouchehr Mottaki, presente al Palazzo di Vetro al posto del presidente Mahmoud Ahmadinejad, che ha definito la misura «illegale, superflua e ingiustificabile». Ma dal summit Ue di Berlino il rappresentante Ue per la politica estera, Javier Solana, ha teso la mano agli iraniani, affermando che «la porta del negoziato è ancora aperta».
NUOVO PACCHETTO – L’Iran ha sessanta giorni di tempo per sospendere le attività di arricchimento dell’uranio e l’Aiea, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, ha il compito di verificare il rispetto della scadenza. Nel mirino, se non lo farà, sono aziende e individui direttamente responsabili del programma nucleare iraniano, i cui conti bancari esteri saranno congelati. Nell’elenco allargato ci sono 28 nuove «entità», dalla banca di Stato Sepah al corpo militare d’élite dei Guardiani della Rivoluzione che, come l’Armata Rossa in Cina, estendono il loro tentacolare potere sull’economia del Paese.
La risoluzione prevede inoltre l’embargo all’export di armi iraniane (destinate soprattutto ai palestinesi di Hamas o agli Hezbollah libanesi) e restrizioni, ma volontarie, alle esportazioni di armi verso l’Iran e ai viaggi di scienziati e dignitari del regime legati al programma nucleare.
FRANCIA SOTTO ACCUSA – Più blanda di quanto avrebbe voluto Washington, la 1747 ha riscosso il plauso di «vecchi» amici di Teheran quali Mosca perché non cerca affatto di soffocare l’intera economia iraniana. Non tocca cioè né i fondi destinati agli aiuti umanitari, né l’industria petrolifera iraniana, quarta al mondo per grandezza.
Intanto un’inchiesta pubblicata sul prossimo numero del settimanale tedesco Der Spiegel
rivela che parte dell’attività di arricchimento dell’uranio iraniano sarebbe stata fatta in Europa. Teheran avrebbe approfittato di una sua partecipazione azionaria nella francese Eurodif per alimentare indisturbata le proprie centrali. « assurdo che l’Onu imponga sanzioni contro l’Iran – accusa Rebecca Harms, deputato Ue, verde ”. Mentre l’Europa fa affari sul nucleare con Teheran».
COMPROMESSO – Per avere l’assenso di Sudafrica, Indonesia e Qatar, membri non permanenti, i 5 Grandi hanno dovuto aggiungere un emendamento sull’importanza di un Medio Oriente «senza armi di distruzioni di massa». L’Indonesia aveva proposto «la creazione di una zona libera da armi nucleari in Medio Oriente», ma Washington ha opposto resistenza, perché l’emendamento era in chiave anti-israeliana. La posizione più controversa è stata quella del Sudafrica, presidente di turno del Consiglio, i cui emendamenti miravano a cancellare tutte le sanzioni. «Pur di vendere a caro prezzo il suo sofisticato know-how nucleare – ha accusato il Los Angeles Times – Thabo Mbeki è disposto a foraggiare le ambizioni di un pericoloso regime».

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SECONDO GIORNO, LE SANZIONI. Alberto Flores d’Arcais, la Repubblica 25 marzo. NEW YORK - Nuove sanzioni contro l´Iran sono state approvate ieri all´unanimità dalle Nazioni Unite. Il sequestro dei quindici marinai della Royal Navy non ha cambiato una scadenza che all´Onu era prevista da tempo: una risoluzione del Consiglio di Sicurezza (la numero 1747) che impone agli ayatollah di Teheran una serie di sanzioni supplementari rispetto a quelle già approvate il 23 dicembre scorso; il tutto fino a quando l´Iran non abbandonerà il proprio programma nucleare.
Si tratta di sanzioni modeste, frutto dell´ennesimo compromesso tra Stati Uniti (insieme a Gran Bretagna e Francia) da una parte e Russia e Cina dall´altra. Quelle teoricamente più drastiche riguardano i limiti all´export di armi iraniane; si tratta delle armi destinate ai palestinesi di Hamas, agli Hezbollah libanesi e alle milizie sciite in Iraq, che continuano ad arrivare in Medio Oriente in barba a embarghi e controlli di forze militari multinazionali. I canali clandestini, quelli attraverso cui gli agenti iraniani fanno pervenire i carichi d´armi ai gruppi terroristi sono ancora in funzione; i comandanti delle forze di pace Onu preferiscono spesso chiudere un occhio piuttosto che rischiare la vita dei propri uomini, sotto forma di rapimenti e di sequestri. E al Palazzo di Vetro il sequestro dei marinai britannici viene interpretato da alcune missioni occidentali come una provocazione-avvertimento proprio su questo punto.
Le altre sanzioni mirano a colpire alcuni dignitari del regime, imprese e banche d´affari (in tutto ventotto), compresa la banca di Stato iraniana Sepah: in sostanza quelli e quelle che si arricchiscono principalmente con il traffico d´armi e che adesso hanno messo in piedi un grosso business sulla produzione del nucleare; nella lista dei "sanzionati" ci sono anche alcuni leader dei "Guardiani della rivoluzione". Un capitolo a parte riguarda i limiti alle esportazioni di armi convenzionali verso l´Iran, ai viaggi a Teheran delle singole persone (che saranno su base volontaria) e agli aiuti finanziari che verranno limitati con l´eccezione dei fondi destinati agli aiuti umanitari.
