Walter Galbiati, la Repubblica 13/3/2007 Federico De Rosa, ibidem Federico De Rosa, Corriere della Sera 14/3/2007 Sergio Rizzo, Corriere della Sera 14/3/2007 Massimo Sideri, Corriere della Sera 14/3/2007 e altri (vedi la scheda), 13 marzo 2007
GRUPPO DI ARTICOLI CHE RACCONTA LA DECISIONE DI TRONCHETTI (PIRELLI) DI ALIENARE LA QUOTA DI OLIMPIA (DOVE STA IL 18% DI TELECOM)
Walter Galbiati, la Repubblica 13/3/2007 - MILANO – MILANO - Olimpia è in vendita. Marco Tronchetti Provera è pronto a cedere il controllo di Telecom Italia. Perché Olimpia, partecipata all´80% da Pirelli e al 20% dalla famiglia Benetton, custodisce in pancia il 18% del primo operatore telefonico italiano. Una quota di controllo rilevata poco più di cinque anni fa e ora messa di nuovo all´asta, dopo che il presidente si è trovato in un vicolo cieco. Bocciata infatti l´opzione di cedere una quota di Olimpia agli spagnoli di Telefonica, Tronchetti Provera ha rilanciato mettendo in vendita l´intera società.
La decisione, forse accarezzata da tempo, è diventata esplicita solo ieri pomeriggio prima nel patto di sindacato di Pirelli, di cui fa parte il gotha della finanza italiana, e poi nel consiglio di amministrazione. Intorno a un tavolo, nella sede della Bicocca, c´erano insieme con Tronchetti Provera, Gabriele Galateri di Genola (Mediobanca), Gilberto Benetton (Edizione Holding), Salvatore Ligresti (Fondiaria), Giovanni Bazoli (Intesa San Paolo), Giovanni Perissinotto (Generali) e Paolo Vagnone (Ras). E tutti insieme, i soci che controllano Pirelli, hanno deciso di dare l´incarico al presidente di valutare ogni possibile soluzione per valorizzare un investimento che finora ha prodotto solo grattacapi.
«Ho ricevuto un mandato esplorativo, dipende dalle offerte che riceveremo, valuteremo se sono convenienti le soluzioni proposte o se converrà seguire un´altra strada», ha detto Tronchetti Provera rispondendo agli analisti nella conferenza telefonica che illustrava i dati di bilancio 2006. Aggiungendo che non è stata presa «nessuna decisione sui tempi né sul prezzo» per la cessione.
Sebbene non sia con l´acqua alla gola, la necessità di vendere per Pirelli appare drammaticamente nel bilancio del gruppo presentato ieri agli investitori. Nel 2006 a livello di risultato netto la Bicocca ha perso oltre 1 miliardo di euro, proprio perché ha dovuto adeguare ai prezzi di mercato il valore della quota Telecom. Un titolo acquistato nel 2001 a 4,175 euro e che ieri quotava in Borsa circa 2,12 euro. Nel bilancio Pirelli, quel titolo ora vale 3 euro, una svalutazione che ha prodotto un buco da 2,1 miliardi, solo in parte compensato dalla cessione della divisione Pneumatici e della partecipazione in Capitalia.
Senza il salasso Telecom e le operazioni straordinarie l´utile netto sarebbe cresciuto dai 350 milioni del 2005 a circa 473 milioni di euro. Un dato che testimonia come l´azienda Pirelli, senza Telecom, continui a essere un´industria che cresce. Il risultato operativo è salito del 13,1% a 401,4 milioni di euro. E i ricavi del 5,1% a 4,8 miliardi. Ma quest´anno non ci sarà nessun dividendo. Oggi sarà la Borsa a giudicare la scelta di Tronchetti Provera, anche se già ieri nel corso dell´after hours si è avuto un sentore di cosa potrebbe accadere. Tra scambi elevati, Pirelli è stata più volte congelata al rialzo. Il titolo, dopo aver chiuso la seduta ordinaria con un rialzo dello 0,69% a 0,7624 euro, nelle contrattazioni serali ha guadagnato oltre il 2% a 0,78 euro.
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ARMANDO ZENI, La Stampa 13/3/2007 - MILANO. Un’ora di riunione del patto di sindacato Pirelli, due di consiglio d’amministrazione. Alle sette e mezza di sera, in risposta alle domande via telefono degli analisti, l’ammissione clamorosa: tra le possibili opzioni di Pirelli c’è anche la cessione di tutta la quota (l’80%) di Olimpia, l’uscita definitiva da Telecom Italia.
Mai, finora, Marco Tronchetti Provera, presidente della Pirelli, aveva anche solo ipotizzato la cessione dell’intero pacchetto Olimpia: aveva spiegato, dopo che Hopa, Intesa e Unicredito in autunno erano uscite dall’azionariato dell’azionista di riferimento di Telecom, che a Pirelli non interessava tenersi in portafoglio l’80% di Olimpia e che era pronta a cedere al miglior offerente una quota di minoranza. Ma mai aveva ipotizzato scenari di disimpegno totale. successo ieri e la risposta di Tronchetti agli analisti è stata precisa: «Esplorerò tutte le possibili alternative su Olimpia, poi insieme agli altri consiglieri di Pirelli si prenderà la decisione».
Più di tanto non ha detto il presidente della Pirelli che ieri ha ricevuto dal consiglio della società mandato formale «per esplorare tutte le possibili opzioni, non esclusa la dismissione della partecipazione in Olimpia». Meglio, Tronchetti ha aggiunto solo quanto in questi casi - all’inizio di una probabile trattativa - si può e si deve dire: «Non è stata presa alcuna decisione sui tempi e sul prezzo». Trattandosi di un mandato esplorativo, «dipende da altri manifestare l’interesse, ci sono state voci, vogliamo vedere se c’è la vera volontà di acquistare, poi valuteremo».
Voci, dice Tronchetti. E il riferimento è esplicito alla cordata di banche e di fondazioni che un paio di settimane fa si è materializzata nei rumors di mercato come «soluzione di sistema» in alternativa alla cessione del 30% di Olimpia per un importo non inferiore agli 1,3 miliardi su cui stavano trattando Pirelli e Telefonica. Tra i nomi, mai confermati, c’erano Capitalia e Unicredito, oltre a quelli, Mediobanca e Generali già presenti con le loro quote di Telecom nel patto di sindacato firmato con Olimpia. Saranno loro, insieme a qualche fondazione e ad altre banche tricolori a scendere in campo? «Finora non siamo stati contattati da nessun pool di banche», ha messo le mani avanti Tronchetti. Certo è che la partita Olimpia, con il disimpegno di Pirelli da Telecom dopo nemmeno sei anni dall’acquisto - era l’estate del 2001 - dalla cordata padana capeggiata da Roberto Colaninno ed Emilio Gnutti, disimpegno che arriva sei mesi dopo l’uscita dal vertice Telecom di Tronchetti sostituito da Guido Rossi, è tutta ancora da giocare.
