Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  marzo 21 Mercoledì calendario

Ho sotto gli occhi l’immagine, felice e drammatica, di quel che resta di Gino Strada. Poggia la testa sulla spalla di Daniele Mastrogiacomo come per assaggiarne una goccia di piacere per la ritrovata libertà

Ho sotto gli occhi l’immagine, felice e drammatica, di quel che resta di Gino Strada. Poggia la testa sulla spalla di Daniele Mastrogiacomo come per assaggiarne una goccia di piacere per la ritrovata libertà. La moglie Teresa, pur coinvolta in pieno nella vita folle e meravigliosa del suo uomo, è molto preoccupata: «Mi sembra stravolto, sfinito: ho paura per lui». Ma è il suo status naturale, da quando cominciò la straordinaria avventura di Emergency. C’è almeno un decennio di affetto, direi di fratellanza, tra la Gazzetta e questo medico valoroso che odia tutte le guerre e ha deciso di dedicare vita e professionalità alle vittime innocenti, ai bambini mutilati, alle mamme disperate, ai vecchi indifesi. Ne ha operati o curati due milioni e quattrocentomila. Entrò nella nostra redazione per la prima volta credo nel ’97, non ricordo come, e la "mamma rosa" lo ha adottato. Emergency l’abbiamo vista nascere: ora ha 13 anni. Noi le abbiamo dato sostegno, lei ci ha insegnato il piacere e la cultura della solidarietà. Ho accompagnato Gino a Losanna per presentarlo a Samaranch e ai membri del Cio; due giornalisti della Gazzetta, Redaelli e Pasini, sono andati più volte a lavorare a Kabul portando in Afghanistan tutto il materiale possibile; quando nel 2002 si chiuse la mia direzione del giornale, ebbi dai colleghi il regalo più bello: l’attrezzatura fisioterapica per i bambini dell’ospedale di Kabul. Sono episodi spiccioli di un rapporto intenso e irreversibile. E adesso, con quella foto sotto gli occhi, dinanzi a quel Gino tenero e devastato dalla stanchezza, con gli occhi affossati in un volto ossuto sul quale imperversa una barba incontrollabile, la tentazione è grande. Teresa mi ha dato il numero del suo cellulare afghano. «Lui è ancora a Lashkar-gah, nell’ospedale dove hanno liberato Mastrogiacomo. Io stamattina non sono riuscita a collegarmi. Provaci tu». E io provo, tento di raggiungerlo per dirgli che gli siamo sempre vicini. Compongo il numero e la sua voce mi arriva stanca ma tonica, tipica di un uomo che ha ancora tanto vigore addosso: «Chi sei?» E subito dopo: «Grazie per avermi chiamato». Gino mi racconta poche cose: il suo precipitoso viaggio da Khartoum, dove tra poco sarà inaugurato un grande ospedale di cardiochirurgia, il diario dei suoi giorni di paura, la fiducia che Emergency ha riscosso in questa storia controversa: «L’Afghanistan è una patria per Emergency: i nostri ospedali hanno spezzato il fronte, anche durante la guerra». Ma c’è anche un risvolto di preoccupazione: «Non mi sono goduto che poche ore di gioia. Dovrei già essere a Kabul, ma come faccio a muovermi? Hanno arrestato Rahmatullah, il manager del nostro ospedale, un fratello, un uomo decisivo per le trattative coi talebani». Non so cosa dirgli, se non buona fortuna. E lui, uomo dolce anche nel suo inferno, si congeda con un tocco di gentilezza: «E’ un brutto momento, devo lasciarti, saluta tutti gli amici, magari ti richiamo con un po’ di calma». E io mi chiedo se un po’ di calma sia mai esistita nella sua vita. Chi pontifica con i glutei su un cuscino, chi critica senza sapere di cosa parla, chi sputa sentenze odiose, vada ad assaggiare un pizzico dell’esistenza di Gino e della sua famiglia. Quando conoscemmo il dottor Strada, lui ci parlò della sua prima avventura: costruire un ospedale a Sulaimaniya, nel Kurdistan iracheno. Lo guardammo con curiosità, forse anche con un pizzico di sospetto. Emergency era ancora in fasce, godeva di pochissimi aiuti e tutti privati. Ora gli ospedali sono tanti: tre in Afghanistan, due in Iraq, uno in Cambogia, uno in Sierra Leone. E il capolavoro deve ancora arrivare: la Cardiochirurgia di Khartoum, nell’incrocio di Paesi tagliati fuori dall’avanzata della scienza medica e della tecnologia. La Gazzetta in qualche modo ci sarà. Amare Emergency è come amare una mamma.