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 2007  marzo 25 Domenica calendario

C’era un carattere dell’Italia che Stendhal prediligeva, e che gli permetteva di contrapporla a ogni altra scena – innanzitutto a quella, sempre irritante, di Parigi: «Si richiede la felicità dalle emozioni»

C’era un carattere dell’Italia che Stendhal prediligeva, e che gli permetteva di contrapporla a ogni altra scena – innanzitutto a quella, sempre irritante, di Parigi: «Si richiede la felicità dalle emozioni». Stendhal arriva a Terracina. Si trova a tavola con un altro gruppo di viaggiatori. Attacca discorso. E di che parlare? Dell’opera – e magari di Rossini. O gni buon lettore di Stendhal finisce per porsi una domanda: perché leggere una pagina di un qualsiasi suo libro dà una sensazione che non si incontra con altri scrittori? Con Stendhal si può dire che la singolarità (anche nel senso di idiosincraticità) irrompe sulla scena e felicemente la occupa tutta. Ma senza farne una professione di fede – un po’ ossessiva e un po’ bigotta ”, come era accaduto con Rousseau. In Stendhal, al contrario, la scoperta avviene suo malgrado. E fa parte della incantevole comicità stendhaliana che quest’uomo scarsamente dotato per le "idee generali" si dichiarasse fedele seguace di un drappello di pensatori (da Helvétius a Cabanis) che erano i più feroci estirpatori e persecutori di ogni singolarità. «Con i tempi che corrono, la brevità è il solo segno di rispetto apprezzato dal pubblico. Non pretendo di dire come le cose sono, racconto la sensazione che mi hanno dato»: queste parole di Rome, Naples et Florence potrebbero sembrare un avvertimento cautelare in vista di possibili recriminazioni e censure. Ma sono la pura verità – e quasi una definizione approssimata di Stendhal. Brevità e sensazione: di fatto, se si tolgono a Stendhal questi due elementi, il profumo svapora. Perciò l’avvertimento di Stendhal, più che per i censori, deve valere per il buon lettore. Occorre leggere i suoi libri come una fantasmagoria di effetti che si succedono sulla tastiera di una sensibilità. E non preoccuparsi d’altro. Non bisogna reagire come un certo signor Gherardi, bolognese, alle osservazioni di Stendhal sulla sua città: «Ho letto tutto quel che precede al signor Gherardi, che mi ha giurato che mi ero sbagliato in tutto; che avevo fatto un romanzo; che nulla al mondo assomigliava meno alle maniere di Bologna». Al che Stendhal saggiamente replicava: «Che volete che faccia un infelice viaggiatore? Avvertire il lettore, e non cambiare nulla. Posso sentire diversamente da come sento?». Dopo tutto, l’ignoto signor Gherardi non aveva torto: Stendhal è qualcuno che, di ogni cosa, fa un romanzo. E l’Italia intera – come la Parma di Ranuccio nella Chartreuse – era un palcoscenico dove le cose andavano come a lui sarebbe piaciuto per farne un bel romanzo. Per qualche tempo Stendhal si illuse di trovare in Italia anche le quinte adatte per le storie amorose che agognava a vivere. Ma presto arrivò a riconoscere, con una crudezza disarmante, che non era proprio il caso: «In questi affari di galanteria, non ho esperienza. Credo che non ci sia mai stato viaggiatore in Italia meno fortunato di me, o allora gli altri sono dei gran bugiardi». Eppure c’era un carattere dell’Italia che Stendhal prediligeva, e che gli permetteva di contrapporla a ogni altra scena – innanzitutto a quella, sempre irritante, di Parigi: «Si richiede la felicità dalle emozioni, e non dalle battute piccanti, dai racconti aggraziati, dalle avventure amabili». una certa tonalità e intensità dell’emozione che per Stendhal decide di tutto. L’esprit parigino, con le sue schermaglie rapide e venefiche, aveva finito per disseccare la linfa delle sensazioni. Stendhal la ritrovava in Italia e si preparava, quasi