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 2007  marzo 21 Mercoledì calendario

La Rimini che tutti conoscono non esiste. un luogo comune, anzi il Luogo Comune elevato a industria

La Rimini che tutti conoscono non esiste. un luogo comune, anzi il Luogo Comune elevato a industria. Metà degli italiani, dato reale, c´è stata almeno una volta e non ha mai visto la città. L´altra metà la immagina come nei film, in tv o nei romanzi. Ma Fellini nella sua città non ha girato un metro di pellicola. Il lungomare de "I Vitelloni" è Ostia e il Grand Hotel di "Amarcord" un sipario di cartapesta. Non c´era la Nashville anni Ottanta «dove i sogni si buttano a mare, la gente si uccide con le droghe, ama, trionfa o crepa», la "Rimini" del romanzo cult di Pier Vittorio Tondelli, che qui non era mai venuto Nella Rimini vera, per dire, non c´è neppure il mare. I riminesi vivono nel borgo antico a due chilometri dalla costa e se hanno voglia di bagni partono per i Tropici d´inverno. I rapporti fra la città e il più potente dei suoi maghi sono sempre stati pessimi. Quando Fellini torna a casa, dopo un paio di Oscar, incontra al caffè il Nin Pasquini, pioniere delle discoteche, che lo saluta: e te, Federico, cosa fai di bello? Il sedicente «Museo Fellini» è uno scantinato dove tre anni fa l´altissima Sharon Stone diede una memorabile zuccata e quasi svenne. Nel 2001 il giornale locale ha indetto un referendum per «il riminese del secolo» e ha vinto un tal Umberto Bartolani, una specie di capo dei goliardi. Secondo Fellini e fuori classifica Hugo Pratt: nessuno sapeva che il padre di Corto Maltese fosse nato qui nel 1927. Quando l´hanno scoperto, poche settimane fa, hanno provato a intitolargli una strada. Ma il nome sulla targa era sbagliato («Ugo Prati») e la cerimonia è stata rinviata a data da destinarsi. «Qui siamo un po´ grezzi» ammettono i riminesi, con un sorriso. Sarà vero? In realtà Fellini è rimasto sempre profondamente riminese, almeno quanto i riminesi possono dirsi felliniani. Nel senso di geniali maghi, inventori di mondi paralleli. Il loro cinema si chiama turismo, la Dolce Vita è il «distretto del piacere», la Gradisca è la cubista regina delle discoteche, la Cinecittà è sparsa fra Oltremare, Aquafan e Mirabilandia. Il Grand Hotel autentico, più finto del gemello di celluloide, dopo il fallimento dell´ultimo proprietario, il furbetto Danilo Coppola, finirà nelle mani del miliardario russo, Velkenberg, uno Sceicco d´oggi. Ma il capolavoro, l´«Otto e Mezzo» del fellinismo collettivo riminese è l´aver trasformato l´elemento più naturale che esista, il mare, in una pura finzione. Venti milioni di turisti ogni anno si rovesciano sulla Riviera Romagnola (sette a Rimini) perché «si sentono a casa» in un set creato dal nulla. Non è l´essenza dell´arte costruire dimore virtuali per gli altri? La casa dei riminesi è l´altra, dentro le mura. Ed è una vita di campagna romagnola, lenta, dolce, silenziosa e frugale. Il contrario della chiassosa «Second Life» inscenata al mare per tenere fede alla fama turistica di una terra romagnola dove si gode, si beve, si mangia, si ride e ci si diverte più che in ogni altro posto al mondo. La verità è che qui si lavora tanto e tutti per mandare avanti il «divertimentificio» degli altri. Il vitellone da spiaggia che stamane dragava il lungomare con la Ducati, la camicia hawaiana, le catenone d´oro e tutto il resto, lo rivedi nel pomeriggio nel centro antico mutato in studente-lavoratore modello, a cavalcioni della bici del padre, indaffarato a cercar lavori per mantenersi a Giurisprudenza. La bella signora che all´una si esibiva in tanga al «Bagno 21» ora corre