Alberto Ronchey, Corriere della Sera 17/3/2007, 17 marzo 2007
di ALBERTO RONCHEY A fine marzo, nella discussione di Palazzo Madama sul rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan, a quanto pare alcuni senatori della sinistra governativa esprimeranno tenaci dissensi
di ALBERTO RONCHEY A fine marzo, nella discussione di Palazzo Madama sul rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan, a quanto pare alcuni senatori della sinistra governativa esprimeranno tenaci dissensi. Ma non si vede come possano sottostimare la drammaticità dei pericoli che incombono su Kabul, mentre la guerriglia sequestra e uccide ostaggi, o dimenticare la storia dei conflitti che da quasi trent’anni si ripetono in quello scenario strategico. Le guerre afghane del nostro tempo risalgono a una precisa data d’origine, 24 dicembre 1979, l’invasione dall’Urss che l’Onu deprecava con il voto di 104 nazioni. L’Afghanistan veniva sul momento sottomesso, proprio mentre conquistava l’indipendenza in Africa lo Zimbabwe, già Rhodesia, ultima delle colonie britanniche. Seguiva in Afghanistan l’occupazione militare sovietica, prolungata per dieci anni, poi fallita dinanzi al propagarsi d’una strenua e inestinguibile guerriglia. Perché l’impero bicontinentale di Breznev, già superesteso, doveva spingersi oltre l’Amu Darja? Mosca temeva il contagio d’un islamismo eversivo in Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan. Invece gli occidentali temevano un espansionismo ulteriore dell’Urss, dopo la satellizzazione di Aden e del Sud Yemen. Dunque gli Stati Uniti fornirono soccorsi e armi come i missili antiaerei ai guerriglieri, compresi quelli poi chiamati talebani. Allora non fu previsto che la Jihad islamica si sarebbe ramificata e convertita in terrorismo internazionale. Nell’89, dopo il ripiegamento dei marescialli sovietici, l’Afghanistan era devastato e sconvolto da carestie, tribalismi, xenofobie. Prevalse la forsennata oligarchia dei talebani. La rete di Al Qaeda, sotto la guida di Osama Bin Laden, fu costituita in quelle circostanze, per estendersi con i primi attentati alle ambasciate americane di Nairobi e Dar es Salaam. Fino alla massima impresa, l’aggressione fulminea contro gli Stati Uniti l’11 settembre 2001. Contro quell’aggressione reagì l’intervento militare legittimato dall’Onu, giacché i talebani ospitavano Bin Laden e le basi del terrorismo. Il conflitto iniziale fu vinto dagli Stati Uniti e dai loro alleati con la rapida conquista di Kabul. I talebani ripiegarono verso i loro «santuari», lungo la frontiera con il Pakistan. Ma pure quella guerra doveva cronicizzarsi, come già quella dell’Urss. I marescialli sovietici, dal ’79 all’89, avevano preso atto che non era sufficiente occupare Kabul, Herat, Kandahar o Jalalabad per debellare la guerriglia in quelle impervie regioni, con un’aspra orografia intessuta di caverne d’alta quota. A Kabul venne insediato il governo di Hamid Karzai, sorretto in qualche misura dalla Loya Jirga o assemblea intertribale, ma non difeso da una concentrazione di forze internazionali sufficienti al presidio del territorio, mentre Washington con discutibili motivazioni apriva un altro fronte in Iraq. Fu l’avventura irachena una causa ulteriore dell’insufficienza di forze, che ha consentito il riaccendersi del focolaio talebano in Afghanistan. Eppure, anche senza ignorare azzardi o errori commessi nel misurare l’impegno primario in Afghanistan, ci si può rassegnare al ritorno dei talebani a Kabul? Per chiudere il ciclo delle guerre afghane sarebbe almeno da tentare, come viene proposto, una conferenza internazionale con la pressante mediazione dell’Onu.