Ma il disco verde, voluto dal patto Pirelli, è arrivato. Si vedrà presto se si tratta di una mossa per uscire dall’angolo in cui è finita Pirelli dopo il no a maggioranza del cda di Telecom a procedere all’alleanza industriale esclusiva con Telefonica (condizione posta dagli spagnoli per entrare col 30% in Olimpia a 3 euro per azione) oppure di una sorta di «parole» pokeristico per sedersi al tavolo della partita Telecom con qualche asso in mano. Non a caso, ieri, chiuso un bilancio 2006 di Pirelli in rosso (con ricavi a 4,8 miliardi e una perdita di 1,14 miliardi causata dalla svalutazione da 2 miliardi della quota in Olimpia) che non permette di distribuire dividendi, Tronchetti ha difeso come vantaggiosa per Telecom e Pirelli la trattativa con Telefonica, ha ribadito che «c’erano buone ragioni per astenersi» sul piano alternativo di Rossi, Buora e Ruggiero e ha smentito «contrasti con i Benetton» che questo piano avevano votato.
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Federico De Rosa, Corriere della Sera 13/3/2007 - Aveva provato con Rupert Murdoch. Ma le perplessità dei palazzi della politica sull’ingresso del magnate australiano nell’azionariato di Olimpia avevano fatto sfumare la trattativa. Poi è arrivato il dossier Rovati e il lungo braccio di ferro con il governo, terminato con il passo indietro di Marco Tronchetti Provera dalla stanza dei bottoni di Telecom. Anche da Via Negri, però, il presidente della Pirelli ha continuato a cercare soluzioni. Ed era arrivata Telefonica, sfumata anch’essa. Stavolta a mettere nell’angolo il patron della Bicocca è stato Guido Rossi, il giurista «garante» messo alla presidenza del gruppo telefonico che in sei mesi si è smarcato dall’azionista di maggioranza. Ieri Tronchetti ha preso atto della situazione, e davanti ai membri del patto di sindacato della Pirelli ha aperto la discussione sulla vendita della quota.
Non la minoranza, come si era detto per Murdoch e Telefonica.
Stavolta sul tavolo è stato messo tutto l’80% di Olimpia. Segno che per Pirelli la Telecom non è più strategica. E la disponibilità a trattare la vendita è una sorta di «stop loss», per dirla in gergo finanziario, posto da Tronchetti per evitare che Pirelli venga trascinata nel gorgo da una Telecom a cui il mercato guarda con scetticismo.
Ieri attorno al tavolo del patto c’erano, tra gli altri, il numero uno di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli, il presidente di Mediobanca, Gabriele Galateri di Genola, l’amministratore delegato delle Generali, Giovanni Perissinotto. Rappresentanti di quel mondo bancario di cui da giorni si parla come possibile soluzione per la quota di Olimpia. Uno di questi, Bazoli, è stato il primo ad appoggiare sei anni fa Tronchetti nella scalata a Telecom, decidendo insieme a UniCredit di affiancare Pirelli e Benetton, ed evitare che la Bell di Emilio Gnutti vendesse il controllo di Telecom a Telefonica.
Ma non è l’unica soluzione di cui si è parlato sul mercato. Le voci sono tante. Nei mesi scorsi si sono fatti avanti i russi di Sistema, poi il fondo Blackstone, dietro al quale si staglia l’ombra del colosso Deutsche Telekom, e si è parlato degli indiani di Hindujia, che però in Via Negri non si sono visti. In movimento ci sono anche alcune fondazioni: la Crt e la Cariverona di Paolo Biasi si erano dette disponibili a creare una nuova società in cui loro avrebbero messo i capitali e Tronchetti le azioni Telecom.
In questi giorni è stato segnalato in movimento anche il presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, membro del patto di sindacato di Pirelli. La soluzione bancaria è quella che sul mercato viene maggiormente accreditata. Una soluzione «ponte» per guidare Telecom fuori dal guado e sollevare Pirelli dall’onere di condurre un’impresa che, con Rossi, Carlo Buora e Riccardo Ruggiero allineati sulla stessa posizione, è diventata a questo punto impossibile. Un po’ come era avvenuto per la Fiat. La way-out stavolta potrebbe assumere la forma di prestito convertibile legato alle azioni Telecom. Uno strumento che potrebbe aiutare a valorizzare al meglio i titoli Olimpia in portafoglio alla Bicocca a 3 euro. Sotto questa soglia Tronchetti non vuole scendere. Vedremo se dal sistema bancario arriverà una proposta, e da chi sarà firmata. I nomi circolati sono quelli di Mediobanca, Generali, Capitalia, UniCredito. Di certo, dopo l’annuncio di ieri chi si sta muovendo attorno al gruppo telefonico stringerà i tempi.
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«...Oggi i grandi banchieri si riuniranno per un consiglio direttivo in Mediobanca ed è molto probabile che prima o dopo si faccia il punto della situazione sul futuro di Telecom. Tronchetti e il cda Pirelli hanno preso la decisione di mettere in vendita tutta la quota di Olimpia dopo aver constatato, nell´ultimo cda Telecom, che la proposta di un´alleanza industriale ad ampio raggio con Telefonica era morta sul nascere. I contatti tra i presidenti dei due gruppi, Guido Rossi e Cesar Alierta, esistono e potrebbero portare nelle prossime settimane a un accordo specifico per le attività brasiliane. Ma niente di più. Inoltre, con l´approvazione del piano industriale triennale, più conservativo rispetto ai precedenti, il titolo Telecom ha perso terreno e di conseguenza anche la controllante Pirelli. Da qui anche la necessità di salvaguardare il più possibile l´investimento fatto nel 2001 e poi svalutato da 4 a 3 euro nel settembre 2006 [...] Tronchetti Provera nel portare avanti l´ipotesi della vendita può contare ancora sull´appoggio dei Benetton. «Non c´è alcun conflitto o differenza di opinione tra Pirelli e Benetton. Siamo perfettamente in linea», ha tenuto a precisare quando gli analisti gli hanno chiesto conto del voto favorevole di Gilberto Benetton nell´ultimo cda Telecom. stato un voto a favore della società e non contro Tronchetti Provera avevano già fatto sapere da Ponzano Veneto. Edizione Holding a questo punto ha due possibilità: vendere insieme a Pirelli se il compratore sarà disposto ad acquistare il 100% di Olimpia oppure rimanere se l´acquirente avesse uno standing elevato e in mano un piano industriale attraente. Di certo i Benetton non si metteranno di traverso se arrivasse un´offerta da parte delle banche, visto l´interesse a sbloccare la partita Autostrade-Abertis. Ma che cosa succederà se un gruppo indiano, russo o cinese mettesse sul tavolo 3,2-3,3 euro per ogni azione Telecom posseduta da Pirelli? Che cosa faranno le banche, il governo Prodi e il presidente Guido Rossi? Non si sa, ma se non altro il nodo verrà al pettine perché l´azienda è ormai da mesi bloccata da questo braccio di ferro tra l´azionista di riferimento e gli altri attori di una partita molto complessa (Giovanni Pons, la Repubblica 13/3/2007)
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Federico De Rosa, Corriere della Sera 14/3/2007 - MILANO – La Borsa approva la decisione di Pirelli di mettere in vendita la quota di Olimpia. Il giorno dopo l’annuncio di Marco Tronchetti Provera i titoli della Bicocca hanno fatto scintille in Piazza Affari, arrivando a guadagnare fino al 10% nel corso della seduta, poi chiusa con un rialzo del 6,28% e oltre il 4% del capitale scambiato. Il gruppo milanese sembra dunque uscito dall’angolo con una mossa che ha aperto ufficialmente la partita per il riassetto Telecom.
