Aldo Cazzullo, Corriere della Sera 17/3/2007 Lettere, 17 marzo 2007
«Il film si intitola Vincere. Come la parola d’ordine del protagonista, il Duce. E come la volontà invincibile della protagonista, Ida Dalser, l’amante e forse moglie di Mussolini, che gli diede il primo figlio maschio, Benito Albino, destinato come lei a morire in manicomio»
«Il film si intitola Vincere. Come la parola d’ordine del protagonista, il Duce. E come la volontà invincibile della protagonista, Ida Dalser, l’amante e forse moglie di Mussolini, che gli diede il primo figlio maschio, Benito Albino, destinato come lei a morire in manicomio». Dopo Buongiorno notte, Marco Bellocchio torna a fare un film sulla storia politica del ’900. S tavolta affronta la figura del Duce. Respingendone entrambe le immagini stereotipate: quella postresistenziale dell’alieno che grazie a una cricca di criminali governa un paese a lui estraneo; e quella in via di costruzione di un padre di famiglia che con bonomia e sagacia salva l’Italia dal comunismo fino all’errore dell’alleanza con Hitler. «Il Duce è un "essere per la morte", un calcolatore cinico disposto a passare sui cadaveri. Il Mussolini del mio film ricorda l’Alessandro dei Pugni in tasca, che si "realizza" uccidendo madre e fratello. Ciò non toglie che il Mussolini storico ebbe un consenso straordinario – dice Bellocchio ”. E la gran parte dell’Italia si specchiò in lui. Maestri, impiegati, piccolo borghesi si riconobbero nel Duce e lo adorarono; e lui fu di volta in volta uno di loro, maestro, poeta, soldato, contadino, padre affettuoso, marito, amante». «Quando volle fare di sé un Cesare o un Alessandro Magno cominciò la sua fine. Ma fino ad allora la grande maggioranza degli italiani sono stati fascisti; per questo, quando il fascismo cadde, lasciò dietro di sé un popolo sfiduciato, qualunquista, rassegnato a non credere in nulla. Un po’ com’è accaduto ai postcomunisti dopo il crollo del marxismo. Ovviamente ci furono eroi che al fascismo si opposero. E anche la donna del mio film ebbe il coraggio di tenergli testa. Al Duce, che l’aveva amata e abbandonata, Ida Dalser non si piegò mai. Fu ribelle sino alla fine. Quasi un’Antigone, un’eroina da tragedia greca». «Il film comincia con un episodio riportato da Paolo Monelli nel suo Mussolini piccoloborghese, ripreso dall’autobiografia della Balabanof. Siamo nel 1909, a Trento. Nella realtà storica, l’episodio accadde in Svizzera, ma il significato è lo stesso: l’immaginazione deve riconoscersi anche in un film storico un margine di infedeltà. La Dalser si affaccia in una sala dove si combatte uno di quei duelli verbali all’epoca molto diffusi tra un prete e un socialista ateo. C’è il giovane Mussolini che da istrione qual è chiede agli spettatori un orologio da taschino, lo poggia sul tavolo e proclama: "Se Dio entro cinque minuti non mi avrà fulminato, avremo la prova che non esiste"». Più avanti c’è anche il duello, stavolta non metaforico, con Claudio Treves, «con il Duce che pur ferito si ferma a verificare che gli arbitri scrivano fedelmente il verbale del combattimento e del suo comportamento coraggioso, per poi pubblicarlo sul Popolo d’Italia ». «Il giovane Mussolini esce dal film quando parte per la guerra. Ida ha venduto il suo salone di bellezza per aiutarlo a fondare Il Popolo d’Italia, è rimasta incinta, forse Benito l’ha pure sposata. Il giorno prima di partire per il fronte, lui la porta al cinema. Al cinegiornale scorrono le immagini della guerra, il pianista suona l’inno di Garibaldi, i nazionalisti cominciano a cantarlo – "Si scopron le tombe, si levano i morti..." ”, Benito si unisce al coro. I socialisti reagiscono, scoppia una rissa che mi piace pensare con i colori della "Rissa in galleria" di Boccioni, e Ida si lancia in sua difesa nonostante sia al settimo mese di gravidanza: è una donna fatta così, di una dedizione assoluta al suo eroe». Lo rivedrà solo al cinema, in un altro cinegiornale, nel 1922, mentre sale al Quirinale in camicia nera. «Ho in mente una continua contaminazione della finzione con il repertorio, che ho già sperimentato nel film su Moro». Là, i funerali del presidente della Dc senza sonoro, con la musica dei Pink Floyd. Nella seconda parte di