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 2007  marzo 17 Sabato calendario

Ripercorrere gli articoli di un giornalista che da solo è andato in una zona di guerra e da solo viene tenuto in segregazione è come leggere nel suo diario, scoprire quel che prima del sequestro lo ha mosso per anni, lo ha occupato, lo ha emozionato

Ripercorrere gli articoli di un giornalista che da solo è andato in una zona di guerra e da solo viene tenuto in segregazione è come leggere nel suo diario, scoprire quel che prima del sequestro lo ha mosso per anni, lo ha occupato, lo ha emozionato. Aspettiamo la liberazione di Daniele Mastrogiacomo anche così, cercando di conoscerlo. Quel che scrive un reporter non è veramente diario dell’anima, perché è destinato a un pubblico vasto e non familiare: le passioni vanno frenate, le collere edulcorate, i progetti per i giorni futuri occultati, le opinioni dissimulate o riposte in una specie di cassetto. Ma qualcosa dicono sempre, anche gli articoli di giornale, sulla persona e su quel che vede e sente. Per questo l’inviato è così prezioso, quando se ne va solitario come Mastrogiacomo nelle terre dove c’è combattimento: il suo occhio aperto sulle guerre in corso permette a tutti noi di vedere con lui, anche se non di soffrire le sue fatiche e le sue prove. Ogni giornalista ferito, sequestrato o ucciso restringe d’un colpo il nostro personale diritto a sapere e a dire quel che pensiamo sugli accadimenti nel mondo. Tale fondamentale facoltà viene anzi abolita, come disse nel 2003 il direttore generale dell’Unesco Koichiro Matsuura, nella giornata mondiale della libertà di stampa: «Ogni volta che un giornalista viene esposto alla violenza, all’intimidazione o al sequestro arbitrario a causa del suo desiderio di far conoscere la verità, tutti i cittadini vengono privati del diritto di esprimersi e di agire secondo coscienza». Ripercorriamo dunque gli articoli di Mastrogiacomo, i tanti che ha scritto sui disastri bellici in Afghanistan e in Iraq, in Somalia in Libano o a Gaza. Sono i diari di un unilaterale, come vien chiamato il giornalista quando non è embedded, inserito nel corpo di spedizione della potenza occupante. Anche chi accompagna i militari ha bisogno di lui: nel rapporto redatto all’inizio di marzo dall’Istituto internazionale per la sicurezza dei giornalisti (Insi) è scritto che senza gli unilaterali, il reporter embedded non avrebbe legittimità e sarebbe scambiato per un agente della propaganda. Senza l’inviato solo, claustrale - è il cronista di nera in politica estera - anche il giornalista commentatore sarebbe marionetta e vanità. Tante cose dipendono dai lupi solitari che i nostri direttori mandano sul fronte: la nostra libertà cittadina di sapere e giudicare, l’onore d’ogni giornalista quale che sia la sua funzione, la possibilità dei popoli senza libera stampa di esser visti da un testimone nel momento del dolore, la possibilità stessa del sequestratore di entrare in contatto con l’avversario e di far sentire quelle che per lui sono ragioni di vita e di guerra. L’unilaterale è senza tetto né appoggio, e sempre s’avventura nel terreno nemico perché anche quel punto di vista vuol conoscerlo, farlo conoscere. Nei conflitti irregolari di oggi, senza Stati belligeranti distinguibili, l’unilaterale è più che mai esposto al sequestro e alla morte, anche quando la sua vocazione e il suo voler-essere sono per principio neutrali: le leggi internazionali sono una protezione illusoria, proprio perché il sequestratore non si identifica con uno Stato e dunque non riconosce né le convenzioni di Ginevra del 1949 sui prigionieri bellici né i protocolli addizionali del 1977 che raccomandano di trattare i giornalisti come civili. I diari pubblici dell’unilaterale Mastrogiacomo narrano quel che può avvenire, in questo clima di anomia e impunità, quando qualcuno d’un tratto ti s’accampa davanti minaccioso, quando non è subito individuabile perché non indossa uniformi, quando non è neppure l’interlocutore che aveva promesso d’essere: il giornalista di Repubblica ne ha visti tanti, e i suoi articoli sono costellati di locuzioni che esprimono quest’emergere subitaneo di persone o pericoli votati a cambiare d’un colpo non solo un’esperienza di lavoro ma una vita. Un «fantasma uscito dal nulla» è Abdul Rahman, l’afghano convertito al cristianesimo sottratto alla condanna a morte della sharia musulmana e trasferito in Italia, poco più di un anno fa: «Un solo uomo, spuntato dal nulla», che accende in tanti afghani «la rabbia, la frustrazione, l’orgoglio ferito» di chi si sente esautorato della propria sovranità. Un