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 2007  marzo 15 Giovedì calendario

Whiteread Rachel

• Londra (Gran Bretagna) 20 aprile 1963. Artista • «Il grande pubblico Rachel Whiteread l’ha incontrata alla Tate Modern [...] con una monumentale architettura: ha occupato la Turbine Hall, l’ingresso del museo, con migliaia di cubi bianchi accatastati l’uno sopra l’altro. Formavano candide montagne di altezze diverse in mezzo alle quali lo spettatore si muoveva liberamente, quasi un paese fantastico costituito da “zolle di zucchero”, in realtà 14 mila calchi di scatoloni di cartone. [...] è una delle artiste concettuali più importanti della sua generazione. Lavora ossessivamente intorno ai temi domestici, rifacendo arredi e stanze con materiali deperibili. Ha vinto il Turner Prize nel 1993, ha rappresentato la Gran Bretagna alla Biennale di Venezia del 1997. [...] “non sono mai stata una pittrice: ho dipinto il primo anno di College, nei due anni successivi ho imparato in qualche modo a uscire dai margini della tela”. E quindi sculture, installazioni. Ma aveva e ha degli artisti di riferimento? “Al tempo degli studi si trattava di gente come Eva Hesse, e forse Louis Bourgeois. Quando lascia la Slade School of Fine Art fui molto più influenzata dal minimalismo americano. E poi anche dall’Arte povera. C’erano diverse persone che trovavo interessanti. Ma se si trova, gradualmente, la chiave del proprio lavoro, se si comincia a sviluppare il proprio linguaggio di artista, si tende a usare quello”. Ha cominciato con calchi di oggetti quotidiani. Cosa rappresentava per lei il calco? “Stavo tentando di trovare un modo per realizzare delle opere dirette, con un processo diretto. Ad esempio, premendo. Moltissimi anni fa ho fatto dei lavori con dei calchi di sabbia, nei quali premevo un cucchiaio nella sabbia e poi versavo delle resine. Restava un´impronta perfetta ma in un certo senso aveva perduto la ‘cucchiaicità’ del cucchiaio. Cosicché dovunque si trovasse quell´oggetto ora c’era una cosa solida. Questo divenne per me un momento molto interessante: facendo qualcosa di incredibilmente semplice si poteva cambiare la percezione di un oggetto domestico”. Poi è passata al grande formato, alle architetture... “Essenzialmente si tratta sempre della stessa cosa. La prima opera è del 1990, Ghost. Per me era come tentare di riempire una stanza con del gesso, per poi rimuoverne le mura. Ovviamente le cose non erano facili ed è stato molto più complicato da realizzare, ma questa era più o meno la teoria che poi avrei sviluppato con House, con la quale ho fatto più o meno così: ho colmato la casa di calcestruzzo e poi ho tolto i muri. Si tratta in fondo di un procedimento molto semplice. In realtà è molto complesso da realizzare. Dice le architetture... Ho sempre attraversato i luoghi che abitiamo, una casa, una scala, un tavolo. Sono tutte cose che usiamo, che produciamo, che inventiamo per noi stessi. Io ho semplicemente preso queste cose e lo ho messe a testa in giù, per così dire. Ad esempio facevo un calco delle scale, ma poi alle volte le orientavo in un´altra direzione, in modo da ottenere un pezzo molto strano da capire”. Preferisce lavorare su grande scala... [...]”» (“la Repubblica” 5/2/2007).