Varie, 22 marzo 2007
VITALONE
VITALONE Claudio Reggio Calabria 7 luglio 1936, Roma 29 dicembre 2008. Giudice. Sottosegretario agli Esteri nell’Andreotti VI (1989-91), Andreotti VII (1991-1992), ministro del Commercio con l’Estero nell’Amato I (1992-1993). Coimputato con il senatore a vita Giulio Andreotti nel processo di Perugia per il delitto Pecorelli da cui fu assolto con formula piena. «Il suo ufficio era accanto a quello del Procuratore Giovanni De Matteo. Ma tutti consideravano il sostituto procuratore Claudio Vitalone il vero capo della Procura di Roma. Erano gli anni Settanta. E Vitalone costruiva la sua carriera creando solidi legami politici e pilotando l’ascesa di magistrati amici nei posti chiave. ”Un tipico uomo di potere”, lo definisce l’ex senatore del Pci Emanuele Macaluso. Un potere esercitato dietro le quinte, in maniera soft, com’era nello stile di questo personaggio […] Il primo brutto scivolone lo subì nel 1993. Democristiano, collegato a Giulio Andreotti, a quel tempo era ministro del Commercio estero. Fu accusato di aver favorito suo fratello Vilfredo che gestiva una cooperativa vinicola. L’accusatore Evaristo Benedetti fu poi condannato per calunnia, ma intanto Vitalone aveva dovuto lasciare la poltrona di ministro. Chiuse il suo elegante ufficio in via Veneto e si preparò a fronteggiare altri guai giudiziari. Il nome emergeva dal processo per mafia nei confronti del suo mentore politico Andreotti, dove però lui non fu inquisito. Qualche testimone giurava di averlo visto insieme coi famigerati cugini Salvo. Poi si abbatté l’accusa più bruciante, quella di aver fatto uccidere nel ”79 Mino Pecorelli, un omicidio che, secondo il pentito Tommaso Buscetta, ”poteva essere stato un desiderio del senatore Andreotti”. Pecorelli era un uomo che bazzicava ogni giorno a Palazzo di Giustizia, frequentava anche l’ufficio di Vitalone, che allora era sostituto, e pubblicava un periodico zeppo di vicende scabrose. Vitalone fu assolto in primo e secondo grado. Ma disse che non aveva niente da festeggiare perché ”ho perso 10 anni di vita e gli amici mi hanno abbandonato per paura”. Una persona ”intelligente ma terribile”, lo definì la vedova del banchiere Roberto Calvi. In una squadra di calcio sarebbe stato un attaccante. Sempre aggressivo. Nel 2005 per rivendicare la nomina a presidente di sezione in Cassazione mandò al Csm una diffida che qualcuno valutò come ”un’intimidazione”. La sua figura rimane legata a quella Procura romana che aveva gli occhi direttamente puntati sul ”Palazzo”. E spesso fingeva di non vedere. In quei piccoli uffici male illuminati affluivano importanti processi strappati ad altre città. Col tempo le inchieste venivano smontate, diluite e infine affossate, facendo guadagnare alla Procura l’appellativo di ”porto delle nebbie”. Secondo l’ex magistrato Ferdinando Imposimato, Vitalone ”cercò di far approvare dal ministro della Giustizia Bonifacio un atto di clemenza per i terroristi per salvare Aldo Moro”. Vitalone e Imposimato rischiarono di morire insieme nel ”79. ”Facevamo un’inchiesta sui terroristi in Veneto, scoppiò una gomma dell’auto. Finimmo in un burrone. Claudio rimase 3 mesi in ospedale. Da allora mi diceva sempre: siamo morti e rinati, siamo nati due volte”» (Marco Nesse, ”Corriere della Sera” 30/12/2008).