Prima della seduta di ieri, iniziata nel pomeriggio (ora di New York), l´accordo tra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza é stato ulteriormente limato. Sul voto ha pesato fino all´ultimo l´incognita di tre dei quindici paesi che avevano diritto al voto: i due paesi islamici che siedono (come membri a rotazione) nel Consiglio (Qatar e Indonesia) e il Sudafrica che é in questo momento presidente di turno. Al voto ha partecipato anche l´Italia che da gennaio (e per i prossimi due anni) fa parte dell´organismo decisionale delle Nazioni Unite. L´ultimo compromesso, raggiunto dopo la mediazione della Russia, é stato sintetizzato in questa frase: «Una soluzione al problema iraniano contribuirà agli sforzi globali per la non proliferazione e permetterà di raggiungere l´obiettivo di un Medio Oriente libero da armi di distruzione di massa, comprese le strutture per metterle a punto».
Le nuove sanzioni dell´Onu sono state approvate dopo le polemiche sul visto per il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, che all´ultimo momento ha rinunciato al viaggio all´Onu accusando gli Stati Uniti di avere volutamente ritardato a consegnare i visti necessari per raggiungere New York. Gli Usa hanno negato di avere ostacolato il viaggio, sostenendo di avere rispettato in pieno i propri obblighi internazionali in quanto paese che ospita la sede delle Nazioni Unite. Al posto di Ahmadinejad è arrivato il ministro degli esteri Manoucher Mottaki (che già era in possesso di un visto). Il governo di Teheran, che finora non ha mai rispettato le precedenti risoluzioni (numero 1696 e 1737) ha già fatto sapere attraverso i propri portavoce che considera "carta straccia" anche l´ultimo provvedimento del Consiglio di Sicurezza.
Gli Stati Uniti, che si erano battuti per sanzioni più dure, si sono comunque dichiarati soddisfatti del risultato raggiunto. Alejandro Wolff, l´attuale facente funzioni di ambasciatore americano alle Nazioni Unite ha messo in guardia l´Iran da non rispettare la risoluzione: «Se lo farà continueremo ad inasprire le misure».

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SECONDO GIORNO: SANZIONI ONU. Maurizio Molinari, corrispondente da New York. La Stampa, 25 marzo 2007. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato all’unanimità nuove e più rigide sanzioni contro l’Iran, rinnovando la richiesta di sospendere il programma nucleare e tornare al tavolo del negoziato con la comunità internazionale.
La risoluzione 1747, che ha ricevuto 15 voti a favore e nessuno contro, rafforza le misure già previste dalla 1737 del 23 dicembre 2006. Il voto favorevole dell’Italia è stato espresso dall’ambasciatore Marcello Spatafora ed è la prima volta che il nostro Paese è protagonista dell’approvazione di sanzioni economiche e militari da parte del Consiglio di Sicurezza: questo è stato possibile grazie al fatto che il testo della risoluzione auspica - ma non impone - una riduzione delle garanzie all’export commerciale.
Il perno del testo è il bando totale dell’esportazione di armi dall’Iran e l’identificazione di 28 soggetti e individui, in gran parte delle Guardia rivoluzionarie iraniane, nei confronti delle quali scatta l’immediato congelamento dei beni e delle transazioni finanziarie perché coinvolti nel programma atomico. Fra questi nominativi - che si aggiungono ai 10 già identificati dalla risoluzione 1737 - vi è anche la Sepah Bank finora dimostratasi il forziere del programma nucleare.
La scelta di rafforzare le sanzioni finanziarie si spiega con il fatto che, secondo Washington e Londra, si stanno dimostrando molto efficaci nell’ostacolare la corsa all’atomica. «Abbiamo votato a favore di questa risoluzione - ha spiegato l’ambasciatore francese Jean-Marc de La Sabliere - perché l’Iran non ha sospeso le proprie attività nucleari e non ha collaborato con l’Agenzia atomica dell’Onu». Il rappresentante americano, Alejandro Wolf, è andato oltre: «Gli Stati Uniti sono pronti a proporre più rigide misure contro l’Iran se entro 60 giorni non avrà adempiuto anche a questa risoluzione». L’unanimità è stata raggiunta attorno al testo concordato dalle Sei potenze - Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania - che dal 2003 hanno offerto a Teheran ingenti aiuti economici in cambio dell’abbandono del programma nucleare.
«La porta resta aperta al negoziato con Teheran - ha detto il rappresentante britannico Emyr Jones Perry - con l’offerta di una sospensione totale delle sanzioni in cambio di una sospensione totale del programma, ma il messaggio dell’Onu è chiaro: la proliferazione nucleare è inaccettabile».
Russia e Cina avevano dato il via libera la scorsa settimana grazie a una redazione del testo che rendere reversibili le sanzioni in caso Teheran dovesse accettare di bloccare tutti i propri impianti nucleari. A voto acquisito il rappresentante americano si è rivolto alla nazione iraniana affermando che «queste sanzioni non sono contro di voi» ma puniscono «un governo che non rispetta la comunità internazionale, considera illegittimo il Consiglio di Sicurezza e persegue il raggiungimento dell’arma nucleare». L’ambasciatore americano ha ricordato come il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad abbia definito le risoluzioni dell’Onu «carta straccia», si sia detto a favore della distruzione di Israele, abbia offeso la memoria dell’Olocausto e guidi uno Stato «sponsor del terrorismo». La risposta è arrivata quando, a conclusione della seduta, a parlare è stato il ministro degli Esteri iraniano, Manouchehr Mottaki: «Continueremo il nostro programma, respingiamo questo voto e accusiamo il Consiglio di Sicurezza di violare i trattati internazionali che ci garantiscono il diritto all’energia atomica».
La parola torna ora all’Agenzia atomica che entro due mesi dovrà presentare al Consiglio di Sicurezza un nuovo rapporto sul rispetto delle risoluzioni.

