Maurizio Molinari, La Stampa 17/3/2007, 17 marzo 2007
Diplomatici e militari americani ritengono che l’uomo decisivo nella trattativa per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo sia il presidente afghano Hamid Karzai, ma la situazione potrebbe complicarsi se un taleban di cui i rapitori chiedono il rilascio dovesse essere in mano alla Cia
Diplomatici e militari americani ritengono che l’uomo decisivo nella trattativa per la liberazione di Daniele Mastrogiacomo sia il presidente afghano Hamid Karzai, ma la situazione potrebbe complicarsi se un taleban di cui i rapitori chiedono il rilascio dovesse essere in mano alla Cia. Alle ore 19,30 di lunedì le porte del Dipartimento di Stato si apriranno per il ministro degli Esteri Massimo D’Alema atteso dal segretario di Stato Condoleezza Rice per quella che gli sherpa di Washington definiscono una «cena ristretta» con un«agenda aperta», ovvero a tutto campo, nella quale si potrà parlare dunque anche di Afghanistan. Sebbene a livello governativo il sequestro del giornalista di «Repubblica» sia stato finora oggetto di contatti diretti solo con Kabul, le richieste avanzate dai taleban hanno di fatto chiamato in causa gli Stati Uniti. Il comandante Dadullah, conosciuto dall’intelligence britannica come un uomo spietato con i suoi uomini e feroce con gli avversari, ha chiesto in cambio della liberazione del giornalista il rilascio di tre taleban: Mohammed Hanif, Abdul Latif Hakimi e Mustad Yasser. Il primo è ben conosciuto dai militari americani che danno la caccia ai leader taleban: Hanif, il cui vero nome è Abdul Haq Haqiq, è un uomo di stretta fiducia del super-ricercato mullah Omar e fu arrestato a metà gennaio nella città afghana di Torkam mentre era appena arrivato dal Pakistan in uno dei frequenti attraversamenti del confine teso a far arrivare ai guerriglieri nel Sud ordini e rifornimenti in arrivo dalla regione di Quetta. Mohamed Hanif non è insomma un guerrigliero qualsiasi ma l’uomo che conosce i segreti del mullah Omar, il cui ultimo avvistamento avvenne alla fine del 2001 a bordo di una motocicletta nei pressi di Kandahar. «A prescindere da chi arrestò Hanif in gennaio, nel caso di simili personaggi - spiega Vincent Cannistrato, ex capo dell’antiterrorismo della Cia - il detenuto viene subito preso in consegna dagli americani che lo interrogano e poi, quando ritengono di aver saputo tutto quel che c’è da sapere, lo danno agli afghani». Resta da vedere se da metà gennaio ad oggi l’intelligence Usa sia riuscita o no a terminare l’interrogatorio di Hanif. «Questo detenuto eccellente potrebbe essere, come molti altri, ancora in mani americane - sottolinea Robert Finn, primo ambasciatore Usa a Kabul dopo la caduta dei taleban nel novembre 2001 - e se così fosse Washington non accetterebbe mai di liberarlo perché può disporre di informazioni importanti per la lotta al terrorismo e perché con i taleban non si tratta». L’altra ipotesi è che il braccio destro del mullah Omar sia invece detenuto in una prigione afghana. «In questo caso l’ultima parola spetta al governo del presidente Hamid Karzai - dice Cannistraro - perché è lui a gestire le prigioni nazionali». Gli altri prigionieri richiesti da Dadullah potrebbero essere già nelle prigioni afghane, trattandosi di personaggi apparentemente di secondo piano: Abdul Latif Hakim è noto per aver svolto le mansioni di «portavoce» diffondendo video dei taleban, mentre Mustad Yasser è un nome definito «un po’ strano» da Finn, ovvero potrebbe celare un’altra identità. Se la «conversazione aperta» di lunedì sera porterà il capo della Farnesina a discutere con la Rice il rapimento di Mastrogiacomo, potrebbe scontrarsi con una politica dell’amministrazione che il portavoce del Pentagono Joe Carpenter riassume così: «Con i terroristi noi non trattiamo, se l’Italia vuole procedere in maniera diversa è liberissima di farlo». Come dire, l’America non si oppone alle trattative per ottenere la liberazione di ostaggi, ma è contraria al rilascio di taleban catturati. «Bisogna capire che per i taleban Mastrogiacomo è solo una pedina di scambio - osserva l’ambasciatore Finn - verosimilmente lo hanno catturato per caso e hanno subito iniziato a pensare cosa poter ottenere per la sua liberazione, più gli si offre più chiedono. Se gli vengono dati soldi chiederanno la liberazione di taleban detenuti, se riusciranno ad ottenere anche questo passeranno a chiederne di più e se anche questo gli sarà dato andranno avanti, magari chiedendo il ritiro delle truppe italiane o altro ancora». La scelta di Washington di non negoziare con i taleban nasce proprio dalla convinzione che «gli farebbe solo alzare il prezzo», osserva Joe Carpenter. «Ciò che Dadullah sta cercando di ottenere è un risultato politico - aggiunge Cannistraro - e la liberazione di un braccio destro del mullah Omar gli garantirebbe questo successo, portando di conseguenza a un indebolimento di Karzai». Il rifiuto americano di ammettere o smentire la presenza di singoli detenuti nelle proprie carceri - in Afghanistan o altrove - impedisce di avere la certezza che Hanif sia ancora nelle mani della Cia. «Non possiamo escludere che lo abbiano già dato agli afghani - conclude Cannistraro - e se così fosse il negoziato forse potrebbe essere possibile perché il governo Karzai ha varato da poco tempo un programma per il recupero dei taleban alla vita civile quando escono dalla prigione, e questa potrebbe essere una via d’uscita...». Se così fosse la soluzione potrebbe essere dietro l’angolo. «La persona a cui rivolgersi per la soluzione della crisi dell’ostaggio è Hamid Karzai» concordano Finn e Carpenter.