Barbara Spinelli, La Stampa 25/3/2007, 25 marzo 2007
Da quando è stato liberato Daniele Mastrogiacomo, si parla molto della cultura dell’arrendevolezza italiana
Da quando è stato liberato Daniele Mastrogiacomo, si parla molto della cultura dell’arrendevolezza italiana. L’Italia invertebrata non avrebbe vocazione a far guerre, con effetti sulla sua affidabilità. Un’attrazione fatale per compromessi sottobanco la caratterizzerebbe, e la sinistra pacifista sarebbe specialmente colpevole. L’America non avrebbe torto quando diffida di noi e neppure gli europei. Questi ultimi non sarebbero ricattabili, mentre noi sì. La classe politica soffre di queste accuse, e corre ai ripari difendendo un’alleanza con gli Usa non solo necessaria, ma inalterabile. Si raccomanda di non scordare l’aiuto americano contro Mussolini. Si riattivano memorie ritenute vacillanti e ingrate. Un imbroglio simile di politiche, sentimenti, ricordi è possibile solo perché questa guerra afghana, in corso da più di cinque anni, non sappiamo ancora definirla. Non sappiamo se sia guerra, e che tipo di guerra. Non abbiamo definito i nemici, incerti se siano terroristi che ci minacciano in casa o insorti locali. Non sapendo definire queste cose non sappiamo neanche giudicare freddamente Bush, mettendo a confronto quel che proponeva il 7 ottobre 2001 quando iniziò l’offensiva con quel che da allora ha ottenuto. un’incapacità che spiega parecchie reticenze, non solo italiane ma europee: con la variante che solo da noi la reticenza è chiamata antiamericanismo, inaffidabilità, capitolazione. Questo perché il dissenso dall’America è vissuto in Italia come una maledizione, da qualche tempo, capace di sottrarre legittimità ai governi. Il disaccordo da noi non è chiamato dissenso ma evoca ferite, tradimenti: strappo è la parola scomunicatrice di un paese dove manca sia l’autonomia, sia una quotidiana coscienza europea. La guerra afghana cominciò come guerra globale al terrore, dopo l’11 settembre 2001, e così la chiama ancora la Casa Bianca anche se nel frattempo lo scopo è sostenere il governo a Kabul, quindi l’esportazione della democrazia. Quest’imprecisione terminologica spiega alcuni vizi della missione. Il 12 settembre 2001, gli alleati di Washington invocarono l’articolo 5 della Nato, facendo scattare la legittima difesa collettiva, e su tale base parteciparono all’americana Enduring Freedom. L’operazione Isaf (Forza internazionale di assistenza alla sicurezza) coincise con l’attacco Usa, nel dicembre 2001, e solo nell’agosto 2003 la Nato ne assunse la guida separandola da Enduring Freedom e dalla sua natura esclusivamente bellica. Da allora Bush e Blair insistono pesantemente sulla fusione delle missioni: è il primo vizio. Il secondo è vera cancrena: Washington s’impegnò contro il terrore tenendo in piedi l’alleanza con uno Stato, il Pakistan, che per anni aveva tollerato se non aiutato i talebani e che continua a farlo. Forse Musharraf è il male minore, come dicono alcuni: tuttavia è prigioniero dei fondamentalisti e non ha il controllo di quella parte dei servizi (Isi) legati ai talebani. Barnett Rubin, uno dei massimi esperti dell’Afghanistan, racconta come le condizioni poste da Musharraf fossero chiare già nel 2001: battere Al Qaeda, ma non necessariamente i talebani (Foreign Affairs, gennaio 2007). Ultimamente questa politica si è aggravata: due regioni pachistane, Waziristan e Baluchistan, sono ormai basi per talebani e Al Qaeda, Stati nello Stato da cui partono offensive contro gli occidentali in Afghanistan. Questo dunque il risultato di tanti anni di guerra: la base di Al Qaeda, negli anni 90 in Afghanistan, si è spostata di qualche chilometro e si trova in Pakistan, cioè un nostro alleato. La questione cruciale non è insomma il preteso appeasement di questo o quel governo europeo, ma il più sostanziale appeasement in America che risale al conflitto con Mosca. Esso continua a pesare, anche se Washington s’è poi corretta: talebani e jihad son nati con ingenti contributi finanziari e politici degli Usa, spalleggiati da Pakistan e Arabia Saudita. E su quelle complicità non s’è fatta chiarezza: è il motivo per cui la guerra afghana è in un vicolo cieco. una guerra che rischia d’esser persa, dopo l’Iraq, e anche per questo molti europei si ritraggono, privilegiando gli aspetti non bellici dell’Isaf piuttosto che Enduring Freedom. Nonostante un duro monito di Bush, il 15 febbraio 2007, molti europei s’aggrappano ai cosiddetti caveat (restrizioni nelle operazioni Isaf) e tra questi ci sono Italia e anche Germania, Spagna e Francia. Alla luce di queste strettoie è naturale