per i portici ad accompagnare i figli al corso di danza e nel tragitto fa la spesa perché deve tornare a casa, cucinare, chiudere la contabilità della pensione e, se avanza tempo, passare in palestra. Grazie alla faticosa messinscena, ai riminesi è riuscita un´impresa fallita a tutte le mete turistiche del mondo: salvare l´identità. Il turismo corrode, falsifica l´anima delle città. Venezia, Firenze, Capri, Amalfi non hanno più un´autentica vita sociale, i centri storici sono diventati sipari vuoti. I riminesi hanno creato un simulacro a mare, come gli africani costruivano villaggi finti per gli invasori, e si tengono la loro città segreta. Ci sono turisti che in venti o trent´anni non hanno mai superato il ponte di Tiberio per vedere il centro storico e se li trascini all´arco di Augusto o al Tempio Malatestiano, si stupiscono: «Ma questo l´estate scorsa non c´era». Il sociologo Paolo Fabbri, noto in città più che altro come fratello di Gianni, il fondatore della megadiscoteca «Paradiso», ha una teoria affascinante: «Le città di turismo hanno davanti soltanto due modelli, due destini: Venezia o Rimini. La venezianizzazione consiste nel non toccare una pietra e trasformarsi in un parco a tema storico. La riminizzazione è la continua reinvenzione di luoghi e mode ma conservando un nucleo identitario. Al principio era una scelta obbligata. Rimini era lo snodo della linea gotica e uscì dalla guerra distrutta all´82 per cento. Una tabula rasa che azzerò la memoria storica. Ma poi i miei concittadini ci hanno messo del talento nel diventare una Mecca del turismo a partire dal più brutto mare del Mediterraneo». In un secolo e mezzo di turismo, Rimini è stato sempre un laboratorio d´avanguardia nella scienza sociale più complessa, lo studio dei desideri. Il numero dei primati è infinito. Qui è nato nel 1860 il primo stabilimento balneare d´Italia, il Kursaal. Negli ultimi trent´anni la prima discoteca, il primo pub, il dj, la cubista, il fast food all´italiana e il primo parco a tema, l´Italia in Miniatura, forse suggerito dall´archetipo che da secoli sorge a venti chilometri da qui, la rocca di San Marino, madre di tutti i parchi a tema. La città ha vissuto quattro grandi stagioni del turismo, ciascuna la negazione dell´altra. Prima la stagione della villeggiatura d´élite, fra il Grand Hotel e il Kursaal, poi nel dopoguerra l´epoca «fordista» del turismo di massa operaio e impiegatizio, soprattutto italiano e tedesco, che ritrovava nelle spiagge e nelle colonie ordinate e sicure, il conforto di un perfetto welfare vacanziero. Quindi la terza fase, lo «sballo» anni Ottanta, protagoniste le masse giovanili di «certe notti» alla Ligabue («Rimini è come il blues, c´è dentro tutto») , dove c´era davvero tutto, la disco e le pasticche, l´amore e la violenza, i rave party in spiaggia e il Puttan Tour nei viali. Ora che lo sballo è passato di moda, il «Paradiso» ha chiuso, i viados si sono trasferiti a Riccione o Pesaro e i tossici son finiti a San Patrignano, Rimini è già in prima linea nell´intercettare i «nuovi turismi vocazionali», come li ha definiti il professore Andrea Pollarini, fondatore della «Scuola del Loisir», il più avanzato centro di ricerche turistiche d´Europa. «Nella mappa dei desideri il turismo si è spostato dalla vacanza all´esperienza. La scoperta del territorio, la cura del corpo, la possibilità di coltivare le proprie passioni nel tempo libero, dalla cucina alle pratiche sportive, sono i valori emergenti». La poderosa macchina del «divertimentificio», con il più grande insediamento alberghiero del mondo dopo Miami, è rapidissima nel cogliere le tendenze e riciclarsi, ricavare