Sul tavolo ci sono diverse ipotesi. Parlando lunedì con gli analisti, il presidente della Pirelli aveva ricordato i colloqui con i russi di Afk Sistema che hanno confermato il loro interesse. Ma ieri, proprio a margine di un forum Italia-Russia, Pierluigi Bersani ha frenato sull’ingresso di azionisti esteri, così come ha fatto il leader della Cisl, Raffaele Bonanni. Secondo il ministro dello Sviluppo economico siamo già «ben oltre il rischio» che il gruppo possa passare in mani straniere, perché «l’ossatura dei nostri protagonisti industriali e finanziari non è in grado di raccogliere una sfida di questa portata». Adesso, questa è la soluzione suggerita, «dobbiamo trovare il modo attraverso il quale i nostri progetti industriali abbiano punti di stabilità strategica attraverso banche, assicurazioni, fondi pensione – ha proseguito il ministro ”. Il capitale finanziario italiano dovrà prendere qualche responsabilità in più in futuro». Bersani sembra avere le idee piuttosto chiare. E Paolo Gentiloni le condivide. «La situazione che si sta creando – ha commentato il ministro delle Comunicazioni – rappresenta una sfida molto importante per il mondo dell’impresa e della finanza italiana, che mi auguro sarà all’altezza di tale sfida che si sta determinando».
La soluzione «italiana», insomma, riscuote consensi nel mondo politico. Dal fronte bancario, tuttavia, per ora nessuno è uscito allo scoperto. Ieri, prima del direttivo del patto
di Mediobanca, Tronchetti si è intrattenuto a lungo con Cesare Geronzi, segnalato come tra i più attenti alle vicende del gruppo milanese. Capitalia fa parte dell’accordo tra i soci stabili della Bicocca, insieme a Intesa Sanpaolo, Generali e alla stessa Mediobanca. Non è ancora chiaro, però, chi sarà della partita. Il numero uno di Unicredit, Alessandro Profumo, si è mostrato per il momento cauto: «I clienti sono in Italia, l’importante è che gli operatori abbiano servizi di qualità e prezzi concorrenziali. Dobbiamo sempre più concepire le nostre aziende come aziende europee» ha detto a margine del forum italo-russo. Si è chiamato fuori, invece, il fondo Clessidra di Claudio Sposito, indicato come uno dei possibili candidati a entrare nella cordata finanziaria.
Tempi e modi del possibile ingresso delle banche sarebbero ancora da definire. Dopo il via libera alla vendita deciso lunedì, ci sarebbe stata un’accelerazione. Uno dei nodi attorno a cui si starebbe discutendo è il prezzo che le banche potrebbero riconoscere a Pirelli per l’80% di Olimpia. Sotto i 3 euro Tronchetti non vuole scendere. Una prima ipotesi di lavoro sarebbe arrivata a valorizzare le azioni tra i 2,3 e i 2,5 euro. Ma non è detto che non venga trovato un meccanismo, un prestito convertibile, ad esempio, per avvicinare domanda e offerta. Un’accelerazione è auspicata da più parti anche in vista dell’assemblea che il 16 aprile dovrà rinnovare l’intero consiglio Telecom. Al momento non sarebbe esclusa la riconferma dei vertici. Per evitare nuove tensioni in Borsa e garantire stabilità, Guido Rossi, Carlo Buora e Riccardo Ruggiero potrebbero restare. Resta da capire ancora cosa deciderà l’altro socio di Olimpia, Gilberto Benetton. Ponzano Veneto ha un diritto di covendita, ma ieri il numero uno di Edizione ha detto che «diversamente da Pirelli, siamo disposti a fare qualche altro discorso, dipende da chi subentra».
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Corriere della Sera, 14/3/2007 - «Telecom sembra rimpiangere Marco Tronchetti Provera», ha scritto ieri il Financial Times commentando la presentazione del piano industriale. «Presentazione piatta», che «ha lasciato la maggior parte degli osservatori delusa». Secondo Ft,
«Tronchetti non avrebbe mai lasciato che accadesse». Perché, «sebbene alcune delle idee più fantasiose di Tronchetti si siano trasformate in disastri, almeno lui aveva delle idee». Giudizio sferzante sulla gestione di Guido Rossi, in parte riequilibrato da una «lex column» ieri sul sito e oggi in versione cartacea.
Secondo la quale la nuova guida ha mostrato caratteristiche di indipendenza tutelando i soci nella vicenda Telefonica e annunciando un taglio delle cedole future.
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SARA BENNEWITZ e GIOVANNI PONS, la Repubblica 14/3/2007 - MILANO - Pirelli si impenna in Borsa sull´eventualità di un´uscita totale di Olimpia e per la prima volta la cordata formata da banche e Fondazioni che dovrebbe rilevare il controllo di Telecom dà segni di vita. I primi approcci con Marco Tronchetti Provera non hanno però ancora sortito il risultato sperato, complice un divario di prezzo tra gli acquirenti e il venditore. Ma già oggi potrebbe esserci una svolta decisiva con un faccia a faccia previsto a Roma tra il presidente della Pirelli e quello di Capitalia, Cesare Geronzi.
Per superare lo scoglio del prezzo gli specialisti finanziari delle banche hanno studiato una serie di meccanismi che in qualche modo ricordano l´intervento del 2002 sulla Fiat. Si può prevedere sia una vendita immediata a 2,6-2,7 euro per ogni azione Telecom e poi un aggiustamento qualora nei prossimi anni il prezzo superi i 3 euro oppure un prestito convertibile a tre anni avente come sottostanti le azioni Telecom in pancia a Olimpia.
Tronchetti Provera dal canto suo continua a ripetere che la vendita è solo una delle opzioni a disposizione di Pirelli e che comunque a metà febbraio, sull´onda delle indiscrezioni dell´alleanza con Telefonica, il valore di Telecom in Borsa era salito intorno a 2,5 euro. Se poi si mette sul piatto che in vendita c´è tutto l´80% del capitale Olimpia, una quota probabilmente sufficiente a designare il 16 aprile prossimo l´intero consiglio di amministrazione, ecco che le richieste di Tronchetti Provera appaiono più consistenti. In aiuto del venditore sono poi arrivate le dichiarazioni del presidente di Sistema - la finanziaria russa che controlla Mobile TeleSystems - Vladimir Evtushenkov, il quale ha confermato che con Pirelli «ci sono dei contatti» in corso.
Piazza Affari ha mostrato di credere fortemente alla possibilità della vendita scaricando una valanga di acquisti sui titoli Pirelli. A fine seduta le azioni della Bicocca hanno messo a segno un guadagno del 6,28% dopo aver toccato un massimo del 10%. Si è mossa al rialzo anche la stessa Telecom salita dello 0,61% a quota 2,134 euro. Nella cordata di banche pronte a rilevare le azioni Olimpia vi saranno sicuramente Mediobanca e Generali, già azioniste di Pirelli e strette in un patto di consultazione con la stessa Olimpia. Nella trattativa, inoltre, occorrerà tener presente anche gli interessi della famiglia Benetton, a sua volta azionista di Olimpia con il 20% e di Pirelli con il 4,45%. «Anche se siamo legati a Pirelli da alcuni accordi parasociali - ha dichiarato ieri Gilberto Benetton - a seconda di quale sarà il futuro compratore della maggioranza di Olimpia, potremmo valutare la possibilità di restare comunque azionisti di Telecom». E a questo proposito Benetton ha poi precisato di essere ottimista sul fatto che sia per Olimpia sia per Sintonia (la finanziaria in cui confluiranno le quote in Autostrade, in Aeroporti di Roma e in Grandi Stazioni) ci siano già almeno due schieramenti di azionisti italiani di natura finanziaria e industriale pronti ad assumere un ruolo determinante nei rispettivi settori di interesse, vale a dire le tlc e le infrastrutture.
