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 2007  marzo 20 Martedì calendario

FRANCOFORTE

Una fusione fra l’olandese Abn Amro e la britannica Barclays, per creare il quinto colosso bancario al mondo, con una capitalizzazione di mercato di oltre 123 miliardi di euro? Era questa, ieri, l’ipotesi che ha infiammato i mercati, facendo balzare il titolo del colosso olandese del 9,7%, a quota 29,94 euro. Barclays invece – e anche questo è un segnale del favore del mercato – è calata dello 0,8%. Sulla scia di voci sulla disponibilità dei britannici, pur di convolare a nozze con gli olandesi, a mettere sul piatto fino a 60 miliardi di euro, a un prezzo di 31,3 euro per titolo di Abn, attraverso uno scambio azionario con un premio in contanti.
Sarebbe la cifra più grande mai sborsata in Europa per una banca. E Barclays ha lasciato salire il titolo Abn per tutto il giorno, fino ad arrivare a un soffio dall’ ipotetico obiettivo, prima di confermare nella serata di ieri «trattative esclusive» in corso. Quando anche Abn ha confermato di essere in trattative preliminari esclusive con Barclays, con lo scopo di arrivare a creare «un’alleanza altamente complementare». Tuttavia, Abn sottolinea che le «trattative si trovano a uno stadio iniziale ed esplorativo e non può esserci alcuna certezza che portino ad una transazione».
La borsa comunque ci crede. Anche se dietro alla nuova febbre da fusione nel settore bancario potrebbero nascondersi anche altri istituti come Ing, Bbva o Bnp Paribas, con un pari interesse per Abn, pronti a subentrare se l’operazione fra Barclays e gli olandesi non andasse in porto, nonostante le trattative ritenute già in uno stadio avanzato dagli ambienti di borsa. E secondo gli studi di fattibilità stilati dagli advisors in grande fretta – Lazard e Deutsche Bank per i britannici – rientrerebbe negli obiettivi di entrambi, senza creare ridondanze. Perché, da un lato, il capo di Barclays John Varley (alla guida di un colosso che capitalizza in borsa oltre 65 miliardi di euro) intende crescere in modo «aggressivo » all’estero. E gli potrebbe far gola la presenza di Abn in 53 paesi, e soprattutto l’asset management e le reti al dettaglio di Stati Uniti, Italia, Brasile (che potrebbe essere ceduto ad altri interessati), in Olanda e nei paesi emergenti asiatici e in India.
Dall’altro lato, la fusione con un istituto di grandi dimensioni rappresenterebbe attualmente per il capo di Abn, Rijkman Groenink, la via d’uscita più elegante per sfuggire alla morsa degli hedge fund anglosassoni, come Tci, Algebra e Tosca. Che in un attacco senza precedenti nel mondo bancario europeo, nel febbraio scorso avevano comunicato al top management olandese la loro assoluta scontentezza per la redditività della banca. Ingiungendogli di includere nell’ordine del giorno dell’assemblea dei soci prevista per il 26 aprile l’opzione di cedere degli assets della banca per aumentare il rendimento degli azionisti. E il termine per la presentazione dell’ordine del giorno scade il 28 di marzo prossimo.
Il tempo stringe per Rijkman Groenink. Perché senz’altro non gradisce esporsi a critiche senza precedenti da parte dei soci in assemblea, di far smembrare la banca cresciuta sotto la sua strategia o di farsi perfino allontanare dal suo mandato, come erano riusciti a fare i fondi con i capi di Deutsche Boerse. E, svanita la possibilità di poter acquisire Capitalia (di cui è il maggiore azionista con l’8,6%), da buon cacciatore il top manager olandese ha un solo colpo in canna, per salvare la banca nella sua interezza, la sua strategia, lo shareholder value e forse anche se stesso. E questo colpo, anche in Italia, potrebbe dare il via a una nuova ondata del risiko bancario europeo.