Fabio Martini, La Stampa 21/3/2007, 21 marzo 2007
Erano le 18,15, mancavano pochi minuti ad un incontro tutt’altro che epocale - con il Pri per la riforma elettorale - Romano Prodi si era alfine rilassato, quando la porta del suo ufficio si è spalancata: «Presidente sta per uscire una nota informale dell’amministrazione americana, dicono che le modalità del rilascio di Mastrogiacomo aumentano i rischi per tutti
Erano le 18,15, mancavano pochi minuti ad un incontro tutt’altro che epocale - con il Pri per la riforma elettorale - Romano Prodi si era alfine rilassato, quando la porta del suo ufficio si è spalancata: «Presidente sta per uscire una nota informale dell’amministrazione americana, dicono che le modalità del rilascio di Mastrogiacomo aumentano i rischi per tutti...». Prodi ha cambiato espressione: «E per quale motivo? Sono sbalordito, Massimo stamattina mi aveva detto che l’incontro con la Rice era andato bene...». Certo, Prodi è un freddo che maschera bene la trepidazione interiore, ma l’ennesima scarica di adrenalina lo ha rigettato nell’emergenza: «Chiamatemi subito D’Alema, per favore...». I due si erano già sentiti dieci ore prima, alle 8 del mattino, prima che il ministro degli Esteri ripartisse per l’Italia e la sua relazione sull’incontro con la Rice era stato rassicurante. Compulsato il numero d’emergenza della Farnesina, Prodi ha subito chiesto al suo ministro degli Esteri: «Massimo, che peso dai a questa nota informale?». Dopo un breve scambio, Prodi insiste: «Cerchiamo di capire cosa è successo, senti tu gli americani?». Massimo D’Alema si è incaricato lui di sondare l’amministrazione americana, «se possibile la Rice in persona», contatto che in serata si è rivelato impossibile e che è stato fissato per questa mattina. Ma che quella nota Usa non fosse un rituale richiamo all’ordine, Romano Prodi lo ha capito poco dopo. Alle 19,20 gli è stata consegnata la nota del Foreign Office, quella che con parole meno aspre ma esplicite, faceva capire che anche il governo britannico considera deplorevole l’ineguale scambio consumato dagli italiani: cinque terroristi contro un prigioniero. Prodi ha intuito che la cose si stavano mettendo male. L’uno-due Usa-Gran Bretagna lasciava presagire qualcosa in più della comune irritazione dei paesi atlantici: cominciava a delinearsi un concerto. Ed è a questo punto che nelle chiacchierate informalissime al piano nobile di palazzo Chigi, chiacchiere non destinate alla divulgazione, si è rammentato «l’irrituale precedente della lettera dei sei ambasciatori Nato» agli italiani, una iniziativa che - nelle ricostruzioni italiane - ha trovato come catalizzatore l’ambasciatore americano a Roma Ronald Spogli. Vera o falsa che sia l’interpretazione, ieri sera è tornato a circolare a palazzo Chigi il sospetto di una manovra organizzata in vista dell’imminente voto al Senato (il 27 marzo) per il rifinanziamento delle missioni italiane all’estero. Si tratta di sospetti pubblicamente inconfessabili, ma al di là dei personali rapporti di Prodi e D’Alema con l’ambasciatore Spogli, dentro il governo ci si è spesso lamentati per la freddezza dell’ambasciata americana. E così, se in queste ore si è riaperto un aspro conflitto diplomatico con gli amici-nemici di sempre, gli Stati Uniti, potrebbe presto aprirsi una crepa anche all’interno del governo sulla gestione della vicenda-Mastrogiacomo. Senza plateali smarcamenti, il ministro della Difesa Arturo Parisi ha già fatto trapelare il suo dissenso e ieri il ministro dell’Interno Giuliano Amato ha informalmente commentato: «Certo, sarebbe grave se davvero gli americani non fossero stati informati sulle modalità dell’operazione». E Francesco Rutelli? Impegnato in una missione in Giappone e per quanto amico di Mastrogiacomo, il vicepremier è restato tagliato fuori dalla gestione della vicenda e per ora non ha voluto dire più di questo: «Ascolteremo quel che ci dirà il ministro degli Esteri in Consiglio dei ministri».