Guido Olimpio, Corriere della Sera 20/3/2007, 20 marzo 2007
Dadullah è sempre molto attento nelle comunicazioni. Perché gli americani gli danno la caccia e sono pronti a captare il minimo segnale
Dadullah è sempre molto attento nelle comunicazioni. Perché gli americani gli danno la caccia e sono pronti a captare il minimo segnale. Eppure ieri il mullah, deciso a elevare il suo rango, è stato velocissimo nel far recapitare un messaggio audio all’agenzia afghana Pajhwok. Dadullah ha rivelato che tra i cinque prigionieri rilasciati per restituire la libertà a Daniele Mastrogiacomo ci sarebbe anche suo fratello, Mansoor Ahmad. Un colpo di scena. Fino a ieri si pensava che fosse figlio di un capo tribale del Waziristan, area tribale pachistana divenuta il santuario di Al Qaeda. Secondo una ricostruzione poteva essere coinvolto in attentati anti-sciiti in Pakistan. In attesa di scoprire la verità su chi sia Mansoor si possono fare solo ipotesi: a) E’ davvero uno dei due fratelli di Dadullah. Alla Difesa ne sono convinti mentre altre fonti smentiscono; b) E’ una frottola grossolana, viene presentato come fratello dai talebani per mostrare di non aver svenduto l’ostaggio italiano. L’ORRORE – Il mullah non ha il cuore tenero. Ha perso una gamba su una mina, vuole combattere, ha scoperto l’importanza della guerra mediatica. Si è conquistato una fama sinistra decapitando, scuoiando, rapendo vittime innocenti. L’ultima vittima è stato l’autista di Mastrogiacomo, sgozzato sotto i suoi occhi. Si racconta che i suoi eccessi avrebbero infastidito – nulla di più, si intende – persino Omar, la guida dei talebani. Forse è una leggenda. Di sicuro è che Dadullah è oggi il più importante capo militare talebano e, da qualche settimana, anche il più abile nell’uso dei media. Il sequestro del giornalista di Repubblica si è rivelato un’arma preziosa per Dadullah. Ha ricattato un intero Paese, ha gettato nell’angoscia la famiglia e i colleghi, ha giocato con crudeltà sulle emozioni. Almeno due gli obiettivi conseguiti dal predone. Ha spinto la diplomazia italiana e il governo Karzai a negoziare. Quindi ha dimostrato che non dimentica i mujaheddin finiti nelle mani nemiche. I PORTAVOCE – Oltre al presunto fratello, Dadullah avrebbe ottenuto il rilascio di altri quattro personaggi vicini alla sua fazione. Il primo è Ustad Yasir (57 anni). Con un passato di studi teologici in Arabia Saudita, il militante ha ricoperto la carica di responsabile dell’Informazione e della cultura. Dopo la caduta di Kabul, nel 2001, è fuggito sulle montagne, poi è passato nel vicino Pakistan. E’ qui che è stato catturato insieme a un buon numero di guerriglieri ed estradato verso Kabul nel 2005. Doveva scontare sette anni di prigione. Fonti di intelligence sottolineano come il nome di Yasir sia finito nei messaggi lanciati da una nuova organizzazione estremista, il «Gruppo Tora Bora». Gli estremisti ne avevano chiesto la liberazione insieme a quella di Abdul Latif Hakimi, finito anche lui nello scambio di ieri. Conosciuto tra i talebani come il mufti, Hakimi ha diretto l’Ufficio propaganda, quindi si è occupato di rilanciare i rapporti con la stampa. Il mullah Omar in persona gli avrebbe assegnato questa missione puntando sulla sua intraprendenza. Poliglotta quarantenne, deciso a contrastare «il monopolio americano sull’informazione», con alle spalle studi coranici, è il portavoce che imprime la svolta. Rivendica attacchi feroci, fornisce versioni alternative, non si nega ai contatti distribuendo il suo numero di satellitare. Una disponibilità che facilita di sicuro la propaganda ma che finisce per perderlo. E’ probabile che abbia operato nell’area di Quetta, in Pakistan, la stessa dove sarebbe nascosto Omar. Una presenza che diventa ingombrante per i pachistani: nel 2005 viene arrestato (insieme a Yasir), poi spedito a Kabul dove lo condannano all’ergastolo. Un gesto di Islamabad per rispondere alle accuse di collusione con le milizie qaediste. MILITARI – Il percorso di Hakimi è battuto dal quarto della lista, il mullah Hafiz Hamdullah. Per lungo tempo ha guidato le colonne mujaheddin nel settore di Helmand, l’area del sequestro del reporter italiano. Dunque un complice di Dadullah, coinvolto in molte operazioni della guerriglia. Hamdullah è stato però catturato nell’estate 2006 a Quetta. Disponeva di un rifugio protetto e forse era pronto a compiere un attentato. Compiti militari per il numero 5 dello scambio: Abdul Ghaffar. E’ un «colonnello» della ribellione nel Sud-est dell’Afghanistan. IL MISTERO – Durante il difficile negoziato i talebani hanno rinunciato alla «restituzione » di Mohammed Hanif, altro portavoce detenuto a Kabul. Nei primi giorni del sequestro si era ipotizzato che potesse essere liberato. Uno scenario abbandonato perché Hanif si è opposto: «Se torno in libertà mi fanno fuori». I talebani non gli hanno perdonato di aver svelato che il mullah Omar trova spesso ospitalità a Quetta e che alcune scuole coraniche in Pakistan servivano come centro per kamikaze. Hanif, giurano a Kabul, è un morto che cammina. Guido Olimpio