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Sergio Rizzo, Corriere della Sera - ROMA – Non ci mancava che questo. Tra le persone più vicine a Romano Prodi c’è chi oggi sente odore di un’amara rivincita e mormora: «L’avevo detto che andava a finire così». Ricordando quando «Angelone», l’ex consigliere del premier Rovati, fu crocifisso insieme al suo piano per la pubblicizzazione della rete telefonica con la Cassa depositi e prestiti, «che proprio una cavolata non era». Peccato che quel progetto sia stato pubblicamente sconfessato dal premier. Perché a palazzo Chigi qualcuno ci avrebbe volentieri rifatto un pensierino. Magari utilizzando il nuovo fondo per le Infrastrutture che il governo ha messo in mano, guarda caso, proprio a Vito Gamberale, l’uomo che ha fatto dell’Italia il Paese dei telefonini. E peccato pure che quando a settembre scoppiò il caso che ha portato prima alle dimissioni di Marco Tronchetti Provera e poi a quelle di Rovati, il governo avesse pubblicamente promesso di non voler interferire con le scelte del mercato. Perché adesso la matassa è davvero ingarbugliata.
Il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni, che cura personalmente la grana, non esita a dichiararsi «molto preoccupato». Ancora più di quanto non lo fosse sei mesi fa, quando dietro a Tronchetti Provera si profilava la sagoma di Rupert Murdoch. E se lo fa dopo aver sondato lo stesso Tronchetti Provera, ma pure dopo aver parlato con Prodi e con il presidente di Telecom Italia Guido Rossi, significherà pure qualcosa. Gentiloni non è l’unico a considerare «inaccettabile» la prospettiva che l’ex monopolista dei telefoni finisca in mani straniere.
Prodi è altrettanto preoccupato. E non lo è meno il ministro dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani, che un giorno, mentre infuriava lo scontro fra Tronchetti Provera e Prodi, sbottò: «A Telecom sono passati tutti, dagli Agnelli a Colaninno, a Tronchetti Provera, ai Benetton, e questo è il risultato».
Il timore che si era diffuso nell’esecutivo e nella maggioranza di fronte alla prospettiva che Tronchetti potesse vendere alla spagnola Telefonica, si è trasformato in terrore al cospetto dell’eventualità di un ingresso dei russi, o degli indiani (dopo che già Wind è stata rilevata dagli egiziani). Al punto che si sarebbe arrivati a pronunciare le due parole proibite: golden share. Escluso però il ricorso al potere speciale che avrebbe il Tesoro per bloccare un’acquirente estero sgradito, alla politica non resta che spingere in una direzione per risolvere quella che viene definita negli ambienti di governo, senza mezzi termini, una «urgenza nazionale». Siccome all’orizzonte non si vede, per ora, nessuna cordata italiana, non c’è che una soluzione: far liquidare Tronchetti Provera dalle banche. Quali?
Per esempio, la Banca Intesa amministrata da Corrado Passera e presieduta da Giovanni Bazoli, banchiere stimatissimo da Prodi al quale, nei giorni dello scontro con il premier, Tronchetti Provera spedì (a lui, non a Prodi) un promemoria con la sua versione della vicenda. Dalle loro parti l’idea di dover intervenire in Telecom non fa fare sicuramente salti di gioia, ma Passera e Bazoli sanno che difficilmente si potranno tirare indietro.
Per esempio, l’Unicredit di Alessandro Profumo, altro banchiere che gode della stima del premier. Ma che quanto alle azioni di Tronchetti ne fa esclusivamente una questione di prezzo.
Per esempio, la Capitalia presieduta da Cesare Geronzi, banchiere che non ha mai smesso di avere ottimi rapporti con i politici di tutti gli schieramenti, e che una settimana fa era insieme a Bersani alla presentazione di un volume curato da Innocenzo Cipolletta. Occasione, quella, colta al volo da Geronzi per un’apertura di credito al governo: «Il sistema bancario condivide la logica liberalizzatrice dell’esecutivo e la sosterrà». E occasione, questa di Telecom, colta al volo da Bersani per chiedere «al capitale finanziario italiano di prendersi qualche responsabilità in più». Ma con Geronzi il ministro dello Sviluppo sfonda una porta aperta. Sembra lui il più convinto della nuova missione che il governo vuole affidare alle banche: la difesa dell’Italianità.
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Massimo Sideri, Corriere della Sera 14/3/2007 - La tentazione di chiamare in causa il piano segreto Rovati è forte. Ma qui non c’entrano nulla né governo, né Cdp. E anzi tutto si potrà dire meno che si tratti di un lavoro "artigianale". Dietro lo studio che deve valutare gli effetti operativi dello scorporo della rete Telecom questa volta ci sono infatti i su- per-esperti della McKinsey. Il primo mandato sarebbe stato dato alla società di consulenza dal gruppo pochi mesi dopo l’arrivo del presidente Guido Rossi mentre una fase due sarebbe partita solo nelle ultime settimane. A seguirne gli sviluppi, giorno per giorno, ci sarebbe l’amministratore delegato Riccardo Ruggiero. Gli studi sarebbero già in fase molto avanzata anche se il riserbo è d’obbligo considerando il precedente. L’ultimo contatto tra un dirigente del gruppo e lo staff McKinsey sarebbe avvenuto due giorni fa, proprio poche ore prima dell’annuncio della Pirelli di valutare la possibilità di cedere Olimpia. In quella occasione allo staff di consulenti sarebbe stato chiesto di mettere da parte la versione «strong» e cioè quella che doveva valutare gli effetti (solo operativi e non finanziari) di uno scorporo integrale della rete fissa e mobile. E di concentrarsi sull’ultimo miglio. Il piano servirebbe ai vertici del gruppo telefonico come documentazione per il negoziato in corso con l’Authority tlc. Sulla bilancia ci sono le autorizzazioni a nuovi servizi commerciali in cambio, appunto, di un’apertura della rete ai concorrenti. Una prospettiva alla quale sarebbe particolarmente interessata Vodafone che vorrebbe partire a breve con un servizio nuovo su rete fissa prendendo in affitto per uno, massimo due anni, una parte della rete Telecom, forte della licenza nel fisso che l’operatore ha già da qualche anno nel cassetto e con l’obiettivo di avviare una propria rete. Per ora lo scenario previsto dallo studio è fluido e si andrebbe dalla nascita di una divisione a una business unit fino all’ipotesi di una società vera e propria. Gli occhi sono puntati sugli investimenti: nell’ultimo miglio in Italia c’è poca fibra e molto rame. Tradotto: i costi sono altissimi con tariffe in discesa. Ed è proprio per questo che il gruppo avrebbe dato il mandato alla McKinsey per puntare sui servizi commerciali che darebbero nuova linfa ai conti. Un primo documento, quello preparato dopo il primo round alla fine del 2006, non aveva peraltro soddisfatto l’authority proprio perché in quella fase non era stato incluso nessun asset nello studio. Così alla McKinsey è stato chiesto di studiare gli effetti di uno scorporo totale in uno scenario da qui a 5 anni.