cliniche della salute dalle discoteche, inventarsi percorsi enogastronomici piuttosto che cicloturistici. L´offerta si modella sulla domanda stagione per stagione. In un mese i negozi avevano sostituito le scritte in tedesco con quelle in carattere cirillici per assecondare l´ondata dei russi e ora qualche pizzeria azzarda i menu in cinese. Non bastasse, cresce in fatturato e in esportazioni un brillante distretto industriale e della moda, dalle macchine per il legno più vendute nel mondo (SCM) alla Ferretti alle scarpe Valleverde. Molti investimenti ora si concentrano sulle fiere e i congressi. Mentre a Roma si discute da sei anni sulla «nuvola» di Massimiliano Fuksas, Rimini ha rifatto la Fiera e si prepara a inaugurare un Palacongressi da diecimila posti. La nuova Fiera è diventata la terza d´Italia, dopo Milano e Bologna, insieme a Verona, e i formidabili esperti del settore, in testa il presidente Lorenzo Cagnoni, vengono chiamati a organizzare fiere in tutto il mondo, da Roma a Shangai. Il ricco turismo congressuale nasce da lontano e dalla politica. Qui è nata l´ascesa di Craxi all´ombra della piramide di Panseca, qui è morto il Pci e cominciata la stagione post comunista. Finché un giorno don Giussani, in un bar sul lungomare, s´immaginò una festa dell´Unità dei cattolici e nacque il meeting di Comunione e Liberazione. Come questa capitale dell´anticlericalismo riesca a ospitare col sorriso la sagra dell´integralismo cattolico, è uno dei misteri più profondi della vita riminese. L´ateismo convinto è iscritto nel Dna cittadino da secoli. Il più meraviglioso dei gioielli architettonici, il tempio malatestiano col quale Leon Battista Alberti inaugura il Rinascimento, è l´unico esempio di chiesa cattolica senza un solo segno religioso, con l´eccezione del crocifisso giottesco importato, in compenso circondati da un trionfo di simboli esoterici, zodiacali e pagani. Tanto da far scattare la scomunica di Pio II: «Non è un tempio di Cristo, ma di adoratori del demonio». Lo scrittore Piero Meldini spiega la vocazione riminese ad accogliere con l´antica natura di città-frontiera: «Dai tempi dell´Ariminum romana, confine con la Gallia celtica, all´incrocio di tre strade consolari, Flaminia, Emilia e Popilia, e poi nel Medioevo, con lo Stato Pontificio, fino alla linea Gotica, Rimini è stato confine, porto, crocevia». Gli immigrati sono di casa da sempre, ben integrati. Scrive Lia Celi, firma storica di «Cuore» e riminese d´adozione, nel suo bel pamphlet «Alieni a Rimini»: «A Rimini sono rappresentate tutte le etnie del pianeta, come all´Onu». In un guizzo d´orgoglio il presidente della provincia, Nando Fabbri, rivendica «Rimini è la vera, storica porta sul mondo della pianura padana». Che cosa manca a questa città bella, ricca, allegra? Forse un po´ d´insana malinconia. Ne soffia appena un refolo nei giorni di «garbino», il libeccio di terra, o quando cala la nebbia d´inverno, ma i riminesi la scacciano, unico ospite molesto. Manca la voglia di far pace con la propria memoria, senza cancellare per forza i cattivi ricordi. Allora magari si decideranno a ricostruire il teatro Galli, l´ultima ferita bellica nel cuore di piazza Cavour, e a dedicare a Fellini un vero museo. Per esempio il cinema Fulgor, gioiello liberty dove Federico a sette anni, sulle ginocchia del padre vide il primo film, «Maciste all´inferno», «che avrei cercato di rifare per tutta la vita». Davanti al Fulgor fu deposta la bara di Fellini e Sergio Zavoli tenne l´orazione funebre, con tutta la città intorno, senza un applauso, che il maestro detestava, ma con un contadino sventolar di fazzoletti bianchi, «un volo di gabbiani».