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 2007  marzo 17 Sabato calendario

ALBERTO CAIRO

Mi hanno chiesto un piano di lavoro per i prossimi cinque anni. Poiché il numero dei disabili afgani che assistiamo e i costi dei servizi sono in continua crescita, occorre capire quello che si potrà fare. E fare i conti. Per cinque anni. Se da un lato è consolante che la Croce Rossa Internazionale voglia impegnarsi a lungo in Afghanistan, dall´altro la richiesta mi mette in grossa difficoltà. Vogliono infatti che io indovini in qualche modo quello che sarà del paese, il suo futuro.
Un aiuto mi viene dalle statistiche raccolte, fotografie fredde ma fedeli. Nel 2006, 15.000 le protesi fatte, 160.000 le sedute di fisioterapia, oltre 1.000 le carrozzine fabbricate, 10.000 le stampelle, 5.000 i micro-prestiti per il reinserimento sociale dei disabili. Circa le persone registrate, le vittime delle mine anti-uomo sono in discesa, ma pur sempre tre-quattro al giorno; stazionari i midollolesi (paraplegici), in crescita le paralisi cerebrali e bambini con deformità congenite, in discesa i poliomielitici. Il numero dei nostri clienti non può che crescere: bisognosi di assistenza alla vita, si vanno ad aggiungere a quelli degli anni passati. Non c´è dubbio, implacabile, il lavoro aumenta. Le proiezioni dicono sarà il 50% in più tra cinque anni. Col costo di una protesi salito da 100 a 300 euro, ci sarà bisogno di un mare di fondi. Questo se la situazione resta quella di adesso. Lo resterà?
Negli ultimi mesi, per vedere da vicino e meglio capire, ho visitato diverse città e province, discusso con tante persone, autorità e gente comune. Quando ho spiegato loro del piano quinquennale, diversi hanno sgranato gli occhi. Abituati a vivere alla giornata o poco più, il mio è sembrato loro un artificiale esercizio, un compito in classe. «Niente dura in Afghanistan», mi dice Farid. Me lo ripeteva anni fa, durante i giorni neri della guerra civile, forse allora per darsi coraggio. E´ uno dei tanti che giurava nel successo del nuovo Afghanistan. Eppure non sta male, lui: ha ricostruito la casa, ha un lavoro, la macchina (spesso guasta, ma c´è), la televisione e tre telefonini. Figli e figlie vanno a scuola.
Che ti aspetti se niente dura, chiedo. «Uno spera sempre. Anche se un po´ meno ogni giorno». Solenne, mi dice che i possibili scenari del paese sono tre: migliora, resta com´è o peggiora.
Grazie, ci sarei arrivato da me.
«Di una cosa sono convinto», dice. «Noi afgani da soli non ce la facciamo, ma l´aiuto straniero ci schiaccia e confonde. Ci dà una mano e ci divide. Non siamo più noi. Non ci fidiamo di nessuno. Ciascuno fa per sé. Non dovrebbe più essere il tempo dell´arrangiamoci, invece ogni giorno è lotta per conservare quello che hai, per tirare avanti». Però non mi sembra tu stia male, gli dico. «Sì, io me la cavo. Oggi. Ma domani? Niente dura in Afghanistan». Mi prende la mano e ride: «Il tuo bel piano quinquennale!» Ma, secondo te, insisto, come saranno gli anni che vengono? Ci pensa su un po´, sospira: «Con un po´ di fortuna, mi auguro non peggiori troppo. Inshallah».
( lavora per il progetto ortopedico della Croce Rossa internazionale in Afghanistan)