Fonti varie, 12 marzo 2007
Anno IV - Centocinquantanovesima settimanaDal 5 al 12 marzo 2007Talebani Domenica 4 marzo i talebani hanno rapito Daniele Mastrogiacomo, 53 anni, sposato, due figli, inviato di Repubblica
Anno IV - Centocinquantanovesima settimana
Dal 5 al 12 marzo 2007
Talebani Domenica 4 marzo i talebani hanno rapito Daniele Mastrogiacomo, 53 anni, sposato, due figli, inviato di Repubblica. Era sceso fino a Kandahar, nel sud del paese, perché attratto dalla possibilità di intervistare uno dei capi guerriglieri. A oggi - lunedì 12 marzo, ore 10 del mattino - non abbiamo ancora una prova provata (video o nastro con la voce) che sia in vita. Ciononostante il ministero degli Esteri si dice ragionevolmente certo che l’ostaggio sia indenne. E ha avviato una trattativa. I talebani, all’inizio, non hanno parlato di "sequestro", ma di "arresto": secondo loro Mastrogiacomo è una spia inglese e per questo sarebbe stato trattenuto. Secondo il mullah Dudallah, uno dei capi talebani con la fama peggiore, il giornalista avrebbe addirittura confessato di essere al servizio degli inglesi. Affermazione che ha suscitato lo sdegno del direttore di Repubblica e una forte reazione di solidarietà da parte di tutti. Per Mastrogiacomo s’è anche svolta una manifestazione a Roma, con la partecipazione di Veltroni.
Afghanistan In Afghanistan siamo alla vigilia dell’operazione Achille, che dovrebbe portare a una battaglia frontale tra occidentali e terroristi. La Nato vi si prepara con 4.500 uomini e si pone come obiettivo l’allontanamento dal sud del paese di talebani e qaedisti, cioè militanti di Al Qaeda. È infatti avvenuto questo: che le milizie islamiche di al Qaeda, dopo aver maturato un’importante esperienza di guerriglia nei quattro anni di occupazione americana dell’Iraq, si sono adesso spostate nell’Afghanistan meridionale e hanno stretto un’alleanza con i talebani. Sono con loro - dicono - 1500 shahid, cioè uomini pronti a farsi saltar per aria in mezzo al nemico. I talebani, trasformati a loro volta dal lungo periodo di clandestinità (la loro cacciata da Kabul risale al 2001), sarebbero ormai dei veri e propri "signori della guerrra" piuttosto che degli "studenti di teologia". Gli osservatori di cose militari sostengono che l’operazione Achille è una specie di round finale per la Nato: se dovesse uscirne sconfitta, l’alleanza, nata mezzo secolo fa per contrastare l’Unione sovietica, perderebbe probabilmente la sua ragion d’essere e s’avvierebbe definitivamente al tramonto.
Prodi anche per questo che Tony Blair ha chiesto agli spagnoli e agli italiani di mandare più soldati laggiù e di aumentare la loro disposizione al combattimento. Le nostre regole d’ingaggio in Afghanistan dicono, infatti, che siamo lì per scopi civili e al massimo di polizia, aiutare cioè le giovani istituzioni di quel paese a sopravvivere e rafforzarsi. Zapatero, che appena eletto si ritirò dall’Iraq, ha risposto subito di no. Prodi e D’Alema pure, argomentando che il nostro è uno dei contingenti più numerosi (poco meno di duemila soldati) e non è dunque all’Italia che si può chiedere un sacrificio maggiore. Intanto alla Camera passava senza problemi il decreto che rifinanzia la nostra missione. Il provvedimento arriverà al Senato il 27 marzo e sarà sicuramente approvato, dato che Forza Italia, An e Udc intendono votarlo. Non è detto però che questo non provochi una crisi politica: una parte del Parlamento pensa che, indipendentemente dal numero totale dei voti raccolti, il governo debba dimostrare in quell’occasione di avere i 158 "sì" dei partiti della maggioranza, senza i quali - dicono - Prodi deve dimettersi. Il Quirinale, sondato, ha fatto sapere di non essere di questo avviso: avendo ricevuto la fiducia, il governo può benissimo incassare su una legge ordinaria i voti determinanti dell’opposizione senza per questo andare in crisi. Il ministro Amato ha persino ipotizzato che questa possa essere una regola: governare cioè con le "maggioranze variabili", oggi mi faccio approvare una legge dalla destra, domani dalla sinistra. Opinione contestatissima.