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SECONDO GIORNO. L’ARRESTO. Ceciclia Zecchinelli, Corriere della Sera 25 marzo 2007 - I quindici uomini e donne (almeno una) della Royal Navy «stanno bene e sono ancora sotto interrogatorio» ma avrebbero già confessato la loro «impudente aggressione» alla Repubblica Islamica. E «presto» l’ammissione di colpevolezza degli otto marinai e dei sette Royal Marine catturati venerdì dalle Guardie della Rivoluzione nello Shatt Al Arab – in acque iraniane insiste Teheran, in quelle irachene ribadisce Londra, sostenuta da testimoni oculari – sarà resa pubblica. L’annuncio è arrivato ieri dal generale Ali Reza Afshar, portavoce dello Stato maggiore delle Forze Armate della Repubblica Islamica. Poco prima, lo stesso generale aveva dichiarato che gli inquirenti iraniani disporrebbero di «prove concrete» sullo sconfinamento dei britannici, arrestati mentre erano di pattuglia su due gommoni della fregata Cornwall e oggi detenuti a Teheran. E quello che qualcuno ancora ieri sperava fosse un «incidente» destinato a chiudersi in fretta, dovuto forse al nervosismo di Teheran nelle ore in cui l’Onu stava per varare nuove sanzioni, si sta rivelando una faccenda complicata. Ben più complessa, ad esempio, di un simile caso avvenuto nel 2004. La cattura (incruenta) dei britannici – ha aggiunto infatti compiaciuto il generale Afshar – è «una prova della prontezza delle nostre forze nel difendere il Paese in ogni momento e circostanza, le ripetute minacce dei nostri nemici hanno portato solo a un miglioramento delle nostre capacità di difesa». Come dire: la Repubblica Islamica non può essere sfidata impunemente.
Lo stesso messaggio era arrivato in mattinata dal viceministro degli Esteri e portavoce del governo, Mohammad Ali Hosseini: «L’ingresso illegale e le interferenze di forze britanniche nelle nostre acque sono un atto sospetto contro le leggi internazionali, che non possiamo ignorare». Silenzio da parte della Guida Suprema Ali Khamenei e dal presidente Mahmoud Ahmadinejad.
Ma il primo, mercoledì, aveva avvertito senza mezzi termini «i nemici» di non sfidare l’Iran. Nonostante alcuni commentatori europei non vedano relazioni tra l’«incidente» della Cornwall e il voto all’Onu, non sembra un caso che i due avvenimenti accadano nelle stesse ore.
Londra insiste intanto nel cercare una soluzione diplomatica: ieri il Foreign Office ha convocato d’urgenza, per la seconda volta in 24 ore, l’ambasciatore d’Iran, Rasoul Movahedian. Un colloquio di un’ora, in cui è stata ribadita la richiesta di «rilasciare immediatamente i 15 britannici», ma anche quella di lasciar loro incontrare «il personale consolare a Teheran». A differenza del colloquio di venerdì, quando a ricevere l’ambasciatore era stato un funzionario, ieri il faccia a faccia è avvenuto con il sottosegretario agli Esteri, Lord David Triesman. La discussione – ha poi annunciato una portavoce del Foreign Office, che mantiene segreti i nomi dei quindici – è stata «franca ma cordiale ed educata». Un giro di parole che fa intuire momenti di tensione. Il timore, scriveva ieri il Times, è che Teheran si sia procurata degli «ostaggi» da usare nel «braccio di ferro in corso all’Onu sul nucleare». E il leader liberaldemocratico Menzies Campbell ha infatti chiesto esplicitamente a Blair di non cedere a questo ricatto. Non se ne parla ufficialmente ma esiste poi un’altra possibilità: che l’Iran voglia usare i quindici per uno scambio con i cinque «diplomatici» iraniani (che gli Usa non riconoscono come tali) arrestati dagli americani in Iraq.
Richieste a Teheran perché liberi immediatamente i marinai di Londra sono arrivate dalla presidenza tedesca di turno dell’Unione Europea, dal capo della sua diplomazia, Javier Solana, da numerosi uomini politici occidentali e ambasciatori a Teheran. Finora, con nessun successo.

SECONDO GIORNO, L’ARRESTO. La Stampa 25 marzo 2007 (Maurizio Molinari) - I pasdaran hanno portato a Teheran i quindici militari britannici catturati venerdì che, al termine degli interrogatori, avrebbero confessato di essere entrati «illegalmente» nelle acque territoriali dell’Iran. A svelare l’avvenuta ammissione è stato il generale Ali Reza Afshar, uno dei militari più alti in grado nelle forze armate iraniane, secondo il quale gli otto marinai della Royal Navy ed i sette Royal marines - almeno uno dei quali è una donna - «hanno ammesso di aver compiuto una lampante aggressione contro il nostro territorio».
Le autorità iraniane non hanno fatto sapere altro: resta coperto da segreto il luogo dove i quindici inglesi sono detenuti e finora nessuno è potuto andare a verificare le loro condizioni di salute, né diplomatici né rappresentanti della Croce Rossa. Il governo britannico ha reagito alle notizie in arrivo da Teheran convocando al Foreign Office per il secondo giorno di seguito l’ambasciatore iraniano, Rasul Movahedian, chiedendo di ottenere garanzie sulle condizioni di salute dei sequestrati ed anche sulla possibilità che possano ricevere delle visite consolari.
Londra nega che siano avvenuti sconfinamenti nelle acque territoriali iraniane dello Shatt El Arab da parte delle imbarcazioni britanniche, ribadendo che i quindici militari erano impegnati in opera di pattugliamento nelle acque irachene nel tentativo di impedire traffici di armi e stupefacenti che servono per alimentare le bande armate locali. Alcuni pescatori iracheni che hanno assistito al blitz dei pasdaran hanno confermato che i marines non hanno sconfinato.
