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 2007  marzo 20 Martedì calendario

Quale appassionato di storia contemporanea, mi sono sempre interrogato, senza mai trovare una risposta esauriente, quale sia stato il motivo della nascita del contrasto tra le due grandi repubbliche comuniste, la Cina e l’Unione Sovietica

Quale appassionato di storia contemporanea, mi sono sempre interrogato, senza mai trovare una risposta esauriente, quale sia stato il motivo della nascita del contrasto tra le due grandi repubbliche comuniste, la Cina e l’Unione Sovietica. Ragioni puramente ideologiche, legate a dispute territoriali derivate da una diversa gestione dell’economia interna o che altro? Si può azzardare a dire che questa contrapposizione, che ha evitato la nascita di un blocco anti-Usa quasi planetario, può aver salvato il mondo da una possibile terza guerra mondiale? Roberto Maroni rmaroni@libero.it Caro Maroni, la nascita della Repubblica popolare cinese fu annunciata al mondo da Pechino il primo ottobre 1949. Il nuovo Stato venne immediatamente riconosciuto dall’Urss e andò a prendere il suo posto nella schiera dei nuovi regimi comunisti, sorti dopo la Seconda guerra mondiale. Quando Mao Zedong visitò Mosca nel febbraio dell’anno seguente e concluse con l’Unione Sovietica un trattato trentennale di amicizia, alleanza e cooperazione, gli editori di carte geografiche si affrettarono a colorare di rosso la maggior parte del continente asiatico. E quando i «volontari» cinesi, in ottobre, intervennero a fianco dei nordcoreani nella guerra che era scoppiata il 25 giugno dello stesso anno, le democrazie occidentali ne trassero la convinzione che le due maggiori potenze avessero una strategia comune per la conquista dell’Asia e del mondo. Il risultato di quella percezione fu il riarmo della Germania e la creazione, in seno all’Alleanza Atlantica, di una organizzazione militare, la North Atlantic Treaty Organization (Nato). Gli avvenimenti degli anni seguenti sembrarono confermare queste preoccupazioni. Mosca e Pechino risolsero rapidamente alcuni vecchi contenziosi russo cinesi, ereditati dal passato, e Mosca inviò in Cina uno stuolo di tecnici che avrebbero dovuto accompagnare la Repubblica Popolare sulla strada della costruzione dello Stato comunista. Ma nell’agosto del 1960 il mondo apprese improvvisamente che i tecnici sovietici stavano lasciando il territorio cinese per rientrare in patria. Il periodo della collaborazione si era chiuso. I due maggiori Paesi comunisti cominciarono a guardarsi in cagnesco e i rapporti andarono progressivamente peggiorando sino al sanguinoso scontro sul fiume Ussuri, in Siberia, agli inizi del 1969. Le ragioni di quella ostilità furono ideologiche, politiche, territoriali, culturali e, forse, soprattutto caratteriali. L’Unione Sovietica riteneva che la rivoluzione cinese avrebbe dovuto adottare il modello bolscevico, realizzato da Stalin con il primo piano quinquennale, e percorrerne le tappe: abolizione della proprietà privata, collettivizzazione della terra, creazione dell’industria pesante. Mao, invece, progettò e cercò di realizzare un piano di industrializzazione diffusa: migliaia di piccole acciaierie, terribilmente antieconomiche, disseminate sull’immenso continente cinese. Mosca fu colta di sorpresa dalla guerra coreana e temette di essere trascinata in una pericolosa avventura. Kruscev temeva lo scontro fra le due maggiori potenze e cercò di evitarlo, nonostante alcune crisi (Budapest, Cuba, Berlino), lanciando a Washington segnali di coesistenza pacifica. Mao, invece, riteneva che la dimensione territoriale e demografica permettesse alla Cina di affrontare, senza troppe preoccupazioni, la sfida di un conflitto nucleare. Più tardi, mentre l’Urss aiutava il Vietnam del Nord con armi e denaro, la Cina temette che Mosca volesse installare ad Hanoi, sui confini meridionali della Repubblica popolare, un regime satellite. I leader sovietici erano freddi giocatori di scacchi, preoccupati dalla necessità di conservare ciò che avevano conquistato negli anni precedenti. Mao, invece, era romantico, fantasioso, imprevedibile, capace di precipitare il Paese, da un giorno all’altro, nel caos della rivoluzione culturale. Aggiunga a tutto questo, caro Maroni, che Mao e i suoi compagni non avevano dimenticato i trattati ineguali, stipulati alla fine dell’Ottocento tra Mosca e Pechino quando l’impero zarista aveva approfittato del declino del Celeste Impero per estendere la propria influenza sull’Asia nordorientale. In ultima analisi la principale ragione del dissidio fu il timore che l’Urss volesse trasformare la Cina in un docile satellite. La Cina aveva combattuto per scrollarsi di dosso il colonialismo delle potenze europee e non aveva alcuna intenzione di cadere sotto la tutela di un nuovo padrone.