Sergio Romano Corriere della Sera 21/3/2007, 21 marzo 2007
Corre voce che le nostre forze armate ridurranno il numero dei loro soldati mentre quelle americane e britanniche le aumentano, convinte di non averne abbastanza
Corre voce che le nostre forze armate ridurranno il numero dei loro soldati mentre quelle americane e britanniche le aumentano, convinte di non averne abbastanza. Nel caso opposto italiano, i tagli sono invece dovuti alla necessità di rimediare a errori nella riforma della Difesa che non ha programmato a suo tempo un congruo aumento dei fondi per fare fronte al più alto costo dei professionisti rispetto ai soldati di leva. E così, quando nel 2005 e 2006 si è «anemizzato» il bilancio della Difesa, le spese per il personale ne hanno assorbito oltre il 70% a scapito degli investimenti e della gestione. La Finanziaria del 2007 ha tamponato alcune falle, ma per riequilibrare la situazione ci sono due strade: aumentare il bilancio o contrarre le spese. Si è scelta la via più facile, cioè ridurre i giovani da reclutare. Così avremo meno soldati, meno collaborazioni con Onu, Ue e Nato, meno peso politico, senza aver risolto il problema che esige soluzioni coraggiose, politiche e strutturali. Ma c’è altro. Nel dibattito sull’impegno afghano si sono confermate le esitazioni a impegnare le nostre truppe in combattimento. Questa tendenza che a sproposito e per l’ennesima volta chiama in causa l’art. 11 della Costituzione, non solo confonde le idee ai nostri soldati, ma rischia di divenire il marchio di fabbrica dei nostri impegni, con ricadute più gravi di quelle dovute a penuria di fondi e soldati. Secondo il ministro Parisi, l’Italia non ha cultura militare. Ha ragione, ma il problema non avrà soluzione fino a che non si aprirà un dibattito serio sulle forze armate. Non vale la pena tentare? gen. Luigi Caligaris Roma Caro Caligaris, quando era presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat amava ricordare che l’Italia spendeva per la pubblica istruzione più di quanto spendesse per la sua sicurezza militare. Più tardi, negli anni Settanta e Ottanta, mentre la Nato chiedeva ai suoi membri di assegnare alla Difesa il 3% del prodotto interno lordo, noi mantenemmo più o meno invariato il nostro modesto contributo alla sicurezza comune. Avremmo potuto migliorare il nostro apparato militare inserendoci, come le altre maggiori democrazie industriali, nel mercato delle armi tecnologicamente avanzate. Le forniture avrebbero dato maggior lavoro alle nostre imprese e favorito ricerche e sperimentazioni di cui erano certamente capaci. Ma l’esportazione di armi fu considerata come un’offesa alla «politica della pace» e venne sottoposta a rigorose limitazioni da una legge del Parlamento. Più recentemente, come lei ricorda, l’art. 11 della Costituzione («L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali») è stato progressivamente interpretato come un ostacolo insormontabile alla partecipazione delle forze armate italiane in qualsiasi operazione militare. E oggi, infine, il governo è marcato ai fianchi dall’ala pacifista e neutralista della sua coalizione. Come dissentire da posizioni così nobilmente umanitarie? Peccato che questi propositi si scontrino con la collocazione geografica del Paese e con le ambizioni dei suoi governi. La fine della guerra fredda ha reso ancora più grave il problema della sicurezza. Quando l’Italia era terra di frontiera, a breve distanza dal sipario di ferro, potevamo contare sull’equilibrio del terrore e sperare ragionevolmente che nessuno dei due blocchi avrebbe corso, con atteggiamenti avventati, il rischio di una ecatombe nucleare. Oggi viviamo ai confini di un Medio Oriente allargato che comincia alle porte di casa e si estende, attraverso il Mediterraneo e la penisola balcanica, ad alcune fra le regioni più turbolente dell’Asia meridionale e centrale. I governi ne sono consapevoli e sanno che il prestigio e la sicurezza dell’Italia, in un mondo così pericolosamente instabile, dipendono anche e soprattutto dal modo in cui il Paese può concorrere alla soluzione delle crisi internazionali. questa la ragione per cui tutti i governi che si sono succeduti alla guida della nazione, dall’inizio degli anni Novanta a oggi, hanno deciso di impegnare le forze armate in operazioni d’oltremare. Credo che alcune scelte (quella irachena per esempio) siano state sbagliate, ma il desiderio di essere presenti, insieme ai nostri alleati, là dove la situazione richiede un intervento militare, mi sembra essere complessivamente condiviso dal centro-destra e dal centro-sinistra. Ogni governo, tuttavia, sembra convinto che questa linea politica possa essere perseguita con un bilancio insufficiente e soprattutto che possa conformarsi ai principi dell’ortodossia pacifista. Mandiamo all’estero truppe modestamente attrezzate e imponiamo regole d’ingaggio che dovrebbero evitare il combattimento. Il risultato beninteso è una politica che scontenta contemporaneamente i nostri pacifisti, contrari a qualsiasi missione internazionale, e i nostri alleati. Accade infine che i nostri ragazzi, pur di fare qualcosa, costruiscano chiese cattoliche in un Paese musulmano, come sta accadendo, a quanto pare in Afghanistan: una nobile iniziativa che farà di noi, negli ambienti islamisti, una nazione di «crociati». Ma i crociati erano armati, noi no.