L’Unione Europea si è unita a Londra nel chiedere l’«immediata liberazione» di marinai e marines ma a Teheran l’atmosfera è ben differente: diversi gruppi di studenti conservatori hanno chiesto al governo di continuare la detenzione fino a quando non sarà possibile ottenere in cambio i cinque pasdaran arrestati in gennaio a Irbil dalle forze americane. Altri gruppi conservatori hanno aggiunto la richiesta di usare i britannici come pedina di scambio con le Nazioni Unite al fine di ottenere dal Consiglio di Sicurezza la cancellazione delle sanzioni votate contro il programma nucleare di Teheran.
Una manifestazione anti-britannica si è svolta lungo le rive dello Shatt El Arab in prossimità al luogo dove è avvenuto l’arresto dei gli inglesi: circa cinquecento persone, secondo l’agenzia Fars, avrebbero gridato slogan come «Morte alla Gran Bretagna» e «Morte all’America». A conferma della tensione che monta il generale Afshar ha ammonito gli Stati Uniti a «non compiere errori di calcolo nel Golfo» perché, in caso di attacchi all’Iran, «potrebbero non essere in grado di controllare le dimensioni e la durata della guerra».
L’impressione è che al momento Londra e Teheran continuino ad avere approcci diversi alla crisi: gli inglesi continuano a sostenere la tesi dell’errore commesso dai pasdaran sullo sconfinamento territoriale, mentre gli iraniani ritengono che si tratti di un caso di «aggressione» alla propria sovranità e dunque deve essere perseguito.

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SECONDO GIORNO. L’ARRESTO. Enrico Franceschini, la Repubblica 25 marzo 2007 -
dal nostro corrispondente
LONDRA - I quindici marinai britannici catturati venerdì da forze navali iraniane nel Golfo Persico avrebbero «confessato» il loro ingresso illegale nelle acque dell´Iran e sarebbero stati trasferiti a Teheran per il proseguimento delle indagini su un´azione definita «aggressiva» e «sospetta» dalle autorità iraniane. Questo affermano le agenzie di stampa ufficiali o ufficiose della Repubblica islamica. Ma la versione sostenuta dal Regno Unito è completamente diversa: i marinai si trovavano in acque irachene quando sono stati avvicinati e arrestati da due motovedette delle Guardie della Rivoluzione, la forza di élite dell´esercito iraniano, e stavano compiendo una missione di pattugliamento «di routine» su incarico delle Nazioni Unite per verificare il carico delle navi che si preparavano a entrare in porti iracheni. A sostegno della versione di Londra c´è la testimonianza, raccolta dall´agenzia di stampa britannica Reuters, di un pescatore iracheno che ha assistito alla cattura dei marinai: «Conosco bene quella zona perché ci andiamo a pesca da molto tempo, stando attenti a non sconfinare in acque territoriali iraniane. Quando i marinai britannici sono stati catturati si trovavano in acque irachene, non iraniane, così come era in acque irachene il mercantile che stavano controllando». Ieri il Foreign Office britannico ha convocato per la seconda volta nel giro di 24 ore l´ambasciatore iraniano nel Regno Unito, Rasoul Movahedian, chiedendo «l´immediato rilascio» dei marinai. Per il momento, tuttavia, non ci sono segnali che ciò stia per accadere: anzi, la crisi ha tutta l´aria di aggravarsi e la tensione fra i due paesi continua a salire. Un senso di allarme che i media britannici lasciano chiaramente trapelare: la notizia della cattura dei marinai era ieri l´apertura di tutti i giornali e telegiornali nazionali.
Senza dirlo esplicitamente, la diplomazia britannica fa capire la sua opinione: l´episodio avvenuto venerdì nelle acque dello Shatt el Arab sarebbe una provocazione lanciata dall´Iran come monito all´Occidente, alla vigilia del dibattito al Consiglio di Sicurezza dell´Onu su nuove sanzioni contro Teheran per il suo controverso programma nucleare. Non a caso tra i bersagli delle sanzioni dovrebbero esserci proprio le Guardie della Rivoluzione iraniana, il corpo che ha compiuto l´arresto dei marinai britannici. Non è escluso, si osserva a Londra, che l´operazione celi un conflitto all´interno del potere iraniano, tra un´ala radicale decisa ad arrivare allo scontro aperto con l´Occidente e un´ala più cauta che preferirebbe portare avanti il programma nucleare dando perlomeno l´illusione all´Onu di voler accettare un dialogo sulla questione.
Non è chiaro, a questo punto, cosa farà Tony Blair. Sulla questione del possibile progetto iraniano di fabbricare un´arma atomica, finora il premier britannico ha tenuto un atteggiamento leggermente più moderato degli Stati Uniti (o di Israele), ripetendo che non ci sono piani di opzione militare, ossia di una guerra o un bombardamento degli impianti atomici iraniani; ma allo stesso tempo ha tenuto un atteggiamento più severo di altri membri del suo governo, dicendo che a priori non si può escludere niente, dunque inclusa l´opzione militare. Come reagirà ora Blair al rapimento, poiché di questo in effetti Londra accusa Teheran, di quindici dei suoi soldati? L´idea di una «confessione» estorta con la violenza ai marinai e la possibilità che essi diventino ostaggi nel braccio di ferro tra Iran e Occidente sul nucleare iraniano è una prospettiva che preoccupa fortemente Downing street, e che complica ulteriormente la situazione. Fonti iraniane dichiarano che i marinai restano «sotto inchiesta», ma assicurano che sono «in buona salute». Intanto anche l´Unione Europea ha chiesto formalmente il rilascio dei quindici militari britannici.