che in Europa si cominci a considerare normali i dissensi da Washington, e non traumatici. Purtroppo non è l’Italia l’anello debole. Il male della non credibilità - dunque dell’inaffidabilità, della non concordanza tra parole e azioni - affligge oggi lo Stato che aspira a esser potenza egemone senza riuscirci, cioè gli Stati Uniti. qui che urge ripensare le guerre odierne, e domandarsi come vincerle e in quanti anni. qui che si deve decidere se il nemico sia Al Qaeda o i talebani. E che nemico sia: se un combattente o un fuorilegge con cui non bisogna mai, in nessuna circostanza, trattare. Trattare con il nemico non è cosa nuova in guerra, a meno che il nemico sia considerato un criminale comune anziché un combattente. La trattativa è d’altronde praticata dai più, anche se non lo si ammette: un’ipocrisia benefica, durante i conflitti. Tutti gli Stati, compreso Israele, scambiano prigionieri in tempo di guerra. E col nemico si finirà col trattare in conferenze di pace, Fassino non dice nulla di particolarmente scandaloso. I tentativi d’accordarsi col nemico sono ricorrenti nella storia: anche a Washington, come raccontato da Paolo Mastrolilli venerdì sulla Stampa. Più volte il presidente Karzai ha fatto offerte ai talebani, non solo di amnistia ma anche di pace. Se è guerra, prima o poi si negozieranno tregue. Se non è guerra - se è illimitata guerra al terrore come dice Bush - la pace non verrà mai perché chi potrà dire che non vi saranno più attentati? Gli esempi di trattative abbondano. Nel settembre 2006 le forze britanniche negoziarono un accordo nella città di Musa Qala: i talebani si sarebbero ritirati in contemporanea con gli assedianti inglesi, lasciando il comando cittadino agli anziani delle tribù. In ottobre, i senatori Bill Frist e Mel Martinez, repubblicani, auspicarono a Kabul «l’ingresso dei talebani in un governo rappresentativo più vasto». I talebani ripresero poi Musa Qala perché Washington accusò gli inglesi di cedimento. Quanto agli ostaggi - in Afghanistan, Iraq - le trattative sono usuali in Germania, Francia, Usa, anche se poi i governi si proclamano (e fanno bene) non ricattabili. Questa guerra è asimmetrica non solo fra occidentali e insorti. Lo è anche tra Usa ed europei. Sono i primi a decidere quando si cede e quando no: oggi, temendo offensive talebane, i cedimenti esibiti sono più che mai invisi. Washington a voler decidere che tipo di guerra c’è, e che sorta di nemico. Ma alcuni punti varrà la pena specificarli, da parte europea. Il nemico innanzitutto usa metodi terroristi ma occorrerà probabilmente riconoscerlo come combattente, anche se la sua struttura di comando è assai confusa. Lo studioso Ahmed Rashid nel suo libro sui Talebani (Feltrinelli 2001) racconta quanto segreta e inafferrabile sia la dirigenza talebana, da sempre, e come però esista. L’idea che non si possa trattare con i combattenti perché sono terroristi non è pratica. Non siamo davanti a azioni paragonabili a quelle delle Brigate rosse, non siamo in una planetaria guerra civile (un impero) dove i nemici sono tutti interni. Con i brigatisti non si negoziava, perché minacciavano la nostra sovranità statale. Con il combattente prima o poi si negozia. Tutto sta a non inorgoglirsi della trattativa: essa è un mezzo necessario, non un fine che magnifica associazioni rivelatesi preziose ma fortemente polemiche con Karzai. Finché abbiamo soldati che difendono Karzai, inorgoglirsi è segnale pericoloso. Ma il fondamentale problema è un altro: come definire la guerra, e come servirsi delle memorie che abbiamo. Sono anni che si menzionano i cedimenti al totalitarismo hitleriano nel ’38. Ma l’Europa ha un’altra memoria, ed è quella del colonialismo: un’esperienza non demonizzabile, ma che resta costellata da errori madornali. Errori che conviene non ripetere, soprattutto quando si combatte in paesi che con noi condividono questa seconda memoria. Ben tre guerre furono perse con l’Afghanistan, nell’800 e ’900, e Londra le perse perché insediò a Kabul governi fantocci, non rappresentativi, e strumentalizzò il paese - centralizzandolo e sprezzando sue antiche decentrate strutture tribali - per meglio farne uno Stato cuscinetto tra Russia, Persia, India. Sono errori che stanno ripetendosi, e fa impressione - soprattutto in Inghilterra - un’amnesia sì vasta. Un’amnesia più esiziale di sporadiche trattative sugli ostaggi. Un’amnesia che solo gli europei possono superare, con la storia che hanno: imparando a dissentire più serenamente con Washington, e capendo che solo uniti eviteranno l’immagine dello strappo e il successivo assoggettamento. Stampa Articolo