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Mario Deaglio, La stampa 14/3/2007. «I nostri gruppi industriali e finanziari non sono in grado di raccogliere una sfida di questa portata». Queste parole di Pierluigi Bersani, ministro per lo Sviluppo economico, a commento della possibile cessione del 18% di Telecom Italia e dell’Opa lanciata dalla svizzera Swisscom su Fastweb non sono certo leggere; e probabilmente non sono sbagliate.
Riemerge chiaramente in questi nuovi episodi la difficoltà italiana a esprimere progetti industriali di largo respiro e sufficientemente finanziati al di là dei settori tradizionali della meccanica e del «made in Italy». Proprio per questo, la storia industriale italiana negli ultimi vent’anni è una storia infinita di vendite. A partire dagli Anni Ottanta siamo usciti dall’industria farmaceutica avanzata e dalla grande chimica; a Ivrea lo stabilimento Olivetti, un tempo il più avanzato d’Italia, è stato trasformato in call-center, simbolo fisico di un degrado industriale che ha di fatto cancellato quasi tutta l’elettronica italiana che trent’anni fa era la prima d’Europa; abbiamo ceduto grandi catene alberghiere e grandi linee di navigazione turistica, parte della siderurgia e parte dell’editoria specialistica e l’elenco potrebbe continuare a lungo.
In cambio, non abbiamo acquisito all’estero quasi nulla al di fuori dei nostri tradizionali settori di forza, che però contano sempre meno sullo scacchiere mondiale. L’Italia è fuori dalle attività veramente innovative legate all’informatica e spesso confonde l’«inventiva» di cui è ricca con l’«innovazione industriale» che richiede ben altro che l’estro di un imprenditore. Siamo concentrati nei settori sbagliati e poco dinamici e quasi assenti dai settori giusti in rapido progresso. Per questo, paradossalmente la produttività italiana rimane quasi ferma a livello di Paese mentre l’industria italiana rimane ragionevolmente competitiva a livello di settore. Possiamo vantare splendide nicchie produttive e dimentichiamo così che il sistema Italia perde vistosamente terreno, nel giro di 2-3 anni, e che, già fortemente staccato dalla Gran Bretagna e da Paesi europei importanti come Francia e Germania, sarà superato - in termini di prodotto lordo per abitante - da una Spagna dalle imprese grandi e aggressive.
Non deve quindi sorprendere che imprese importanti nei residui settori moderni della nostra economia, come le telecomunicazioni, siano in vendita e che ci sia difficoltà a trovare compratori italiani; che sia così difficile il risanamento dell’Alitalia; o che sia assai arduo impostare un discorso di strategia economica alla Rai, altra impresa per la quale passa una parte considerevole della modernità del Paese.
Legato a una cultura che non ama il rischio, immerso in un sistema dalle istituzioni non solo poco efficienti ma spesso anche ostili delle imprese, il mondo imprenditoriale italiano stenta ad affrontare sfide che all’estero si affrontano molto meglio. La stessa insistenza dei mezzi di informazione sulle virtù del piccolo può rivelarsi controproducente se fa dimenticare i problemi dei grandi.
Gli imprenditori italiani dovrebbero sia curare le manchevolezze che li coinvolgono, rivedendo in chiave moderna due elementi dell’imprenditorialità quali il gusto del rischio e lo spirito di iniziativa, sia esigere dal sistema finanziario risorse e strumenti per far crescere sistemi complessi di grandi dimensioni a livello europeo e mondiale. Qualsiasi discorso di rinnovamento delle imprese, chiama, infatti, in causa anche le banche: in un raro sviluppo positivo degli ultimi mesi, sono sorti in Italia tre gruppi bancari, sufficientemente grandi e sufficientemente radicati sul territorio per poter svolgere un’azione essenziale per la crescita del Paese.
Per il sistema bancario e finanziario italiano si tratta di imitare ciò che il sistema americano ha fatto con giovanotti senza soldi come Bill Gates e Steve Jobs che hanno dato origine ai noti colossi mondiali di Internet e dell’informatica: riconoscere le capacità, fornire le risorse adeguate per quantità e qualità, anche in assenza di garanzie bancarie di famiglia, accompagnare le nuove imprese nella crescita verso il mercato globale. Se fossero nati e cresciuti in Italia, Gates e Jobs ora probabilmente sarebbero impiegati pubblici di medio livello e non avrebbero creato centinaia di migliaia di posti di lavoro e dato una nuova prospettiva allo sviluppo del loro Paese.
Per usare ancora una volta le parole del ministro Bersani, tutti dovrebbero «prendersi qualche responsabilità in più». Il ministro tuttavia sbaglia in maniera clamorosa quando si rammarica che in Italia non esistano ancora i fondi pensione che facciano da «punti di stabilità strategici», ossia che acquistino le azioni che i privati non vogliono acquistare. Anche i ministri dovrebbero prendersi la responsabilità di non cercare soluzioni troppo facili; se questo fosse il compito dei fondi pensione ci sarebbe da temere non solo per il sistema industriale italiano ma anche per le pensioni degli italiani.
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Giancarlo Radice, Corriere della Sera 15/3/2007 - MILANO – Un’offerta Mediaset per acquisire Telecom Italia? «Magari potessimo, ma non credo ce la faranno fare». Fedele Confalonieri la butta lì, con ostentato candore. Solo una battuta, con la quale il presidente del Biscione, più che riproporre il tema del sogno (o incubo) di conquistare il primo gruppo italiano di telecomunicazioni, tiene a sottolineare gli ostacoli «politici» che Mediaset si trova sempre ad affrontare, tantopiù mentre incombe la riforma Gentiloni sull’intero settore. «Telecom ha in pancia tre reti televisive, e questo potrebbe creare qualche difficoltà per le leggi esistenti, la Gasparri e la Maccanico – concede ”. E poi, lì ci vogliono investimenti che non finiscono più».
Sembra invece già tracciato, almeno a grandi linee, il percorso che porterà Pirelli a cedere l’80% di Olimpia (la holding che controlla Telecom con il 18%) a una cordata di banche e istituzioni finanziarie, fra cui Intesa Sanpaolo, Unicredit, Capitalia, Mediobanca e Generali (queste ultime due già azioniste dirette di Telecom). Tanto che l’intero progetto d’intervento potrebbe essere messo a punto a breve, comunque in tempo perché i nuovi soci possano presentare la propria lista per il rinnovo del consiglio di Telecom. Termine ultimo: inizio aprile, dieci giorni prima dell’assemblea convocata per il 14 del mese. E già circolano i nomi di chi potrebbe prendere il timone operativo del gruppo: fra i candidati, Franco Bernabè, che era stato amministratore delegato nel periodo precedente l’arrivo di Roberto Colaninno.
Ma la partita è ancora aperta sia per quanto riguarda i partecipanti alla cordata bancaria, sia per l’architettura finanziaria dell’operazione, che non dovrebbe però prevedere l’emissione di un prestito convertendo. Più probabilmente si procederà a una valorizzazione delle azioni Telecom di poco inferiore ai 3 euro chiesti da Marco Tronchetti Provera ma superiore ai 2,6-2,7 euro proposti originariamente dai banchieri.
