Eugenia Tognotti, La Stampa 21/3/2007, 21 marzo 2007
EUGENIA TOGNOTTI
La poderosa battaglia per eradicare la malaria, uno dei più antichi flagelli nella nera lavagna delle patologie umane, potrebbe essere a una tappa decisiva, segnata dai trionfi della biologia molecolare e dell’hightech. Un gruppo di scienziati dell’Istituto di ricerca sulla malaria alla Johns Hopkins University (Baltimora, Usa), ha annunciato di aver creato in laboratorio una zanzara geneticamente modificata: uno dei suoi geni, cioè, è stato manipolato in laboratorio per renderla resistente alla malaria e toglierle quindi la capacità di fungere da veicolo dell’infezione.
La ricerca è stata pubblicata sul giornale Proceedings of the National Academy of Sciences. Le zanzare resistenti alla malaria sono più forti di quelle naturali, vivono di più, depongono più uova e nel giro di nove generazioni risultano vittoriose nella lotta per la sopravvivenza. Fatte le dovute «prove», le zanzare transgeniche create in laboratorio, rese malaria-resistenti e prive, quindi, della capacità di fungere da veicolo del parassita, potrebbero sostituire le popolazioni di zanzare vettrici in modo da interrompere il micidiale meccanismo di trasmissione del plasmodio. Tutto questo con tecniche di laboratorio relativamente poco costose.
La capacità di sopravvivenza delle zanzare che non si infettano con il plasmodio malarico rappresenta un vantaggio da tenere presente nelle strategie di controllo di una malattia che, con oltre un milione di vittime in media l’anno, è ai primi posti tra le cause di morte nei paesi in via di sviluppo, soprattutto tra i bambini. Un passo avanti importante dunque, anche se c’è da dire che le applicazioni non sono proprio dietro l’angolo, dati, tra gli altri, i complessi problemi ecologici e biologici da risolvere.
Per questo l’annuncio di oggi ha provocato reazioni contrastanti. Se molti invocano il cosiddetto «principio di precauzione» di fronte alle potenziali conseguenze negative legate all’immissione in natura di un Ogm, sono molti gli interrogativi che incalzano sulle conseguenze a lungo termine. Ci si deve aspettare un’effettiva diminuzione di mortalità e morbilità, oppure l’evoluzione naturale consentirà al parassita di aggirare astutamente la resistenza ottenuta con la manipolazione genetica dei suoi vettori? E in quanto tempo, attraverso la realizzazione di sperimentazioni controllate, sarà possibile arrivare alla verifica che i geni di resistenza non inneschino una forma ancora più aggressiva di malaria, o sì propaghino ad altri insetti? E in che modo, eventualmente, saranno risolti, in paesi come l’Africa, i problemi d’infrastrutture e di tecnologie relative alle zanzare transegeniche?
Insomma, i problemi in campo sono molti, mentre la malaria continua, inesorabilmente, a uccidere 2.000 bambini al giorno solo in Africa. A un secolo esatto dal Nobel assegnato nel 1907 al medico militare francese per la sua scoperta del plasmodio della malaria nel sangue umano, la malaria sembra sfidare la scienza e smentire l’ottimistica previsione dello zoologo italiano Giovan Battista Grassi che, scoperto il ruolo dell’anofele, al tramonto del XIX secolo, aveva previsto una vicinissima sconfitta della malaria, «un colosso dai piedi d’argilla».