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 2007  marzo 21 Mercoledì calendario

Alla fine, il Grande Levantino è andato a sbattere contro il muro del Dipartimento di Stato. E stavolta non è bastato tutto il tatticismo in cui D’Alema si ritiene maestro per evitargli l’accusa di falso in atto politico

Alla fine, il Grande Levantino è andato a sbattere contro il muro del Dipartimento di Stato. E stavolta non è bastato tutto il tatticismo in cui D’Alema si ritiene maestro per evitargli l’accusa di falso in atto politico. Convinto da questi ultimi anni di navigazione a vista di poter affermare tutto e il contrario di tutto, schivando ogni ostacolo con sublime retorica, il ministro degli Esteri non aveva messo in conto la possibilità di una reazione tanto severa al suo tentativo di interpretare bonariamente il pensiero della Casa Bianca sul rilascio dei comandanti talebani. Ma al teatro della diplomazia le parole contano. E tra alleati ci si può trovare anche in conflitto radicale, si possono incrociare le armi della dialettica fin quasi al punto di non ritorno, ma definire «bugiardo» il proprio interlocutore ­ come è stato di fatto etichettato il nostro ministro degli Esteri da Washington ­ segnala il passaggio di una soglia simbolica di enorme significato. Non era mai avvenuto prima nella storia delle tensioni recenti tra Italia e Stati Uniti, a partire dalla «madre di tutte le crisi» di Sigonella fino all’uccisione per mano americana di Nicola Calipari. Non era capitato neanche allo stesso D’Alema, che poco dopo il suo insediamento a Palazzo Chigi si era trovato per le mani l’esplosiva assoluzione dei piloti americani responsabili della strage del Cermis dinanzi ad una corte marziale statunitense. In quell’occasione, incontrando Bill Clinton a Washington nel marzo 1999, D’Alema era ricorso a toni anche più severi di quelli che gli abbiamo sentito usare in questi giorni. Di fronte ad un Presidente amico non si era peritato di definire quella sentenza «un fatto sconcertante», «un ferita ancora aperta» che spingeva «un Paese civile com’è l’Italia a chiedere che venga fatta piena luce fino all’individuazione e alla punizione di tutti i responsabili». Non fu un incontro facile. Il primo ex comunista a guidare il governo italiano aveva gli occhi dell’America puntati addosso, soprattutto nelle sue iniziative internazionali. Inaugurare la sua leadership con un conflitto frontale con la Casa Bianca era quanto di peggio si poteva augurare. Eppure aveva affrontato la questione a viso aperto, scegliendo con chiarezza una posizione non equivocabile. D’altra parte quella strage aveva scosso in profondità l’Italia, con quei piloti sorpresi a lanciare i propri aerei in uno slalom tra i pali della funivia e quei venti sciatori assassinati come per gioco. D’Alema doveva chiedere giustizia e lo fece direttamente, incontrando su quel terreno di franchezza la comprensione di Bill Clinton. Che si disse convinto delle buone ragioni di quell’ansia di verità e pienamente disponibile a collaborare alla ricerca di una soluzione giudiziaria e di un pieno risarcimento. La trasparenza aveva pagato, anche e soprattutto perché era stata rivestita di durezza verbale. Così come aveva pagato quasi quindici anni prima, in quel marzo del 1985 che aveva visto Bettino Craxi contrapporsi frontalmente a Ronald Reagan. La scena è di quelle che compongono da tempo l’iconografia ufficiale della Prima Repubblica: l’aereo egiziano in volo verso Tunisi dove avrebbe dovuto trasportare sano e salvo il commando palestinese guidato da Abu Abbas, che poco prima aveva assassinato Leon Klinghoffer sull’Achille Lauro dirottato; i caccia statunitensi che lo costringono ad atterrare all’aeroporto militare di Sigonella; i carabinieri e i militari americani che si fronteggiano a lungo, con i fucili spianati e i blindati pronti ad intervenire, in attesa di un chiarimento politico tra i capi di governo. Il racconto delle telefonate transatlantiche corse in quelle ore della notte tra Craxi e Reagan, con l’aiuto di un traduttore del Dipartimento di Stato, ha conosciuto versioni anche molto diverse. Ma di certo c’è che quell’alzarsi di Craxi in difesa della sovranità territoriale italiana gli sarebbe valso il sostegno della gran parte dell’opinione pubblica e persino il plauso unanime del Pci, oltre ad una crisi con la Casa Bianca destinata a ricomporsi di lì a poco. Leader nazionali che non se le mandano a dire, diplomazie alleate che si fronteggiano anche duramente, crisi che rientrano dopo aver conosciuto momenti di estrema tensione. quanto è accaduto anche tra Italia e Stati Uniti prima della «guerra al terrore», che con i suoi metodi obliqui e sfuggenti sembra aver reso di colpo impraticabile il metodo della piena assunzione di responsabilità da parte della nostra diplomazia. Anche con le tensioni che ne potevano talvolta conseguire. Il caso Calipari lo ha già tragicamente segnalato. Una trattativa sotterranea per la liberazione di Giuliana Sgrena dalle milizie fondamentaliste irachene, il pagamento di un riscatto di cui non avremmo mai conosciuto l’entità e infine quello che doveva essere il viaggio verso la libertà accanto al dirigente del Sismi che aveva coordinato i negoziati. La morte di Nicola Calipari per mano di un militare americano, nel marzo 2005, sigilla l’inizio di una fase del tutto nuova. Nella quale i vertici della politica italiana sembrano scegliere l’opacità di contro alla trasparenza, difendendola caparbiamente come metodo anche quando a farne le spese sono funzionari pubblici come il dirigente del Sismi. O come quando ­ è storia di queste ore ­ non solo la Casa Bianca ma tutti i nostri principali alleati guardano con sconcerto al prezzo politico che l’Italia ha imposto con soave leggerezza alla Nato in Afghanistan per la liberazione di un nostro ostaggio. Dopo l’assassinio di Calipari il governo Berlusconi si trovò di colpo sostenuto dal centrosinistra contro il «grilletto facile» dei militari americani, senza che troppe voci si levassero da Montecitorio a criticare il metodo seguito nella trattativa e il riscatto versato direttamente nelle casse della guerriglia irachena. Oggi ad essere clamorosamente smentito è un ministro che ha fatto dello slalom retorico tra le ragioni della sinistra radicale un metodo di conduzione della politica estera. Peccato che a farne le spese sia un frammento cospicuo della nostra credibilità internazionale.