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 2007  marzo 17 Sabato calendario

Quando un governo di centro-sinistra mette mano alle politiche dell’immigrazione, lo fa quasi sempre per ridurre le restrizioni introdotte da un governo di centro-destra

Quando un governo di centro-sinistra mette mano alle politiche dell’immigrazione, lo fa quasi sempre per ridurre le restrizioni introdotte da un governo di centro-destra. Negli ultimi vent’anni in Europa ci sono state 37 riforme delle leggi nazionali sull’immigrazione. Il 60 per cento di quelle varate dai governi di centro-destra hanno cercato di erigere nuove barriere contro l’arrivo degli immigrati, mentre 4 riforme su 5 targate centro-sinistra sono andate in senso opposto. L’accordo trovato in questi giorni fra i ministri Amato e Ferrero per una nuova legge sull’immigrazione non è dunque un’eccezione. Molte di queste leggi sono dettate principalmente dall’ideologia, sono come dei trofei da esibire in campagna elettorale più che qualcosa da mettere davvero in pratica. Non a caso i decreti attuativi della legge Bossi-Fini non erano ancora stati varati tre anni dopo la sua approvazione in Parlamento. E di simili ipocrisie, di leggi inapplicate, è costellato il paesaggio delle normative sull’immigrazione anche in altri Paesi europei. Questo spiega perché anche coalizioni che hanno molti elettori fra i lavoratori manuali, quelli che hanno più da temere dalla concorrenza di immigrati poco qualificati, aprano le frontiere. E perché coalizioni che rappresentano di più gli interessi dei datori di lavoro, quelli che hanno solo da guadagnare dall’arrivo degli immigrati, adottino spesso normative restrittive. Il fatto è che le leggi-trofei rispondono per lo più a motivazioni e identificazioni di natura ideologica. C’è però un fatto nuovo nelle proposte elaborate dai ministri Amato e Ferrero. Per la prima volta il nostro Paese sceglie la strada dell’immigrazione selettiva, favorendo soprattutto l’arrivo di immigrati con un più alto livello di istruzione. una strada ideologicamente forse meno digeribile dell’apertura delle porte a tutti. Ma è una strada fondata su solide ragioni economiche in un Paese come il nostro che ha sin qui attratto soprattutto immigrati con basso livello di istruzione. Solo il 12% dei nostri immigrati ha ricevuto un’istruzione terziaria, contro il 22% degli altri Paesi Ue. Anche dai nuovi Stati membri abbiamo attratto una quota relativamente bassa di lavoratori altamente istruiti (il 15% contro il 28% altrove). Ci sono anche ragioni di equità per privilegiare l’arrivo di immigrati qualificati. Se l’immigrazione coinvolge soprattutto persone poco qualificate, le disuguaglianze nel Paese che li accoglie tendono ad aumentare perché sono soprattutto i lavoratori meno istruiti a subire la concorrenza dei nuovi arrivati. Se, invece, l’immigrazione è di forza lavoro qualificata, le disuguaglianze nel Paese di destinazione diminuiscono. Sembra anche esserci più pragmatismo che nelle leggi precedenti. Ci sono le quote, con programmazione triennale ed eventuali adeguamenti annuali per evitare ai datori di lavoro di aspettare magari fino a maggio il decreto flussi per quell’anno. Ma c’è anche l’immigrazione fuori quota dei talenti, di cui si è detto, o delle badanti che permettono a molte famiglie di assicurare assistenza a domicilio ad anziani autosufficienti pagando da un quarto a metà di meno di quanto costerebbero le case di cura. Non si aboliscono i Centri di Permanenza Temporanea, ma li si rendono qualcosa di diverso da una estensione della detenzione in condizioni igieniche e di salute ancora peggiori di quelle già precarie delle nostre carceri. Non si pretende più che si possano gestire flussi di 300 mila persone all’anno con le «chiamate per conoscenza diretta» della Bossi-Fini, ma si creano delle liste cui il lavoratore straniero che vuole lavorare da noi può iscriversi prima di venire in Italia. Un modo per gestire in modo efficace queste liste, per stabilire a chi permettere di avere il permesso di soggiorno e a chi no, sarebbe quello di introdurre un vero e proprio sistema a punti. Come in Canada e Nuova Zelanda, Paesi in cui c’è maggiore accettazione sociale per l’immigrazione e dove gli immigrati sono non meno istruiti del Paese che li accoglie, si favorirebbe chi parla già la nostra lingua, è altamente istruito o va a coprire mansioni che nessun italiano vuole più svolgere. Sarebbe anche un modo per rendere più trasparente il principio dell’immigrazione selettiva sancito da quest’accordo. Vedremo se nel tradurre questo accordo in disegno di legge, ci sarà il coraggio di andare fino in fondo sulla strada dell’immigrazione selettiva.