Dal «caso Telecom» ha voluto comunque prendere le distanze il ministro per lo Sviluppo Economico, Pierluigi Bersani, che un paio di giorni fa aveva sottolineato come «l’ossatura dei nostri protagonisti industriali e finanziari non è in grado di raccogliere la sfida dei processi di liberalizzazione». «Non mi riferivo a Telecom – ha spiegato ieri ”. Parlavo in generale di campi industriali e dei servizi dove spesso non abbiamo azionariati stabili e strategici». Un invito esplicito a entrare nelle telecomunicazioni italiane è stato invece espresso ieri da Romano Prodi al presidente russo Vladimir Putin: «Non c’è alcuna barriera – ha spiegato ”. Gli investimenti russi sono ben visti e spero si moltiplichino».
Quanto a Confalonieri, al di là della battuta sul «non ce lo faranno fare», ha voluto soprattutto accreditare l’immagine di una Mediaset pronta a grandi acquisizioni. «Siamo potenziali compratori di tutto – ha osservato ”. Saranno prezzi e condizioni a decidere in quale direzione ci svilupperemo». Coordinate strategiche: «Espansione geografica, sviluppo tecnologico e accesso a nuove piattaforme distributive». Di certo non rientra in questa disegno Fastweb. Da Mediaset non arriverà alcuna opa concorrente a quella di Swisscom. Rientra benissimo, invece, la casa di produzione cinematografica Medusa, proprietà di quella Fininvest che di Mediaset è azionista di controllo. Proprio per questo Confalonieri assicura che «saremo stra-cauti e molto, molto trasparenti». Ma soprattutto, com’è ormai noto, il Biscione si prepara alla gara per Endemol, la casa di produzione tv (quella del «Grande Fratello») che Telefonica sta per mettere in vendita. Compagni di cordata: la controllata spagnola Telecinco, l’imprenditore olandese John de Mol (ex di Endemol) e alcuni fondi di private equity.
Giancarlo Radice
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Giovanni Pons, la Repubblica 15/3/2007 - GIOVANNI PONS
MILANO - L´incontro tra Marco Tronchetti Provera e Cesare Geronzi, avvenuto martedi sera dopo la riunione del patto di sindacato di Mediobanca, non ha ancora portato i risultati sperati. Ma la strada appare ormai segnata. Nella mezz´ora di faccia a faccia si è parlato soprattutto del prezzo, vero nodo del contendere in questa trattativa tra i banchieri e Pirelli che stenta a decollare. La distanza tra i valori in campo non è poi così abissale: le banche vorrebbero pagare non più di 2,5-2,6 euro per ogni azione Telecom, Tronchetti Provera è piantato sui 3 euro ma fa capire che in determinate situazioni si potrebbe chiudere a 2,8 euro. Il problema vero è che le banche non stanno facendo i salti di gioia per entrare in Telecom togliendo le castagne dal fuoco a Pirelli. Tutto sommato Intesa e Unicredit sono uscite solo pochi mesi fa dal capitale della società telefonica recuperando, grazie a una put, i soldi investiti nell´estate 2001. Intesa e Capitalia sono poi entrate in Pirelli attraverso l´ultimo aumento di capitale mentre Mediobanca ha messo un piede anche in Camfin. Il sistema Pirelli-Camfin-Gpi è poi esposto in termini di finanziamenti con queste stesse banche che dunque hanno un sostanziale conflitto di interessi nel portare avanti l´operazione su Telecom.
Ma, come si diceva, la strada sembra ormai segnata poiché all´orizzonte non sembrano profilarsi offerte alternative per l´80% di Pirelli in Olimpia. La situazione potrebbe sbloccarsi nell´arco di qualche giorno se Geronzi e Giovanni Bazoli o Corrado Passera si decideranno a chiudere la trattativa con Tronchetti Provera. Dietro di loro si muoveranno poi Mediobanca e Generali, mentre l´Unicredit di Alessandro Profumo, finora assai defilato, dovrà decidere se partecipare alla cordata, cui potrebbero associarsi diversi imprenditori privati tra cui Roman Zaleski. Infine alcune Fondazioni, tra cui la Crt e la CariVerona, potrebbero versare l´obolo all´insegna dell´italianità della Telecom.
Il tempo comunque stringe poiché entro il 4 aprile dovranno essere presentate le liste per il nuovo consiglio di amministrazione che l´assemblea del 16 dovrà eleggere. A quel punto è possibile che, a parte il presidente Guido Rossi, considerato una garanzia dal governo e da tutto il sistema bancario, il management possa essere messo in discussione. Con i soldi ottenuti dalla vendita dell´80% di Olimpia la Pirelli potrebbe poi decidere di ricomprare il 39% di Tyre venduto circa un anno fa a un consorzio di banche. E tentare nuove avventure nei business più tradizionali.
Lo scenario peggiore si verrebbe a manifestare nel caso l´accordo sul prezzo tra le banche e Pirelli non venisse raggiunto. Se si arrivasse all´assemblea del 16 aprile con l´azionariato attuale è probabile che Olimpia presenti una lista di consiglieri presieduta da Pasquale Pistorio. Ma per evitare questa possibilità le banche potrebbero facilmente acquistare un 10% di azioni Telecom sul mercato che andrebbero ad aggiungersi al 5,3% già posseduto da Mediobanca e Generali e al 3,7% in capo a Hopa che di certo non sceglierebbe la lista proposta da Pirelli. Si tratterebbe di uno scontro all´arma bianca in assemblea che avrebbe se non altro il vantaggio, per le banche, di essere meno dispendioso (ieri il titolo Telecom è sceso a 2,07 euro). E più giustificabile di fronte ai propri azionisti.
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IL FOGLIO, 15/3/2007 - Roma. La cronaca telefonica registra le dichiarazioni di Fedele Confalonieri (’Telecom ci piacerebbe, ma non ce lo lascerebbero fare”) e l’avanzamento dell’opzione bancaria per sistemare Olimpia, la società che detiene il 18 per cento del gruppo tlc. Intanto il ministro Pierluigi Bersani, correggendo l’interpretazione data a una sua dichiarazione, torna a porre un tema: il rischio di perdere il controllo nazionale di industrie e servizi dipende anche dal fatto che non abbiamo un sistema di public company. Da alcuni anni, proprio dai tempi della privatizzazione di Telecom, c’è stata una discussione vissuta sulla contrapposizione tra capitalismo familiare e public company, il modello ad azionariato diffuso che piaceva e piace a Guido Rossi. Dice Andrea Colli, professore di Storia economica alla Bocconi, che ha appena pubblicato col Mulino un saggio intitolato ”Capitalismo famigliare”: ”In astratto nessun modello è superiore a un altro. Nella realtà dei fatti la public company esiste solo in alcune parti del mondo, nella sua forma più pura negli Stati Uniti. Tra le principali 5-600 aziende mondiali, le public company sono solo il 30 per cento, poi ci sono molte imprese con azionariato diretto dello stato e aziende ad azionariato bancario, ma la maggior parte delle grandi imprese sono controllate da individui e famiglie in tutte le economie avanzate. Se prendiamo le prime cento imprese italiane, di public company vere e proprie non ce ne sono”. Perché il ricorso alla public company non è così massiccio? ”La teoria della finanza d’impresa che studia la corporate governance, e il cui principale esponente è Andrei Shleifer, dice che le public company non sono maggioritarie perché non ci sono strumenti di tutela abbastanza efficace dei piccoli azionisti. Solo in America la tutela degli azionisti è fortissima (peraltro in questo momento il Sarbanes-Oxley Act viene considerato troppo rigido e le imprese scappano dai mercati americani). Inoltre c’è un’altra considerazione da fare. Il controllo concentrato da parte di individui e di famiglie in alcuni casi si rivela particolarmente efficiente. Per esempio, dove c’è bisogno di tempi lunghi e fiducia del mercato. In Italia c’è un elemento ulteriore: il sottodimensionamento delle imprese dovuto alla scarsa vocazione all’internazionalizzazione, o alla specializzazione di nicchia dei prodotti, ha consentito alle famiglie di conservare il controllo su imprese poco capitalizzate. Dunque, per queste ragioni il sistema italiano non ha bisogno di public company. Del resto le istituzioni non hanno regolato il fenomeno perché non c’era una richiesta di questo tipo da parte del sistema economico”.
