Marco Belpoliti, La Stampa 21/3/2007, 21 marzo 2007
MARCO BELPOLITI
Dante Giacosa, il suo fertile papà, non l’aveva certo previsto. Per lui e per i dirigenti dell’epoca, l’ingegner Valletta, in primis, la nuova 500 doveva essere l’utilitaria del boom delle quattro ruote, l’auto per l’impiegato e per l’operaio specializzato in quel 1957, il veicolo della grande trasformazione: l’Italia su strada. E così fu. Un successo via via sempre più ampio.
Quello che il progettista Fiat non aveva pronosticato è stata invece la trasformazione di quella piccola automobile dalle forme curve - un uovo con le ruote - in un oggetto di culto, un simbolo: totem e tabù del nuovo costume sociale italiano. Partita come una soluzione progettuale che connetteva l’automobile con la motocicletta, vettura economica ma resistente (quattro tempi, due cilindri in linea, raffreddamento forzato ad aria), la 500 si trasforma quasi subito in un testimone generazionale.
A metà degli anni Sessanta mentre i genitori passano alla 600, poi alla 1100, e quindi alla 850 e subito dopo, già in anni di piombo, alla 127, la 500 diventa di colpo l’auto dei giovani, o dei semi-giovani. La prima macchina della vita. Ma anche lo strumento per emanciparsi dalla famiglia. In breve, una piccola alcova portatile dove si consumano i primi amori, la scoperta del sesso su sedili non del tutto ribaltabili, in piccoli spazi quasi giapponesi: kamasutra zen. Nascono anche le barzellette sul concepimento di infanti dentro l’abitacolo ristrettissimo dell’automobile.
Ogni oggetto, come si sa, debutta in un modo e poi si evolve in un altro. La 500 è stata uno dei motori della modernizzazione italiana in tutto e per tutto. Dal suo tettuccio apribile - cabriolet minimale - spuntano le bandiere e i torsi festanti dei tifosi nelle notti del Messico 70, ma anche la sua sportività rovesciata si afferma prepotentemente: diventare maestri della doppietta come iniziazione immaginaria al mondo delle corse - colpetto di acceleratore tra una marcia e l’altra a frizione premuta, sia a scendere sia a salire di marcia. Dal 4 luglio 1957 al 5 agosto 1975 corrono 18 anni e 3.893.294 pezzi prodotti: da Torino a Termine Imerese, come dire l’intera storia della Fiat ruggente, la casa produttrice di autovetture che ha segnato la storia e l’immaginario degli italiani.
La 500 ne rappresenta come una sorta di doppio fondo, piccolo inconscio meccanico che continua la propria vita anche al di là della sua estinzione industriale, dopo che l’ultima vettura della serie è uscita dagli stabilimenti siciliani. Non c’è immagine di questi 18 anni in cui la 500 sia assente. Che si tratti di una famigliola diretta al mare, coi figli compressi nei minuscoli sedili posteriori, o di un’istantanea di qualche moto di piazza, sciopero, corteo, manifestazione, l’ovetto di Giacosa c’è sempre, magari di lato o sullo sfondo. Del resto la sua forma tondeggiante, quella forma inclusiva, smussata, ovattata, possiede anche qualcosa che trascende il puro dato economico e motoristico, per approdare a qualcosa di decisamente materno. Un piccolo utero viaggiante, una sorta di "mammifero", per dirla con Giorgio Manganelli, cui mancano solo i capezzoli, o il capezzolo, - somiglia terribilmente a un seno - per renderla perfettamente antropomorfa.
Più che un oggetto meccanico, infatti, la nostra 500 dovrebbe essere considerata un oggetto morfogenetico, una forma mutante dell’essere umano che quando la indossa - la 500 è come un cappotto, una maglia, un golf - si sente subito a casa sua. Probabilmente solo una lettura psico-antropologica può spiegare la persistenza del mito che partecipa, almeno in parte, a quello della Grande Madre, divinità inconsapevolmente amata da tutti gli italiani. Siamo diventati adulti con lei pur conservando qualcosa della nostra infanzia. Ben tornata 500.