Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  marzo 17 Sabato calendario

MARCO BELPOLITI

A Torino e a Roma si allargano i marciapiedi; a Milano, invece, li stringono. Così scrive un collaboratore di un quotidiano locale che sottolinea come questi essenziali elementi della città - spazi per pedoni - vengano quotidianamente invasi da motocicli parcheggiati, sedie di bar e ristoranti, biciclette che transitano. Come ha scritto 45 anni fa Jane Jacobs in quello che resta ancora uno dei testi fondamentali dell’urbanistica contemporanea, Vita e morte delle grandi città, in se stesso un marciapiede di città non significa niente, è un’astrazione: «significa qualcosa solo in relazione agli edifici e agli altri usi esistenti lungo di esso o lungo altri marciapiedi immediatamente prossimi». Insieme con le strade, i marciapiedi costituiscono i più importanti luoghi pubblici di una città; sono i suoi organi vitali.
Naturalmente la Jacobs parla delle città americane dove la piazza non ha lo stesso scopo e la medesima forma di quelle europee. Per lei il marciapiede è il luogo dove si gioca la partita sulla sicurezza delle città: l’ordine pubblico, scrive, non è mantenuto principalmente dalla polizia - illusione che accompagna molti sindaci italiani e non solo - ma da una complessa e quasi inconscia rete di controlli spontanei e di norme accettate e fatte osservare dagli abitanti stessi. Il marciapiede è lo spazio dove avviene questa benefica sorveglianza, dove avvengono gli scambi tra le persone, conosciute e sconosciute, dove gli stessi ragazzi si educano alla solidarietà tra loro e con gli altri; tutto questo a patto che sul marciapiede si affaccino case e negozi, si aprano finestre e porte d’accesso. Per funzionare ci deve essere una netta separazione tra spazi pubblici e spazi privati, la strada deve essere sorvegliata da chi vive lì accanto - i suoi naturali proprietari - e i marciapiedi devono essere frequentati con sufficiente continuità. Inoltre, sulla strada che si affaccia su quel marciapiede devono esserci negozi di diverso tipo, negozi aperti sulla strada, non solo vetrine.
La vetrinizzazione sociale, fenomeno contemporaneo di cui parla Vanni Codeluppi (Bollati Boringhieri), implica estraneità e falsa partecipazione. I quartieri delle città storiche italiane sono diventati luoghi anonimi, anche quando sono in centro e vi si affacciano negozi con ampie superfici vetrate; durante il giorno difficilmente i negozianti escono sul marciapiede, incrociando sguardi di chi passa. Stanno barricati nel negozio, e alla sera quelle strade eleganti diventano deserti. Gli occhi degli abitanti sono stati sostituiti dalle telecamere, occhi meccanici e freddi.
Un altro aspetto che la Jacobs tocca nel suo libro è il progressivo sacrificio dei marciapiedi a vantaggio della carreggiata stradale, quasi che i marciapiedi servano solo per camminare o entrare negli edifici, mentre sono decisivi per l’azione collettiva, i giochi dei bambini e l’educazione dei ragazzi che è il risultato dell’interazione con gli adulti che vivono lungo quegli spazi. Nelle nostre città è raro che i ragazzi girovaghino per gli animati marciapiedi. Li si vede nei parchi o nei terreni di gioco, luoghi appartati dove avvengono piccole e grandi violenze e dove, senza l’occhio vigile degli abitanti, si abbandonano a atti di vandalismo.
Il libro della Jacobs ha inaugurato una forma di osservazione della città che continua, senza saperlo, quella del flâneur di cui parla Walter Benjamin nei suoi saggi. Uno di questi «passeggiatori» senza meta è uno psicoterapeuta modenese, Sandro Vesce. Egli pubblica da qualche tempo dei piccoli libretti dedicati alla sua città in cui, partendo da dettagli colti durante le peregrinazioni in bicicletta, analizza aspetti inediti della città. Sul lato del portale di Palazzo Solmi, Vesce ha scoperto un cordolo che presenta una strana dentatura: incisioni ritmiche nella pietra, caso unico nell’intero centro storico di Modena. Con stile da detective, Vesce ha ricostruito la storia del cordolo, risalendo sino all’ingresso degli americani in città, il 22 aprile 1945. Un carro armato Sherman ha inciso il marciapiede durante una manovra nel corso delle sparatorie precedenti la liberazione di Modena.
I marciapiedi delle città italiane possiedono qualcosa che i marciapiedi nordamericani non hanno: una storia. Conservano la nostra memoria collettiva, sono elementi che si oppongono - come possono - alla standardizzazione in corso, che è l’evento preponderante dell’attuale trasformazione sociale. Ogni marciapiede racconta una storia, se solo sappiamo leggerla. In un bellissimo articolo di archeologia urbana, pubblicato sulla Stampa negli Anni 80, «Segni sulla pietra», Primo Levi ci ricorda l’importanza storica e letteraria dei marciapiedi, da Dante ai Promessi sposi. Gli spazi sopraelevati per i pedoni sono un’istituzione civile, scrive, ma sono anche pieni di sorprese. Levi parla dei marciapiedi di Torino, gli stessi che, come racconta nella Tregua, percorreva con lo sguardo rivolto verso il basso nei mesi successivi al suo ritorno da Auschwitz per l’abitudine di cercare in terra qualcosa di utile o da mangiare. Il giorno che si procederà alla riesumazione dell’asfalto urbano, di cui sono ricoperti molti marciapiedi, si scopriranno, scrive, alla stregua degli insetti del Pliocene, tappi di Coca-Cola, anellini da strappo delle birre, ricavandone dati sulla qualità e quantità delle nostre scelte alimentari.
Nel pezzo, una vera detective-story, Levi analizza i segni lasciati dal passaggio degli uomini sulle pietre di città e ricorda come le lastre e i cordoli di Torino conservino ancora gli spezzoni delle bombe dirompenti lanciate dagli Alleati sulla città: davanti al numero 9 bis di corso Re Umberto. Levi e Vesce sono dei curiosi, investigatori dilettanti dello spazio urbano. Se Vesce guarda i cordoli, Levi si sofferma su un altro aspetto: le gomme da masticare. questo il materiale archeologico che si conserverà più a lungo sui nostri marciapiedi. Da chimico Levi sa che sono praticamente indistruttibili: diventano scure e non scompaiono mai. Nel futuro descriveranno i luoghi dove sono esistiti bar e locali; lì le gomme sono state sputate sul selciato o sull’asfalto. E oggi uno straniero che non conosce la città, scrive in conclusione, può benissimo trovare questi locali spostandosi nel senso delle gomme più fitte, allo stesso modo con cui gli squali trovano le loro prede ferite seguendo le tracce del sangue nell’acqua. Se le nostre città, come suggerisce questa immagine di Levi, sono luoghi ambivalenti, pericolosi e ameni, molesti e piacevoli, molto dipende da noi, da come le viviamo.