Fiorenza Sarzanini, Corriere della Sera 20/3/2007 e altri, 20 marzo 2007
VARI ARTICOLI SU GINO STRADA E LA LIBERAZIONE DI MASTROGIACOMO
Fiorenza Sarzanini, Corriere della Sera 20/3/2007. ROMA – Il silenzio del ministro Arturo Parisi, che nel giorno della festa non si unisce al coro dei ringraziamenti, la dice lunga sul clima che si è creato all’interno del governo durante le ultime fasi della trattativa. Perché la Difesa è stata tagliata fuori dal negoziato affidato interamente a Gino Strada e perché agli uomini del Sismi non è stato consentito neanche di garantire la «messa in sicurezza» dell’ostaggio dopo la consegna ai volontari di Emergency. Per liberare l’inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo ha fatto tutto «il canale umanitario». E adesso può rivendicare il merito di aver chiuso l’operazione in due settimane sia pur con un prezzo altissimo: la consegna di cinque talebani che erano detenuti a Kabul e in tutta fretta sono stati scarcerati per ordine del governo afghano.
Lo scambio di prigionieri avviene ieri mattina. Tre ore dopo Daniele è nell’ospedale di Lashkar Gah. La foto che lo mostra vestito da talebano e abbracciato a Strada appare l’ultimo riconoscimento ai rapitori prima del viaggio verso casa. La fine di una mediazione che il 13 marzo ha certamente avuto il suo momento di svolta. Sono le 10 di mattina quando il ministro degli Esteri Massimo D’Alema arriva alla procura di Roma. Ai magistrati chiede che il campo sia lasciato libero. A Kabul ci sono i carabinieri del Ros e gli uomini del Sismi che lavorano con inglesi e americani. Due giorni dopo il sequestro hanno localizzato la zona dove il giornalista è segregato, ma l’ipotesi di afghani e britannici di intervenire con un blitz è stata respinta dal governo italiano che ha già chiesto a Emergency di attivare i suoi contatti. La condizione posta da Strada è chiara: nessuna interferenza, tratto da solo. E così, quando le sue fonti promettono la consegna di un video che fornisca la prova in vita, il titolare della Farnesina gli spiana la strada. Il coordinamento resta affidato unicamente al responsabile dell’unità di crisi Elisabetta Belloni.
Il giorno dopo arriva il filmato. Daniele viene mostrato da solo, può appellarsi al governo e rassicurare la famiglia. Le richieste presentate appena qualche giorno prima dal mullah Dadullah che ha rivendicato il sequestro – una settimana di tempo per fissare la data del ritiro delle truppe e per rilasciare alcuni prigionieri – non vengono ribadite. Ma l’ottimismo dura poco. Il giorno dopo i sequestratori tentano di alzare il prezzo. Spediscono una cassetta registrata con la voce di Daniele che chiede aiuto e dello stesso Dadullah che fissa un ultimatum di due giorni. Destinataria del messaggio è l’agenzia di stampa Pajhwok.
Il pressing dell’Italia sul governo afghano per ottenere il rilascio dei detenuti passa per gli Stati Uniti che alla fine concedono il via libera al presidente Hamid Karzai. Sabato mattina, al termine di una riunione presieduta dall’ambasciatore Ettore Sequi arriva il decreto di scarcerazione per tre talebani. I primi due vengono trasferiti all’ospedale di Emergency. Si mette a punto l’accordo per lo scambio. Si rincorrono le voci che Daniele sarà liberato all’alba del giorno dopo. Ma nella notte arriva l’intoppo. Il terzo detenuto rifiuta di lasciare il carcere. Dopo l’arresto ha collaborato svelando il possibile rifugio del mullah Omar, teme che vogliano giustiziarlo.
I sequestratori a questo punto rilanciano. Chiedono altre tre scarcerazioni. La trafila ricomincia, i messaggi minacciosi si fanno insistenti.
Repubblica ha aperto da giorni un canale parallelo che passa per un reporter di Kandahar. lui a ricevere ben tre ultimatum. Le sue fonti mostrano di essere attendibili, i rischi appaiono altissimi. Le autorità afghane firmano un nuovo decreto. «Le condizioni per il rilascio sono state soddisfatte», comunica la Farnesina domenica pomeriggio prima di chiedere il silenzio stampa. Strada intima al governo di far ripartire gli uomini del Sismi che sono a Lashkar Gah: «Se non posso agire da solo – minaccia – mollo tutto». Ieri mattina vola a Kabul, preleva gli altri talebani e torna all’ospedale. Lo scambio dei prigionieri viene garantito da due volontari di Emergency in un luogo segreto. Tre ore dopo Daniele chiama la moglie Luisella.