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SECONDO GIORNO. LA FLOTTA NEL GOLFO. Corriere della Sera 25 marzo 2007 - Lo schermo radar di una nave militare che incrocia nel Golfo somiglia ad una notte piena di stelle. Una miriade di puntini su uno sfondo nero. Uno sciame di tracce elettroniche a marcare una concentrazione di natanti. Dai dhow, i tipici barconi da trasporto della regione, alle grandi petroliere. Ed è tra questi segnali che i marinai, con l’aiuto dell’intelligence e delle ispezioni a bordo, devono scoprire quello giusto. Il controllo dei traffici mercantili lungo la rotta del Golfo Persico è solo una delle missioni eseguite da una poderosa
Armada alleata. Oltre 45 navi, guidate da due gruppi di battaglia con le portaerei Eisenhower e Stennis, seguite dalle unità di scorta. Al loro fianco mezzi britannici – due cacciamine, una fregata – e di altri Paesi alleati, protetti da aerei e da una rete di basi lungo le coste. Uno scudo però pesante e poco agile come testimonia il sequestro dei marinai inglesi da parte dei pasdaran. Gli iraniani sono consapevoli dell’inferiorità e allora giocano a fare i corsari.
Lo schieramento contemporaneo delle due task force – per la prima volta dopo la guerra del 2003 – rientra nella strategia di contenimento decisa da Washington nei confronti di Teheran. I dirigenti americani ammettono che l’opzione militare per fermare i programmi nucleari è l’ultima risorsa, tuttavia hanno già a disposizione un dispositivo sufficiente a colpire. Indiscrezioni – comparse sulle due sponde dell’Atlantico – sostengono che gli Usa potrebbero lanciare uno strike – un raid distruttivo – in qualsiasi momento. Usando i jet a bordo delle portaerei e i bombardieri B2 con speciali ordigni anti-bunker. Il Pentagono ha battezzato l’operazione «Tirannt» (Theater Iran Near Term), sigla che nasconde l’identificazione di una lista di bersagli sul territorio iraniano. Di fatto gli impianti di ricerca nucleari, laboratori, impianti industriali legati alla Difesa.
Le manovre lungo le rotte del petrolio sono state accompagnate da altri sviluppi significativi. La creazione della struttura «Isog» a Washington: centro che coordina attività diplomatiche e clandestine contro Iran e Siria. L’apertura di una sezione iraniana al consolato americano di Dubai: una testa di ponte sia per monitorare gli ayatollah sia per contrastare le loro iniziative. Gli Emirati sono la base avanzata dell’intelligence iraniano con Dubai che fa da piattaforma per traffici e commerci. Nella Federazione sono presenti 6 mila imprese legate a Teheran, alcune delle quali legate all’acquisto di armamenti. In Iraq, invece, agisce la Task Force 16, alla quale il Pentagono ha affidato la missione di neutralizzare gli 007 khomeinisti coinvolti nella guerriglia.
Unità della Nato – in passato vi ha partecipato anche la nostra Marina – si muovono per proteggere le installazioni petrolifere irachene, per prevenire il terrorismo marittimo, per intercettare eventuali carichi di tecnologia proibita verso l’Iran, per stroncare il contrabbando. Secondo recenti stime l’Iraq perde quasi 300 mila barili di greggio al giorno: risorse sfruttate dalla guerriglia e da gruppi terroristici.
A rendere più nervosi gli iraniani ha poi contribuito l’atteggiamento dei Paesi confinanti. Dopo aver accettato l’arrivo di nuove batterie di missili anti-missile Patriot, Kuwait, Emirati, Arabia Saudita, Oman hanno deciso di ampliare la spesa bellica. Quest’anno sborseranno 60 miliardi di dollari per migliorare i loro apparati militari. Al tempo stesso hanno annunciato che intendono costruire due pipeline petrolifere per bypassare il collo di bottiglia dello Stretto di Hormuz. Questo per neutralizzare, in futuro, un eventuale ricatto di Teheran attraverso il blocco del passaggio strategico. E una delle tante voci che rimbalzano in quest’area ha sostenuto che Emirati, Oman e Qatar sarebbero pronti ad autorizzare il passaggio di caccia israeliani in caso di un blitz anti-Iran. Suona come la tipica notizia di disinformazione, ma in questo clima a Teheran sospettano di tutto. E forse non sbagliano. (Guido Olimpio)

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La donna si chiama Faye Turney e ha una bambina di tre anni. La famiglia ha chiesto di rispettare la privacy. Una parte della stampa inglese dà a Tony Blair del vigliacco (Maria Chiara Bonazzi, La Stampa 28/3/2007)

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QUINTO GIORNO - Farian Sabahi, La Stampa, 28 marzo 2007 Il mondo politico della Repubblica Islamica è diviso tra gli oltranzisti di Ahmadinejad e i pragmatici di Rafsanjani che vorrebbero sospendere l’arricchimento dell’uranio per calmare le acque. Ma in questi giorni la cattura dei marinai britannici da parte dei pasdaran trova consenso unanime in Iran, diversamente da quanto sarebbe successo qualche mese fa. Che cosa è cambiato?
Il 23 dicembre il Consiglio di Sicurezza ha deciso sanzioni contro l’Iran,e l’11 gennaio gli americani hanno arrestato cinque diplomatici iraniani nel consolato di Erbil, in Iraq. Ostaggi da oltre due mesi, sono accusati di avere legami con le Guardie della rivoluzione e di sostenere la guerriglia irachena.
