Giuseppe Galasso, Corriere della Sera 23/3/2007, 23 marzo 2007
Venti edizioni dal 1991 al 2007 per il Candido o l’ottimismo di Voltaire, della Feltrinelli. Un successo raro, dunque, anche in epoca mediatica, per questo conte philosophique, apparso nel 1759
Venti edizioni dal 1991 al 2007 per il Candido o l’ottimismo di Voltaire, della Feltrinelli. Un successo raro, dunque, anche in epoca mediatica, per questo conte philosophique, apparso nel 1759. In un cento pagine vi si gioca fra il maestro, Pangloss («tutti gli eventi sono connessi nel migliore dei mondi possibili»), e un amico di Candido, Martin («lavoriamo senza ragionare: è il solo mezzo per rendere sopportabile la vita»). Per sé, Candido, a cui tutto va male, conclude che Pangloss dice bene, «ma dobbiamo coltivare il nostro orto»: cioè, va bene ragionare, ma intanto si deve vivere. Ma perché oggi si legge tanto un testo che dubita dell’ordine razionale del mondo e nega che tutto vada per il meglio? Barbey d’Aurevilly lo definì un «libro scellerato, che fa della coscienza umana uno scherzo» e irride alla Divina Provvidenza. Per Flaubert è «spaventosamente grande»; e nella «conclusione tranquilla» di Candido, «stupida come la vita», vi si rivela «l’artiglio del leone». Per la Staël, Voltaire, insuperabile per gaiezza, arguzia e grazia, ci fa accorgere dei suoi scopi filosofici solo quando li ha già ottenuti. Sono i giovani e gli anziani, si dice, a leggere Candido. Per me sarebbe bello così. Ma lo leggono come «scellerato» o come «spaventosamente grande» o come spiritosa novella filosofica? Penso a due ipotesi: una di De Sanctis («la negazione giunge all’ultima sua efficacia nell’ironia bonaria di Voltaire, con tanto buon senso sotto tanta malizia») e una di un giornale di allora («vi si riconosce un uomo di ingegno, che dice tutto ciò che vuole, ma che si permette di dire tutto»). Insomma, un libro gaio e arguto, in cui l’ironia porta al buon senso e a una piena libertà di pensare e di parlare. Bisogni di sempre. Sono oggi più forti?