Anche il capitalismo familiare ha dei fattori critici. ”Innanzitutto – spiega Colli – funziona finché c’è un legame di fedeltà tra famiglia e management. Se la famiglia non è in grado di esercitare un controllo sul management, il modello non funziona. Per contro le imprese familiari tendono a privilegiare i manager quando sono fedeli, a prescindere dai risultati”. L’Europa ha una tradizione di capitalismo bancario, che ha una sua presa anche in Italia. ”Il modello tedesco: banche commerciali o universali in grado di fornire credito e partecipazioni delle imprese e che finivano con l’esercitare un ruolo di supplenza nel controllo del management. Credo che in Italia sia accaduta una cosa diversa. Di fronte ai buchi lasciati aperti nelle grandi imprese le banche si sono trovate nella condizione naturale di doversi infilare. Ma non siamo nella situazione tedesca degli anni 90, quando le banche, per esempio, impedirono la fusione Pirelli-Continental o favorirono quella tra Thyssen-Krupp”.
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«Un passo avanti lo si è registrato ieri durante il vertice organizzato da Intesa Sanpaolo con alcuni banchieri, anche internazionali. L’ipotesi cui si lavora sarebbe quella di costituire una newco, con capitale aperto a diversi soggetti, per acquisire la quota Pirelli in Olimpia. Contemporaneamente, si sono intensificati i contatti fra Mediobanca, Generali e Capitalia. E, dopo la freddezza mostrata nei giorni scorsi, anche Unicredit sembra destinata a restare in partita. Difficile però dire se i due «tavoli» bancari abbiano già adesso un destino convergente. In comune c’è comunque la convinzione che Telecom debba trovare al più presto soluzioni stabili...» (Giancarlo Radice, Corriere della Sera 16/3/2007)
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Giovanni Pons, la Repubblica 16/3/2007 - GIOVANNI PONS
MILANO - Spunta una soluzione a sorpresa per l´uscita di Marco Tronchetti Provera da Telecom Italia. Secondo fonti bancarie accreditate si tratta della divisione (in termini tecnici una scissione) di Pirelli in due tronconi: il primo comprendente il ramo tlc con la partecipazione in Olimpia e Telecom e il secondo con tutte le altre attività, dai pneumatici (Tyre) agli immobili (Real Estate) fino alle partecipazioni finanziarie (Mediobanca, Rcs). Questa soluzione, a quanto ha potuto apprendere Repubblica, sarebbe vista favorevolmente dagli istituti già presenti nell´azionariato di Pirelli ”Capitalia, Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Generali – disposti ad acquistare per contanti dalla Camfin – la finanziaria che fa capo a Tronchetti Provera – il 25% di Pirelli tlc che nascerebbe dalla scissione. Con un esborso complessivo di circa 800 milioni le istituzioni finanziarie, più alcuni soci industriali come Benetton e Ligresti, rimarrebbero unici azionisti dell´80% di Olimpia e a cascata del 18% di Telecom. Questo 18% resterà comunque legato al patto di consultazione siglato nel novembre scorso con Mediobanca e Generali le quali hanno in portafoglio un altro 5,3% di Telecom. Il patto potrà a questo punto estendersi ulteriormente fino a raggruppare poco meno del 30% del capitale della società di tlc.
Dal canto suo Tronchetti Provera, incassando 800 milioni di euro, potrà abbattere totalmente l´indebitamento della Camfin (495 milioni a fine 2006), disporre di nuova liquidità per lo sviluppo e rimanere azionista di riferimento di una Pirelli che avrà un perimetro simile a quello del 2001, prima della sfortunata avventura nelle telecomunicazioni.
La scissione della Pirelli per favorire una decorosa uscita di Tronchetti Provera dalle tlc ha poi una valenza di carattere politico: le banche non si prestano a versare cifre stratosferiche nelle casse della Bicocca seguendo gli input che nei giorni scorsi sono arrivati da diversi esponenti politici. E nello stesso tempo Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Capitalia confermano la loro natura di istituzioni che giocano a favore del Paese, offrendo soluzioni a imprenditori in crisi ma mantenendo in mani italiane il controllo di un´azienda strategica come Telecom Italia. I tempi di realizzazione dell´operazione dovrebbero essere brevi. Si tratta di risolvere alcuni ostacoli tecnici come la redistribuzione di quel 25% di Camfin tra gli altri azionisti di Pirelli senza incorrere in alcun obbligo di Opa. E poi si potrà andare con più tranquillità all´assemblea per il rinnovo del consiglio di amministrazione del prossimo 16 aprile. Nella nuova configurazione di public company all´italiana Telecom potrà senz´altro mantenere alla presidenza Guido Rossi, che proprio nei giorni scorsi ha ottenuto gli elogi del Financial Times per aver mostrato grande indipendenza nell´ultimo consiglio di amministrazione. Una svolta importantissima che ha determinato l´abbandono del progetto di alleanza strategica con Telefonica da parte di Tronchetti Provera e la decisione di mettere in vendita tutto l´80% di Olimpia.
Se andrà in porto l´operazione di scissione da Pirelli l´unico vero sconfitto sarà Gerardo Braggiotti, storico consulente di Tronchetti Provera che gli consigliò nel 2001 di investire nelle tlc pagando 4,17 euro per ogni azione Olivetti. Braggiotti ha tentato lunedi scorso di farsi assegnare il mandato a vendere l´80% di Olimpia che avrebbe voluto gestire insieme a Banca Intesa. Ma Tronchetti Provera ha preferito non rompere i legami con Mediobanca e con Capitalia, istituzioni che lo hanno sostenuto in tutti questi anni anche con finanziamenti lungo tutta la catena di controllo del gruppo. E che ora, se la scissione andrà in porto, resteranno al suo fianco nella Pirelli industriale per condividere eventuali nuovi sviluppi.
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Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 17/3/2007 - L’ingresso delle banche in Olimpia al posto della Pirelli, e forse di Benetton, potrebbe modernizzare la costituzione materiale della grande impresa italiana segnando una rottura con il Novecento. Potrebbe, ma non è detto. Nel secolo scorso, la grande impresa risolveva le sue crisi consegnando i cocci allo Stato imprenditore oppure affidandosi alle cure di Mediobanca. Nel primo caso, passava di mano la proprietà e il venditore evitava il tracollo. Nell’altro caso, il padrone o l’azionista di riferimento doveva accettare un nuovo gerente consigliato dalla salvatrice; sottoporsi a una severa disciplina finanziaria; vendere i gioielli di famiglia. Proprio il gruppo Pirelli ha sperimentato tanto rigore nel 1992 quando Leopoldo venne indotto alle dimissioni perché i conti non erano buoni e al suo posto, scelto da Enrico Cuccia, andò Marco Tronchetti Provera. Con la liquidazione dell’Iri e la scomparsa del grande banchiere, le regole del gioco hanno cominciato a cambiare. Nel 2002, di fronte al rischio di insolvenza della Fiat, le banche creditrici non hanno più delegato la regia a Mediobanca, ma ne hanno fatto proprie le regole, tranne il suggerimento del nuovo gerente. Si ricorda solo il niet opposto all’assunzione di Enrico Bondi, troppo vicino alla banca d’affari milanese. Il caso Tronchetti-Pirelli-Telecom rappresenta la seconda prova.