Due considerazioni. Il confine meridionale tra Iran e Iraq non è ben definito ed era già stato il casus belli della guerra scatenata da Saddam nel 1980. Presa coscienza del fatto che le forze armate della Repubblica islamica sorvegliano i confini, è un’idiozia stare a discutere se i marinai di Sua maestà si trovassero in acque territoriali iraniane o irachene. In secondo luogo, l’ostilità occidentale ha portato i pasdaran a cogliere l’occasione per dimostrare quanto le forze d’occupazione siano vulnerabili. Il messaggio lanciato all’unisono da Teheran è che se gli Usa e i loro alleati vogliono stare in Medio Oriente devono venire a patti con l’Iran. Per secoli Londra ha interferito nelle questioni iraniane e nel 1941 aveva invaso il Paese sebbene lo scià si fosse dichiarato neutrale. Ora, se il leader supremo Khamenei decidesse di rilasciare i marinai britannici ne guadagnerebbe in immagine. Minacciato da un possibile bombardamento americano, potrebbe però preferire il braccio di ferro con Londra. Se la questione si risolverà in modo pacifico, e se la Gran Bretagna metterà da parte la consueta arroganza, potrebbe poi porsi come intermediario tra Teheran e Washington. Ricordando agli Usa che nel novembre 2001 gli ayatollah avevano appoggiato la guerra in Afghanistan ma che, dimenticandosi di ricambiare il favore, Bush aveva poi inserito l’Iran nell’Asse del Male.

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QUINTO GIORNO - Maurizio Molinari, La Stampa 28 marzo 2007 - MAURIZIO MOLINARI
CORRISPONDENTE DA NEW YORK
Il Pentagono teme che Teheran possa bloccare a sorpresa le rotte del greggio e per scongiurare tale pericolo schiera nel Golfo Persico la task force aeronavale più imponente dai tempi dell’invasione dell’Iraq. Due portaerei, più di una dozzina di navi di appoggio, cento aerei e diecimila marinai disegnano i contorni della maggiore concentrazione di forze Usa oltre Hormuz dal marzo 2003. La grande armata della Us Navy ha iniziato manovre militari tese ad ammonire l’Iran di Ahmadinejad che con un blitz a sorpresa ha catturato quindici marinai britannici nello Shatt El Arab. L’intelligence Usa teme che Teheran possa tentare nuove azioni provocatorie, puntando a far impennare il prezzo del greggio come ritorsione contro le sanzioni votate dall’Onu.
Sebbene l’ammiraglio americano Kevin Aandahl neghi un collegamento diretto fra gli inglesi detenuti a Teheran e l’imponente schieramento di forze il messaggio è difficile da equivocare: i caccia F/A 18, gli aerei-spia EA-6B Prowler ed i velivoli anti-sommergibili S-3 Viking decollano dai ponti delle portaerei Uss Dwight Eisenhower ed Uss John Stennis per condurre operazioni di monitoraggio fino ai limiti dello spazio aereo iraniano. E lo stesso avviene nelle acque del Golfo, dove l’Us Navy si spinge fino a 12 miglia dalla costa iraniana per condurre manovre che simulano interventi in risposta ad attacchi contro le imbarcazioni: dalla difesa di petroliere allo sminamento delle rotte fino alla protezione da attacchi kamikaze con barchini simili a quelli usati da Al Qaeda per colpire la Uss Cole nelle acque dello Yemen nell’ottobre 2000. Fra gli scenari presi in considerazione vi è anche la caccia a sommergibili in quanto Teheran ne possiede diversi dotati di motore diesel e quindi più difficili da identificare. Il Pentagono ritiene che Teheran possa bloccare le rotte petrolifere con una mossa improvvisa - proprio come la cattura dei soldati britannici - e l’inizio giovedì scorso di manovre navali iraniane con l’impiego di sottomarini e piccole navi lanciamissili non ha fatto altro che aumentare tale preoccupazione. «Da qualche mese stiamo osservando gli iraniani e temiamo possano destabilizzare la regione per intimidire i Paesi che vi si trovano» ha spiegato il portavoce Usa Dan Cloyd, puntualizzando che proprio il rischio di colpi di mano rende impossibile prevedere quando la Uss Stennis andrà via: «Le manovre dureranno qualche giorno ma la portaerei resta a tempo indeterminato». Mentre dall’Oceano Pacifico se se sta avvicinando una terza: la Uss Reagan. «Siamo qui per garantire sicurezza e stabilità della regione - ha sottolineato l’ammiraglio Aandahl - se c’è qualcuno che vuole destabilizzare è l’Iran». Proprio ieri l’ammiraglio William Fallon ha assunto la guida del Comando centrale delle truppe Usa, responsabile del Medio Oriente. «Non abbiamo intenzione di fare guerra all’Iran - ha spiegato nella prima dichiarazione - ma l’Iran finora ha nociuto alla pace ed è causa di instabilità e preoccupazione». Lo stesso Fallon sta per iniziare una missione nelle capitali del Golfo per affrontare due argomenti che ha riassunto così: «Stabilizzare l’Iraq ed impedire all’Iran di nuocere».
Durante le manovre la Us Navy ha a disposizione le basi nel Bahrein, dove ha sede il quartier generale della Quinta Flotta, e del Qatar, che ospita un comando avanzato delle forze Usa, e ciò ripropone lo schema operativo che accompagnò l’inizio di «Iraqi Freedom». In coincidenza con le esercitazioni americane si è avvicinata allo Stretto di Hormuz anche la squadra navale della portaerei francese De Gaulle, la cui presenza accresce il profilo politico di Parigi nel braccio di ferro con l’Iran.
Parigi condivide con Washington e Londra la volontà di sventare eventuali colpi di mano iraniani sulle rotte del greggio che, secondo uno studio della Heritage Foundation, potrebbero portare il prezzo del barile fino a quota 120 dollari. E ieri il prezzo del petrolio ha subito un balzo dopo le notizie, smentite dalla Casa Bianca, di uno scontro tra navi della marina statunitense e quelle iraniane nel Golfo Persico. Il prezzo del greggio è aumentato di cinque dollari attestandosi a quota 68,91 dollari.

