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 2007  marzo 23 Venerdì calendario

VENTURA Paolo

VENTURA Paolo Milano 1968. Artista • «Tutto succede di notte, in inverno, in una città europea e sempre (più o meno) negli anni Quaranta. In questo posto non ci sono bambini, né macchine, né animali. Se s’intravede un gatto, è nascosto nel buio. Gli uomini e le donne sono imbacuccati. E sono soldati, prostitute e baristi come in un film francese sulla Seconda guerra mondiale. Tutto è pronto per una bella storia, ma non c’è storia. Tutto è pronto per girare un film, ma non c’è un film. Ci sono immagini che arrivano da un passato che l’autore, Paolo Ventura, nato nel 1968, non ha vissuto. cresciuto però a Milano con una nonna, traumatizzata dalla guerra, che per tutta l’infanzia gli ha raccontato storie di bombe e coprifuochi. cresciuto con un babbo che faceva l’illustratore e con un fratello gemello che è andato a vivere in America. Così anche lui, dopo essere stato bocciato al liceo più volte, aver frequentato l’Accademia di Brera con insuccesso, e aver fatto foto di still life e moda, ha deciso di cercare fortuna Oltreoceano. Lì l’ha trovata e oggi è fotografo amato dai collezionisti, corteggiato dalle gallerie (Husted&Hunt Gallery), richiesto da riviste come il New Yorker e il New York Times Magazine e da editori come Contrasto (vedi il libro In tempo di guerra), sempre più invitato in mostre internazionali [...] Ma è davvero un fotografo? E che tipo di fotografo? Perché Paolo Ventura, per sua stessa ammissione, non sa niente di macchine fotografiche, è poco interessato alle pellicole, per niente ai reportage o ai ritratti. Anzi, il mondo che lo circonda non gli piace. Dice: ”Detesto le macchine, il rumore, i tempi convulsi, gli oggetti industriali, il consumismo. Cammino a piedi, ho nostalgia dei tempi in cui si aveva per tutta la vita un solo cappotto che prendeva la forma del corpo e delle città che avevano ancora una loro estetica”. E siccome tutto questo non c’è più, lui lo ricompone pezzo a pezzo. Costruisce dei piccoli set (rapporto uno a dieci), stanze con i muri scrostati, sedie di falegnameria, vecchie biciclette, abiti da sarto. Prende bambolotti tipo Big Jim a cui modella nuovi volti, imperfetti come erano quelli di un tempo. Cerca oggetti nei vecchi negozi di giocattoli, mercatini e rigattieri newyorchesi. E dopo aver fatto tanta fatica fa un solo scatto, a tempi lunghissimi (dai tre ai quattro minuti), sempre nello stesso posto sotto il lampadario di casa. Poi distrugge tutto. Quello che resta è una sola immagine. E un metodo, da artista o da scrittore. D’altri tempi s’intende. ”Amo la letteratura, quella italiana di Bassani, Fenoglio, Parise e Carlo Levi. Il realismo magico di Donghi in pittura, il cinema di Visconti e in genere tutto quello che si girava un tempo negli studi coi cieli dipinti”. E costruiti pezzo a pezzo come i piccoli set o le più recenti lanterne magiche da museo del cinema che nascono dalle mani di questo archeologo della visione. Forse non esattamente un fotografo, ma di sicuro un puro romantico nel senso migliore del termine, che cerca di restituire la meraviglia dell’immagine e il potere narrativo della memoria, ai nostri occhi e alle nostre menti satolle e intossicate da troppi effetti speciali e photoshop» (Alessandra Mammì, ”L’espresso” 29/3/2007).