Fiorenza Sarzanini
***
Francesco Battistini, Corriere della Sera 20/3/2007
DAL NOSTRO INVIATO
KABUL – Era lì ad aspettarlo sulla porta dell’ospedale di Lashkar Gah.
Fumando. Nervosissimo. Gino Strada conosce Daniele Mastrogiacomo da una vita e da due settimane ce l’aveva stampato nei pensieri, negli incubi.
Eppure: «Quando mi si è parato davanti, quasi non l’ho nemmeno guardato. Non l’ho riconosciuto: sembrava un talebano». L’abbraccio forte, un po’ di commozione intorno. Parole attese e una tensione che Gino, ci aveva confessato una sera, «raramente ho provato in vita mia».
Dire che era cominciata bene, non si può. Prima ancora che arrivasse a Kabul, dovendo mollare l’inaugurazione d’un ospedale in Sudan, il chirurgo s’era trovato a ricucire l’ennesima gaffe. E martedì scorso, quand’era atterrato per prendere in mano il più complicato e pericoloso sequestro d’un italiano in Afghanistan, a un certo punto gli era anche scappato di dirlo: «Ma che cazzo gli è venuto in mente a D’Alema di parlare di "canali umanitari"? come metterci l’etichetta! Con che faccia vado a trattare laggiù? Con quella d’uno che sono sette anni che si fa un mazzo così per aiutare gli afghani e adesso, invece, si trova qui a rappresentare proprio il governo d’un Paese che loro odiano? Sia chiaro, eh? Io l’ho detto subito – s’era messo a gridare in cucina ”: fuori dai coglioni il Sismi, i Ros e tutti quei signori! Se hanno un capo, che li richiami subito. O noi, o loro».
Dire che non avesse ragione, non si può. «Se non era per Emergency che aveva gli uomini giusti...», sospira adesso il Daniele liberato.
L’ospedale di Lashkar Gah è stato il crocevia dei contatti, delle liti, delle voci. Come quella d’un elicottero militare inglese che l’altro giorno a un certo punto si sarebbe messo di mezzo, nella fase più delicata dello scambio, facendo esplodere l’ira del dottor Strada. Ira annusata, trattenuta. Troppi contatti, troppa confusione nella trattativa: «Quel che sto vedendo, l’ho già visto altre volte – disse un altro pomeriggio, mentre in cucina si tiravano le tagliatelle che di solito tira lui per svagarsi e lui invece stava di là, al telefono, sempre appiccicato ”. cominciata la solita corsa, la solita gara a chi è più bravo. Tutti ad aprire i canali. Speriamo che non finiamo per incasinarci troppo...».
Una settimana senza dormire. Senza staccare un attimo. Le telefonate con D’Alema, «ciao Massimo». Con Ezio Mauro. Con la moglie di Mastrogiacomo. A mangiare pochissimo, a giocarsi tutto, pensando a quanti mediatori si bruciano in queste trattative: «Non l’abbiamo mai visto crollare un attimo – raccontano i suoi ”, neanche il giovedì dell’audio, quando s’era messa proprio male e sembrava che i talebani l’avessero tagliato fuori». «Grande, grande Gino!», è stato l’emozionato saluto di Daniele. Ieri a Emergency hanno accolto quindici sciancati, feriti, ultimi che nessuno vuole. Come in un giorno normale. Almeno la sera, s’è festeggiato? «Siamo tutti troppo stanchi. Si cena, si guarda un po’ di tivù. E poi a dormire».
Francesco Battistini
***
Il Foglio, 20/3/2007 - Kabul. Alle cinque e dieci del pomeriggio Daniele Mastrogiacomo è stato liberato, in tunica verdone e a capo inturbantato, con uno scambio di prigionieri, tra cui il fratello del feroce mullah Dadullah, da una riva all’altra di un fiume nella provincia di Helmand. Il suo interprete, Ajmal Naghshbandi, secondo fonti del Tg1, è stato invece liberato poco dopo. ”Ho visto andare libero anche lui”, aveva detto Mastrogiacomo, ma l’ambasciatore italiano a Kabul, Ettore Sequi, in un primo momento aveva fatto sapere di non avere informazioni certe al riguardo. Mullah Dadullah, il leader talebano senza una gamba, aveva minacciato di ammazzarlo, accusandolo di spionaggio. La sorte toccata venerdì scorso all’autista dell’inviato di Repubblica, Said Agha. ”L’ho visto decapitare, è stato terribile – ha detto Daniele Mastrogiacomo in un’intervista a Primo piano del Tg3 – Il loro comandante si è alzato e ha detto: ”In nome dell’islam ti condanniamo a morte’”.