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SESTO GIORNO. Guido Santevecchi, Corriere della Sera 29/3/2007. LONDRA – Un filmato e una lettera: sono le armi che la propaganda iraniana ha tirato fuori nella sfida con Londra per i quindici marinai catturati venerdì nel Golfo. I militari sono stati esibiti mentre mangiavano in silenzio, tutti nella tuta blu della Royal Navy o nella mimetica dei Marines. Tra loro anche Faye Turney, la giovane marinaia che sta diventando il simbolo di questa vicenda. lei la protagonista dell’offensiva mediatica di Teheran: nelle prime immagini è tra i compagni, con un fazzoletto a scacchi sulla testa. Poi viene mostrata da sola, con velo nero e scialle bianco sulle spalle. Pallida e tesa fuma e dice che «ovviamente avevamo varcato il limite delle acque territoriali... ma siamo stati trattati in modo molto amichevole, con riguardo... non c’è stata aggressione, sono cortesi e compassionevoli... tre pasti al giorno». L’ambasciata iraniana a Londra ha anche diffuso una lettera scritta da Faye ai «cari mamma e papà» nella quale dice che «apparentemente eravamo in acque iraniane».
C’è una terza parte di film, in cui si vedono i prigionieri ancora in mare mentre vengono portati via dai pasdaran subito dopo la cattura. Di fronte a loro sventola una bandiera della Repubblica islamica. I «compassionevoli» Guardiani della Rivoluzione khomeinista avevano pensato bene di portarsi una telecamera oltre alle armi quando hanno circondato i due gommoni britannici che pattugliavano il Golfo. Una messa in scena che non è piaciuta per niente al governo britannico. « assolutamente inaccettabile mostrare immagini di prigionieri» ha detto il Foreign Office che da giorni invoca di poter far incontrare i suoi diplomatici a Teheran con i detenuti.
A Londra si aspettavano il video e per questo ieri mattina il ministero della Difesa aveva giocato d’anticipo, diffondendo le coordinate satellitari dell’incidente: i due gommoni erano 1,7 miglia nautiche all’interno delle acque irachene. Teheran ha risposto che invece l’abbordaggio è avvenuto 500 metri dentro le sue acque e ha fatto dire alla sua ambasciata a Londra che «i due governi hanno la capacità di risolvere il caso attraverso contatti e cooperazione».
Tony Blair ha denunciato in Parlamento «l’azione illegale, inaccettabile, sbagliata» tra i «sìììì» di approvazione di maggioranza e opposizione e ha chiesto alla comunità internazionale di isolare il regime. Il ministro dell’Interno Reid ha ammonito che «la situazione si fa pericolosa». Il ministro degli Esteri Margaret Beckett ha annunciato il blocco dei rapporti bilaterali con Teheran (in concreto niente visti). Londra si aspetta l’appoggio della Germania che ha ottimi canali e esporta una gran quantità di materiale tecnologico in Iran. La cancelliera Merkel ha risposto garantendo «pieno sostegno agli amici britannici». In serata la Gran Bretagna ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di approvare una dichiarazione per il rilascio immediato dei marinai.
«Non servono mediazioni» ribattono gli iraniani, perché la Gran Bretagna ha un ambasciatore a Teheran e «i diplomatici potranno visitare i soldati appena saranno terminate le indagini». Un esponente del regime assicura che «se sarà provato che si è trattato di un errore la questione sarà regolata con le scuse del governo britannico». Il ministro degli Esteri iraniano Manouchehr Mottaki sorride e dice che «stiamo considerando la questione in base alle regole e alla legge, ma dovreste sapere che la Lady verrà liberata molto presto». La signora è Faye Turney, la marinaia che è anche mamma di una bimba in attesa a casa. Il ministro ha ribadito che «è in corso» l’organizzazione di un incontro tra i marinai e diplomatici britannici. E ha chiesto a Londra di «ammettere l’errore» (lo sconfinamento) per risolvere la situazione.
Ora gli analisti pensano e sperano che dopo aver inflitto l’umiliazione ai militari britannici costringendoli a «confessare», gli iraniani li liberino come fecero nel 2004 in una circostanza analoga. Lord Lamont, ex ministro del Tesoro della Thatcher oggi presidente della Camera di commercio anglo-iraniana, dice che bisogna tener duro perché il regime di Teheran è diviso: una parte è preoccupata dall’aggressività del presidente ex pasdaran Ahmadinejad e non è entusiasta di aprire un altro fronte di sfida internazionale. Il governo di Londra ha finito la pazienza. L’atteggiamento fermo di Blair e Beckett è stato salutato con soddisfazione dalla stampa. Ai commenti positivi è aggiunto il monito che il premier sarà giudicato in base al risultato. E il filmato che somiglia a un ricatto riaccende la bellicosità britannica. apparso evidente che Faye Turney ha parlato sotto pressione, oltretutto la ragazza anche se è una veterana da nove anni in Marina non può certo dimenticare la bimba che l’aspetta. E nella lettera che le è stata più o meno dettata la ragazza dice «spero di tornare a casa per il compleanno di Molly, con un regalo del popolo iraniano al quale ho già chiesto scusa».
A Plymouth, la base navale dove i parenti dei prigionieri aspettano in ansia, con la frustrazione monta la rabbia. «Mandiamo i commandos e riportiamoci i nostri a casa», comincia a invocare la gente.