La fuoriuscita di Pirelli da Telecom dimostra che la riconversione dei grandi dalla manifattura ai servizi più o meno monopolistici è risultata più difficile del previsto. Quando Cuccia l’aveva pensata, nei primi anni Novanta, le quotazioni dei servizi erano basse. E Tronchetti fresco di nomina provò a prendere Telecom senza pagarla ma proponendo una fusione, che venne seccamente respinta da Romano Prodi, allora presidente dell’Iri. Quando, nel 2001, è riuscito a conquistare il pacchetto di maggioranza relativa di Telecom, l’ha strapagato, caricando Olimpia di 3-4 miliardi di debiti e poi la stessa Telecom di altri 19.
Adesso i nodi vengono al pettine e, come spesso accade, il polverone dei falsi problemi tende a offuscare i fatti. Un falso problema è la politica. Dire che le banche si muovono perché il ministro Bersani fa appello alla finanza italiana equivale a nascondere con una forzatura l’inadeguatezza di chi ha controllato Telecom dopo la privatizzazione. Unicredito e Intesa si sono ritirate da Olimpia, perdendoci almeno 80 milioni ciascuna, perché ritenevano che ne avrebbero persi ancora di più rimanendo. Ma le banche restano impegnate, con prestiti e partecipazioni, non solo in Telecom, ma anche in Olimpia, Pirelli, Camfin e Gpi che hanno all’attivo titoli a rischio di ulteriori svalutazioni. Bersani, in realtà, riprende un’antica opinione di Cuccia, Beneduce e Mussolini e la pone a premessa di un’esortazione rilevante, ma di segno ancora incerto, perché dipende dalla qualità della soluzione.
Un altro falso problema è, in questo momento, la proprietà delle rete in monopolio naturale. Cederla o conservarla è una decisione che si prenderà dopo aver pesato i pro e i contro, numeri alla mano e non sulla base di una querelle ideologica sull’identità pubblica o privata del possibile compratore. E in ogni caso il tema diventerà attuale tra 18-24 mesi, quando l’Autorità delle Comunicazioni, regolatrice del mercato, avrà fatto la sua istruttoria. Il piano Rovati e il piano Tronchetti sono due facce della stessa precipitazione.
Il fatto vero è che, come i bilanci avvertivano da tempo, la Pirelli è arrivata al capolinea e vende. Il grado di contendibilità di Telecom, già discreto tanto è vero che Pirelli e Olimpia non l’hanno mai consolidata, diventa massimo. Massimo, però, sul piano della compagine azionaria, meno sul piano monetario. Tra debito proprio e valore di mercato, Telecom rappresenta un target di investimento da 80-85 miliardi di euro.
I colossi europei, che hanno già un loro debito rilevante, non potrebbero pagarla per contanti; e se volessero assorbirla dando in cambio azioni proprie, rischierebbero di doversi diluire troppo. Ci sarebbero i fondi di private equity. Ma questi, comprando a debito, aumenterebbero l’esposizione di Telecom a 70 miliardi minandone per sempre le prospettive di sviluppo senza peraltro essere sicuri di chiudere con successo l’operazione nei classici 5 anni rivendendo la preda in blocco o a pezzi.
Tronchetti oggi sembra offrire una scorciatoia: il 18% di Telecom in mano a Olimpia. Ma questa scorciatoia porta davvero al potere e dunque giustifica un premio di maggioranza agli occhi di un operatore che vuol comandare senza fare l’Opa? Il dubbio serpeggia. L’ipotetico operatore, infatti, non potrebbe aver contro gli altri grandi azionisti (Generali, Mediobanca, Hopa, Zaleski) che già detengono il 10% e possono facilmente arrivare al 20%. Né potrebbe agevolmente reggere l’ostilità del governo che, intervenendo sulla regolazione a favore dei consumatori, può abbassare con un tratto di penna il valore della società. E qui si vuol di proposito trascurare l’elemento psicologico di un Prodi, che, da presidente della Commissione Ue, è stato spiato dalla sicurezza deviata di quella Telecom che riservava robusti e misurabili vantaggi alle aziende del premier Berlusconi.
Non è un caso se Murdoch, Telefonica, Afk Sistema dell’oligarca russo Evtushenkov, la cui fortune hanno avuto una formazione non così nota e il cui bilancio è meno di un quarto di quello Telecom, non sono stati altro che chiacchiere di prevalente origine italo-italiana, buone solo a muovere i titoli. Sul piano industriale l’integrazione più seria sarebbe quella con Mediaset, azienda ricca, forte e con i piedi per terra. Ma ci sono due ostacoli. Uno giuridico: la legge Gasparri impedisce la concentrazione di sei reti tv in capo a un solo padrone (ma si potrebbe risolvere)e, vieta a chi disponga di più del 40% del fatturato delle telecomunicazioni , di controllare più del 10% delle risorse del Sistema integrato delle comunicazioni. L’altro ostacolo è politico: sarebbe sano, per la democrazia che si basa comunque su un equilibrio tra i poteri, che un ex premier pronto a tornare a palazzo Chigi aggiungesse Telecom al Biscione?
Al momento sembrano restare solo le banche. Nessuna, a parole, si dice disponibile a fare regali. Come sarebbe lo scorporo di Olimpia dalla Pirelli e la liquidazione, a parte, della quota Camfin. Unicredito vuole addirittura sfilarsi perché teme si paghi un prezzo esagerato per Olimpia in nome del feticcio dell’italianità. In effetti, le banche investirebbero su un cambio della guardia che ha un prezzo massimo oltre il quale non darebbe un ritorno. Individuare questo prezzo è arduo come insegna la Fiat, ma non essendoci un turn around da realizzare né un management che ti fa sognare, non può discostarsi troppo dal costo di un rastrellamento di titoli Telecom. Alla fine la sede dove tirare le somme dovrebbe essere il patto Pirelli. Qui la Camfin di Tronchetti ha il 42% delle azioni sindacate. D’altra parte, se le azioni si contassero, alle minoranze Telecom più le altre associate al controllo toccherebbero 14 consiglieri su 21 all’assemblea del 16 aprile.
Una Telecom senza Pirelli non avrebbe più i lacci e i lacciuoli di un azionista di riferimento troppo piccolo e ossessionato dal controllo. Potrebbe giocare la partita dello sviluppo ed essere traghettata dalle banche verso la piena apertura al mercato dei capitali. Una Pirelli senza Telecom potrebbe ritrovare il passo dell’industria. Come fece nel 1992. Sempre che della Mediobanca del Novecento la nuova Mediobanca e le altre riescano a far rivivere il rigore meritocratico e non la logica del mutuo soccorso.
Massimo Mucchetti