Paolo Di Stefano, Corriere della Sera 20/3/2007, 20 marzo 2007
«...Persino il «corsaro» Pasolini dovette piegarsi a quella «forma di accattonaggio» (parole sue) che è la richiesta di un voto, quando nel ’55 domandò a Silvana Ottieri di scrivere allo zio Bompiani e alla Cederna «due righe per proporre di votare per me al Premio Strega»
«...Persino il «corsaro» Pasolini dovette piegarsi a quella «forma di accattonaggio» (parole sue) che è la richiesta di un voto, quando nel ’55 domandò a Silvana Ottieri di scrivere allo zio Bompiani e alla Cederna «due righe per proporre di votare per me al Premio Strega». Aggiungendo a parziale attenuante di quell’azzardo: «Sto passando settimane drammatiche». Anche Pier Paolo cercava di farsi forza delle proprie debolezze: un periodaccio per lo scandalo del romanzo, per la mancanza di un «posto a scuola», infine per il timore che lo Strega «finisca con una figuraccia». Non solo vittimismo. C’è chi ci mise tutto il suo furore. Come Gadda quando nel ’52 intuì che Moravia, sostenuto dal «rumoroso codazzo degli strombazzatori di sinistra», aveva giocato sporco, sempre per lo Strega, facendolo passare per un baciapile democristiano: «Il suo cervello – scrisse Gadda all’amico Contini – è quello di un autentico deficiente» alla cui origine ipotizzava malattie inenarrabili: una «spondilite», una lue «arrivata all’ipofisi» o semplicemente «malafede anaria». In compenso, nel ’58, dopo aver ricevuto un Premio Marzotto e un Premio degli Editori, ammetteva che «l’officiatura laureante, remunerante (…) ha terremotato le buone fondamenta della mia modestia» e «ha finito con lo scassarmi il sistema nervoso» (Paolo Di Stefano).