Lo stesso presidente afghano, Hamid Karzai – che sta concludendo un breve viaggio in Europa e ieri è stato ringraziato coralmente dal governo italiano – aveva confermato poche ore prima della liberazione che l’inviato di Repubblica ”potrebbe essere già libero o in via di rilascio”. Ieri pomeriggio fonti del Foglio in Afghanistan, sia governative sia talebane, concordavano sul fatto che le condizioni per il rilascio del giornalista italiano erano state soddisfatte, ma l’operazione rimaneva complessa. Mastrogiacomo era stato consegnato ad alcuni capi tribù locali, che giocano il ruolo di garanti neutrali in queste delicate operazioni. Anche due prigionieri talebani, l’ex portavoce Abdul Latif Hakimi e Ustad Yasar, ideologo del movimento integralista, erano già stati affidati da Emergency, l’organizzazione umanitaria italiana, ai capi tribù. Il giorno prima, domenica, lo scambio di prigionieri era fallito perché sembrava impossibile accettare la richiesta del feroce mullah Dadullah, che ha gestito il sequestro dal suo rifugio a cavallo fra Pakistan e Afghanistan, di liberare suo fratello, Ahmed Mansoor, che era stato arrestato in Pakistan. Su di lui le notizie sono incerte, ma sembra che fosse legato a Lashkar e Jhangvi, un gruppo terrorista pachistano affiliato ad al Qaida, i cui miliziani erano stati addestrati nei campi di Osama bin Laden in Afghanistan durante il regime talebano.
Lo stallo è stato poi superato e alla fine lo scambio di prigionieri è avvenuto con la contropartita di cinque talebani, tra cui Mansoor, detenuti in Afghanistan o in Pakistan. I tre che ancora mancavano sono stati consegnati ieri mattina all’ospedale di Emergency a Lashkargah, il capoluogo della provincia di Helmand, dove era stato inghiottito l’inviato di Repubblica.
I talebani hanno accettato l’offerta. Secondo Emergency, non sarebbe stato pagato alcun riscatto. ”Fin dall’inizio – assicurano dall’avamposto umanitario in Afghanistan – hanno detto di non volere denaro in cambio dell’ostaggio italiano”. La giornata di ieri è stata finalizzata all’organizzazione dello scambio sul terreno, che in una provincia dove talebani e signori della droga la fanno da padroni, è sempre difficile e può saltare all’ultimo minuto per qualche incidente di percorso.
Il luogo dello scambio
Secondo il racconto degli stessi talebani, è stato scelto come luogo dello scambio il fiume Loj Rod. Da una parte della riva Mastrogiacomo. Dopo il rilascio ha raccontato di essere stato tenuto in catene per tutti i quindici giorni del sequestro, e di avere cambiato prigione continuamente, per paura che il covo fosse individuato: ”Case terribili, piccole come ovili, in mezzo al deserto”, ha detto l’inviato di Repubblica, ”abbiamo percorso ogni notte chilometri e chilometri, abbiamo dormito spesso per terra in mezzo alle dune del deserto”. ”Sapevo – ha aggiunto – che l’Italia mi sosteneva e mi stava vicino: è stato l’unico conforto nei momenti più disperati in cui temevo da un momento all’altro di essere ucciso”. Con lui sulla riva i capi tribù che facevano da garanti e tutto attorno i talebani armati fino ai denti. Dall’altra parte l’intelligence afghana e gli emissari italiani, con i soldati della Nato nelle retrovie pronti a intervenire se qualcosa fosse andato storto. Lo scambio sarebbe avvenuto con delle barche. Poi l’inviato di Repubblica è stato portato anche lui all’ospedale di Emergency a Lashkargah. Ma per alcune ore è rimasta incerta la sorte del suo interprete. Gino Strada aveva ammesso: ”Stiamo ancora lavorando per la sua liberazione”. Poi in serata (italiana) sono giunte le prime conferme della liberazione anche dell’interprete.