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SESTO GIORNO. Corriere della Sera 29/3/2007. Per il vice ammiraglio Charles Style è stato un agguato: «I nostri si trovavano 1,7 miglia entro le acque irachene, con coordinate: 29 gradi 50 minuti nord, 48 gradi 43 minuti est». Gli iraniani hanno invece dato due posizioni differenti ma incompatibili con quanto registrato dagli strumenti britannici».

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SESTO GIORNO. Il Foglio 29/3/2007. Roma. Nelle acque del Golfo Persico si respira un’aria che pare quella del 1991. Le manovre militari di Washington sono cominciate, il fronte dei paesi arabi sunniti – capitanati dall’Arabia Saudita – si è ricompattato in occasione dell’apertura del summit della Lega araba, ieri a Riad, in cui si è discusso soprattutto di Territori palestinesi. Allora la minaccia era l’Iraq di Saddam Hussein, oggi è l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad. Dopo il voto unanime del Palazzo di vetro alle sanzioni contro la Repubblica islamica e la crisi con Londra per i marinai in ostaggio, a Teheran il clima di accerchiamento si sente. Il prezzo del petrolio è, come sempre, l’indicatore dei disequilibri: due notti fa la notizia di uno scontro tra americani e iraniani nelle acque del Golfo ha causato un’impennata immediata di cinque dollari, poi rientrata dopo la smentita (il prezzo si è assestato intorno a 65 dollari il barile). Ieri il governo di Teheran ha deciso di ridurre la collaborazione con l’Aiea – non comunicherà più l’installazione delle centrifughe che servono per il programma nucleare – e ha detto che ”i war games” degli americani nel Golfo sono ben più ridotti di quanto vogliano far credere, ma l’occhio delle Guardie della rivoluzione vigila sulle tre portaerei in movimento nella zona.
A Riad intanto il re Abdullah ha rilanciato l’iniziativa saudita per la soluzione della questione israelo-palestinese ma soprattutto ha voluto ricompattare gli alleati sunniti, in particolare gli Emirati arabi, che ieri hanno negato ogni genere di appoggio logistico a Washington. L’obiettivo di Riad è contenere l’influenza sciita in tutta la regione, cioè far sentire Teheran accerchiata. Non a caso ieri mattina re Abdullah, prima di aprire i lavori del vertice, ha voluto incontrare in privato il rais di Damasco, Bashar el Assad, principale alleato dell’Iran nella regione.

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NONO GIORNO. Paolo Mastrolilli, La Stampa 1/4/2007. Le cose stanno anche peggio di quanto sembri: «Io - dice Dennis Ross - temo che il rapimento dei quindici soldati britannici sia stato deciso autonomamente dalla Guardia Repubblicana, per spingere la leadership iraniana su posizioni più intransigenti. In gioco non c’è il semplice scambio tra prigionieri, ma la questione nucleare e il ruolo del paese».
Ross merita di essere ascoltato, perché poche persone al mondo hanno un’esperienza diretta del Medio Oriente come la sua. Per dodici anni è stato l’inviato speciale della Casa Bianca nella regione, servendo George Bush padre e Bill Clinton. Lui aveva creato la coalizione per la Guerra del Golfo nel 1991, lui aveva organizzato la conferenza di Madrid che dopo il conflitto aveva avviato il processo di pace, e ancora lui aveva messo intorno allo stesso tavolo Arafat con Rabin, Peres e poi Barak. Oggi lavora sulla regione a cui ha dedicato la vita nel Washington Institute.
Ambasciatore, perché gli iraniani hanno rapito i marines?
«Sospetto che l’operazione iniziale sia stata decisa dalla Guardia Repubblicana, senza un ordine del presidente Ahmadinejad o dell’ayatollah Khamenei».
Questo cosa significa?
« in corso un braccio di ferro interno, un test su chi comanda davvero in Iran e dove andrà il paese nel prossimo futuro. La Guardia Repubblicana accusa una parte della leadership di essere troppo morbida sulla questione nucleare, e in generale sul ruolo del paese. Quindi ha catturato i soldati britannici per metterla davanti al fatto compiuto e obbligarla a prendere posizioni più dure. A seconda di come si evolverà la vicenda, capiremo chi ha vinto il braccio di ferro».
Il portavoce del dipartimento di Stato, Sean McCormack, ha escluso lo scambio tra i prigionieri britannici e gli iraniani catturati in Iraq. un nuovo capitolo delle polemiche seguite al negoziato per la liberazione del giornalista italiano Mastrogiacomo in Afghanistan?
«Il dipartimento di Stato ha detto una cosa più importante. Ha dichiarato che non ci sono connessioni fra l’arresto degli iraniani in Iraq e la cattura dei soldati inglesi, aggiungendo che questa operazione ha lo scopo di distrarre il mondo dal comportamento di Teheran su altre questioni. Il punto è tutto qui: la partita è molto più ampia della semplice liberazione di alcuni prigionieri».
Cosa spera di ottenere la Guardia Repubblicana?
«Sconfiggere la corrente della leadership disposta al negoziato sul nucleare, dividere la comunità internazionale, e guadagnare tempo per andare avanti col programma atomico. A quel punto, quando la capacità di costruire la bomba sarà raggiunta, forse torneranno al tavolo del negoziato per trattare da una posizione di forza. L’obiettivo finale è ottenere il riconoscimento del ruolo dell’Iran come potenza regionale principale, nel confronto con Israele».
Come deve rispondere la comunità internazionale?
«Isolare l’Iran e fargli pagare cara la sua politica. La leadership vuole la bomba, ma non a qualunque prezzo: se imporremo sanzioni pesanti, magari attraverso l’Unione Europea, la Guardia Repubblicana potrebbe uscire sconfitta dalla sfida».
I soldati britannici sono in pericolo di vita?
«No, ma rischiano di restare prigionieri molto a lungo».