solo uomo «capace di scatenare quella crisi che centinaia di Talebani, con decine di attentati, di morti e di battaglie, cercano da mesi». A Mogadiscio, poco dopo, altro scenario: «Un tizio esce dalla folla che urla e brucia bandiere Usa e dell’Etiopia - è il 24 giugno 2006 -, si avvicina al cameraman che sta filmando, da vicino, quasi zoomando le facce delle donne velate, gli preme la canna della pistola sulla schiena e fa fuoco. Martin Adler, 42 anni, anglo-svedese, sposato, due figlie, cameraman della tv britannica Channel Four crolla a terra. Rantola, muore. La folla continua ad urlare, molti non hanno visto ancora nulla». Ricorre spesso anche questo pronome indefinito: nulla. In guerre dove i militari si travestono da civili e i civili son trasformati in bersagli non vale nessuna norma e il nulla pian piano mangia la realtà. Negli articoli-diari si può leggere come Mastrogiacomo incontrò, un giorno, chi poco meno d’un anno dopo l’avrebbe sequestrato: non i carcerieri che obbediscono al mullah Dadullah, ma comunque i fedeli di Dadullah. Parlò con loro, ne conobbe gli intenti, gli annunciarono l’offensiva «infernale» già allora in programma. Accadde il 10 maggio 2006, quando intervistò il portavoce dei Talebani Mohammed Hanif, pochi giorni dopo l’attentato ai soldati italiani che era costato la vita di due giovanissimi alpini, il tenente Manuel Fiorito e il maresciallo ordinario Luca Polsinelli, mentre pattugliavano un quartiere a Sud-Est di Kabul: è probabile che gli uomini di Dadullah non parlino un linguaggio diverso, oggi. Mohammed Hanif gli disse che i Talebani non usavano far differenza tra italiani, francesi, tedeschi, olandesi, inglesi: «Rappresentano tutti le forze straniere che hanno occupato il nostro paese e sono tutti al servizio degli Stati Uniti», disse. Gli fece anche sapere che il militante talebano non crede al modello democratico: «L’importante, per voi occidentali, è che vada al potere solo chi volete». Mastrogiacomo aveva replicato che anche il modello dei Talebani era poco credibile: ieri condannavano le piantagioni di oppio, oggi sostenevano coltivatori e trafficanti. Hanif aveva risposto: «Qualsiasi mezzo per combattere le società occidentali a noi va bene. Noi siamo e restiamo contrari alle coltivazioni. Siete voi che chiedete l’oppio e l’eroina. Siete voi che cercate la morte». Non conosco Mastrogiacomo ma posso immaginare come si sentì ascoltando quelle parole. Anche lui in qualche modo rischiava a tal punto la vita da sembrare familiare della morte. Comunque non la fuggiva, la sua immensa vitalità consisteva in questo. Come ha scritto Bernardo Valli su Repubblica, l’inviato unilaterale «vuol sempre andare ”sul posto”: è l’inguaribile vizio del cronista vero». Un vizio che pesa perché, anche se si salva, il cronista dovrà metter nel conto che forse i suoi cari saranno colpiti, e nei luoghi catastrofici i suoi cari sono gli appartenenti al suo staff: autista, interprete locale, ausiliari per cui non esiste ancora, nemmeno nei protocolli della Convenzione di Ginevra, una legge internazionale. Venerdì sera, quando tg e siti Internet annunciavano che la speranza s’era accesa, uno di questi ausiliari era dato per morto. l’autista Sayed Agha, forse ucciso all’alba del giorno che tanto ha fatto sperare. Il lettore ricorderà i giorni in cui Giuliana Sgrena era nelle mani dei rapitori in Iraq, nel febbraio-marzo 2005. O quando furono sequestrati Enzo Baldoni, nell’agosto 2004 in Iraq, o Daniel Pearl del Wall Street Journal, nel gennaio 2002 in Afghanistan. Sono tanti i giornalisti catturati nelle ultime guerre atipiche, e non tutti son tornati a casa. Baldoni e Pearl non tornarono. Il più delle volte erano reporter unilaterali: il 92 per cento dei corrispondenti sequestrati o uccisi nelle ultime guerre sono irregolari, dice ancora il rapporto - s’intitola Killing The Messenger - pubblicato dall’Istituto internazionale per la sicurezza dei giornalisti. Unilaterali e dunque soli, prede d’ogni sorta di fantasma che balza dal nulla. Tutti esposti a quelle terribili parole, che ricorrono nelle odierne guerre senza regole: siete voi che cercate la morte. Siete il messaggero, siete l’angelos che va e annuncia, e questo significa mettere in gioco la vita. Per il giornalista non è così: egli va, annuncia, ma anche quando mette in gioco la vita sa di non meritare la morte proprio in quanto annunziante, in quanto cronista-testimone. Da tempi immemoriali è sacro proprio per questa sua attività. Senza di lui e senza questa sua sacralità saremmo tutti in un mondo non più profondo ma piatto, non più parlante ma muto.