Vincere, Mussolini sarà quello dei cinegiornali Luce, e Ida andrà continuamente al cinema per averne notizie: nella vita non lo vedrà più. «Ma per tutta la vita continuerà a rivendicare la propria storia di essere stata la moglie e di essere la madre del primogenito del Duce. Che ormai è avviato verso la conciliazione con la Chiesa e di quell’antico amore si deve disfare. Madre e figlio devono sparire. E spariranno i documenti del matrimonio e della nascita del figlio, a cui verrà cambiato il nome più volte. Non dovranno più esistere. Così nel 1926 Ida viene arrestata e rinchiusa nel manicomio di Pergine, vicino a Trento; poi in quello di San Clemente, su un’isola di fronte a Venezia». Una vicenda terribile di elettrochoc, malaroterapia – «si iniettava la malaria con il pensiero che le febbri alte avrebbero provocato una reazione salutare per la mente del malato» -, fughe, arresti, ricerche del figlio che nel frattempo il regime ha mandato in Cina, per poi rinchiudere anche lui in manicomio. E un’ultima fuga di Ida, riuscita, vittoriosa, a dimostrazione di questa sua invincibilità, nonostante fosse rinchiusa e controllata giorno e notte. Ida muore nel 1937, Benito Albino nel 1942. Il film si chiude con la Liberazione e la campagna elettorale per il referendum sulla monarchia: l’ultima scena è ancora ambientata in un cinema, dove si rifugiano i manifestanti di un corteo repubblicano dispersi dalla polizia, l’Italia della Resistenza che ha sconfitto il fascismo; ma non voglio rivelare il finale». Il progetto è finanziato da Raicinema, e le riprese dovrebbero cominciare alla fine dell’anno, per essere nella sale nel 2008. Sull’attrice che farà Ida, e che dovrà essere «di una bravura mostruosa», è ancora buio. Sarà un film politico, spiega Bellocchio. E uno degli spunti è la crisi del partito socialista, «che comincia proprio nel 1915, con la svolta interventista di Mussolini. Questa è una riflessione maturata anche da conversazioni con mio fratello Piergiorgio, che mi ha mostrato un’intervista in cui Treves prevedeva, dopo il delitto Matteotti, che passata l’estate e finite le vacanze il fascismo sarebbe caduto da sé. I socialisti sottovalutano il Duce, non comprendono che non ha soltanto l’appoggio degli industriali, degli agrari, della piccola borghesia, della Chiesa, ma che tanta gioventù si riconosce in lui, vede in lui l’uomo nuovo della politica, capace di spazzare via la vecchia classe liberale e anche socialista. Poi, dopo la Liberazione, il Psi subisce l’egemonia comunista. Sotto questo profilo, il disegno di Craxi di mettere in discussione il primato del Pci e restituire al proprio partito peso elettorale e libertà d’azione, per quanto perseguito con metodi inaccettabili, era politicamente lungimirante». «Oggi mi manca, e credo manchi all’Italia, un partito socialista veramente laico – dice Bellocchio ”. Non capisco il cupio dissolvi della sinistra, l’ansia di annullamento di sé che spinge i Ds a unirsi ai cattolici ruiniani come la Binetti e lo stesso Rutelli nel partito democratico, che si dovrebbe collocare fuori dall’Internazionale socialista. Stimo Veltroni, è un amico, ma non ne comprendo il progetto. Viene in mente un detto antico, "chi di spada ferisce di spada perisce": come se, dopo aver consegnato il Psi ai giudici, la sinistra erede del Pci scegliesse il suicidio (come espiazione?). E neanche mi convince il "casinismo" di Pannella, che certo non ha giovato alla Rosa nel pugno. Quanto ai neo o veterocomunisti, quelli che con un aggettivo geniale Guareschi definiva trinariciuti, non mi sembra che abbiano le idee molto chiare, o che ne abbiano di nuove. Bertinotti mi pare imbavagliato nel suo ruolo istituzionale, e il suo partito molto sulla difensiva. Sono un moralista (lo sono ancora troppo, e questo è un limite), ma non credo che il moralismo e l’antiberlusconismo possano esaurire la politica: non mi fanno ridere le vignette di Vauro. Così come non mi hanno mai interessato i girotondi, che hanno lasciato poco o nulla dietro di sé. Sono letteralmente scomparsi, e sembravano la grande invenzione della politica. E’ rimasto invece il loro leader carismatico, Nanni Moretti: geniale inventore, e amministratore, della propria immagine».