Dico In realtà il governo potrebbe cadere sui Dico, il famoso provvedimento che regola i diritti delle coppie conviventi, omosessuali compresi. Andato in crisi dopo averli varati, Prodi, che pure li ha firmati per primo, non li ha messi nei dodici punti irrinunciabili dell’azione di governo (quelli sui cui ha in qualche modo riassemblato la sua maggioranza) e non ne ha fatto parola nel discorso sulla fiducia al Senato. Alla Camera, tirato per i capelli, ha detto: il governo ha varato il disegno di legge, faccia ora il Parlamento quello che ritiene più opportuno. Giunto alla commissione Giustizia del Senato, il presidente della Commissione Cesare Salvi (Ds) ha completato l’affossamento dichiarando che il testo era tecnicamente lacunoso e che dunque avrebbe provveduto a preparare un provvedimento diverso fondendo le dieci proposte che aveva sul tavolo. Su questo, i diessini e la parte laica della coalizione hanno dato battaglia, aderendo a una manifestazione indetta per sabato 10 marzo in piazza Farnese a Roma. Qui si sono visti tre ministri del governo sul palco e si sono letti cartelli e sentiti slogan piuttosto offensivi verso la parte filo-vaticana della maggioranza, in particolare verso il ministro della Giustizia Mastella (che ospite da Santoro aveva a un certo punto abbandonato la trasmissione per protesta) e verso la senatrice Paola Binetti, vicinissima al cardinale Ruini. Il giorno dopo perciò i cattolici tradizionalisti della maggioranza (Binetti, Carra, Emanuela Baio Dossi, Calgaro) hanno deciso di dar vita a una nuova formazione, detta Italia futura, che forse non andrà a una scissione dalla Margherita, ma forse sì. Potrebbero costoro uscire dalla maggioranza? Secondo quello che hanno dichiarato, sì, tanto più che gli insulti di piazza Farnese sono stati condivisi da colleghi di governo. L’uscita di questo gruppo, data la situazione al Senato, provocherebbe una caduta automatica dell’esecutivo. Tanto più che difficilmente Mastella e i suoi non li seguirebbero. Oltre tutto le elezioni anticipate scongiurerebbero il referendum o il varo di una legge elettorale punitiva nei confronti dei partiti più piccoli.
Legge elettorale Il fatto politico davvero nuovo è tuttavia l’asse Prodi-Berlusconi, di cui avevamo già preannunciato la nascita la settimana scorsa. Poiché non può avere le elezioni subito, Berlusconi preferisce che Prodi resti in piedi: è abbastanza debole da non fargli paura e, allo stesso tempo, un altro esecutivo - guidato, mettiamo, da Marini - offrirebbe ai suoi nemici di destra (Udc, soprattutto) una sede privilegiata per discutere con i suoi nemici di sinistra (Margherita, Mastella). Insomma, un nuovo governo tecnico o istituzionale favorirebbe la nascita del famoso Grande Centro che vuole Casini, quello senza Berlusconi. Prodi, a sua volta, non intende cedere il passo a un altro primo ministro, che ne celebrerebbe quasi certamente la fine politica. E quindi, se ci riesce, la riforma elettorale la vuole far lui. Ha avocato a sé togliendolo quindi a Vannino Chiti, il suo ministro per i Rapporti col Parlamento, che se n’era occupato finora, il compito di incontrare i partiti per discutere dei futuri sistemi elettorali. Tra i partiti da incontrare naturalmente c’è Forza Italia e, tra gli uomini politici, Berlusconi in persona. L’asse - e sia pure temporaneo, e revocabile in ogni istante - è dunque operante. Prodi l’ha sancito con la sua ultima dichiarazione di domenica scorsa: non ci sarà nessuna riforma elettorale che non sia condivisa dall’opposizione.
Ruini Il nuovo presidente della Cei, ossia il nuovo capo dei vescovi italiani, è Angelo Bagnasco, 64 anni, già arcivescovo di Genova. Camillo Ruini, 76 anni, ha lasciato l’incarico martedì 6 marzo dopo sedici anni di governo. In questo periodo, non solo è scomparso il partito dei cattolici, cioè la Dc, ma gli stessi cattolici sono divenuti minoranza nella società italiana. Ruini ha gestito la difficile transizione col seguente motto: «Meglio criticati che irrilevanti». Bagnasco non sarà da meno: ha già detto che ci vuole non il "multiculturalismo", ma l’"interculturalismo" (con te musulmano dialogo, ma non tutto quello che sostieni mi sta bene). Sui Dico e gli omosessuali: «No a forme non coerenti con la verità dell’amore umano».