da provocatore, a immetterla nella fisiologia del romanzo. Certo, questa rinuncia all’esprit parigino, con il suo perenne «tintinnio spiritoso di un dialogo brillante e semiletterario», comportava anche qualche inconveniente per il viaggiatore Stendhal. Per esempio, «nel paese della naturalezza, dove il saper vivere non impone la stessa uniforme a tutti gli animi, nulla ostacola lo sviluppo rigoglioso dell’italiano sciocco». E quanti ne incontrava Stendhal... Ma questo non bastava a guastare quella promessa di felicità che in Italia gli veniva incontro così facilmente. Una sera, a Monticello, annotò: «Qui la sensazione del bello vi arriva a folate da tutte le parti». *** Un giorno, sulla strada per Napoli, Stendhal si rese conto, con qualche perplessità, che cominciava a sentire in sé un’inclinazione per gli aristocratici. Ma non aveva sempre pensato l’opposto? «Fino a questi ultimi tempi, credevo di detestare gli aristocratici». E allora? Condannare, reprimere i nuovi sentimenti? O no? Era l’occasione per dire, fra le scosse della carrozza, che cos’è l’io, nel modo meno kantiano immaginabile: «Che cos’è l’io? Non ne so niente. Un giorno mi sono svegliato su questo tema; mi trovo legato a un corpo, a un carattere, a un patrimonio. Dovrò divertirmi vanamente a volerli cambiare, e intanto dimenticarmi di vivere? Inganno: mi sottometto ai loro difetti. Mi sottometto alle mie inclinazioni aristocratiche dopo aver declamato per dieci anni, e in buona fede, contro ogni specie di aristocrazia». il preludio – trascinante – per una scena che avviene il giorno dopo. Già sentiamo circolare un’aria di invincibile disponibilità e scioltezza. Idee, sentimenti: tutto può cambiare – purché non ci si dimentichi di vivere. Stendhal arriva a Terracina. Apprezza la locanda. Si trova a tavola con un altro gruppo di viaggiatori, provenienti da Napoli. Come al suo solito, attacca discorso. E di che parlare? Dell’opera – e magari di Rossini. Si rivolge a un giovane stempiato, biondo, di bell’aspetto, intorno ai venticinque anni. Lo isola come suo interlocutore. Capisce subito che ha visto giusto, perché l’altro gli risponde con «idee nette, brillanti e divertenti». Stendhal ha l’impressione di poter parlare liberamente. Chiede se a Napoli potrà vedere l’Otello di Rossini. L’ignoto sorride. Stendhal insiste, lanciandosi in grandi lodi del musicista. L’ignoto sorride ancora. Rossini. Stendhal, fra sé: «Per fortuna, e per puro caso, non ho parlato della pigrizia di quel bel genio né dei suoi numerosi plagi». La scena sembra preparata per una vita di musicista girata a Hollywood. Vediamo anche i costumi, il gioco delle fisionomie, come apparirebbero nel film. Stendhal sarebbe Cornel Wilde? E Rossini? Forse Mel Ferrer? O Peter Ustinov? Ma nelle note di Stendhal la scena dà un altro suono. «Questo pover’uomo di genio mi interessa vivamente», osserva subito. Sì, Rossini ha un’aria allegra e «abbastanza felice», ma è pur sempre un pover’uomo: «Scrive su un tavolaccio, con il rumore della cucina della locanda, e con l’inchiostro fangoso che gli portano in un vecchio recipiente per le pomate». In queste condizioni, «come avere il coraggio di rimproverargli di comporre un’opera in quindici giorni?». L’«inchiostro fangoso» di Rossini è il dettaglio che colpisce al cuore: ormai il genio della musica è fuggito dalla bottiglia, vaga per il mondo senza dover fare i suoi inchini a corte né mangiare nelle cucine con la servitù. Eppure c’è sempre il chiasso che viene dalla cucina. E, soprattutto, l’«inchiostro fangoso». Ma tutto sprigiona un senso irreprimibile di felicità. Stendhal e Rossini rimasero a chiacchierare, con il loro tè, sino a mezzanotte passata. Il viaggiatore prese nota: «Alla fine mi separo da questo grande compositore con un sentimento di melanconia».