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 2007  marzo 15 Giovedì calendario

PAOLO MASTROLILLI



NEW YORK

Demenza. Questa terribile condanna pende sulla testa di decine di giocatori di football americano, che sempre più spesso scivolano dalla gloria dei campi all’incapacità di ricordare persino i compagni di squadra.
Gente come John Mackey, vincitore del titolo nazionale con i Baltimore Colts e membro della Hall of Fame. La National Football League ancora non accetta la connessione medica diretta fra la demenza dei suoi ex campioni e le botte prese in campo. Però ha riconosciuto l’esistenza del problema, al punto che ha varato un programma speciale per dare assistenza ai giocatori malati. Il fenomeno, denunciato dal New York Times, sta diventando sempre più consistente. Circa venti giocatori hanno già ammesso in pubblico di soffrire di demenza, ma per gli addetti ai lavori questo significa che le persone colpite sono almeno tra sessanta e ottanta.
Mackey, secondo la moglie Sylvia, ha cominciato a scivolare poco alla volta. All’inizio pronunciava qualche frase sconnessa, ma ora sta perdendo il controllo. Nei giorni scorsi Sylvia lo ha portato ad incontrare Ralph Wenzel, che giocava al suo fianco nei Chargers, e la conversazione è andata così: «John, ti ricordi di Ralph?». Risposta: «Chi è Ralph?». «E’ l’uomo che ti siede vicino». Mackey allora si è rivolto all’ex compagno: «Tu sei Ralph?». Risposta: «Sì». «Piacere, io sono John Mackey».
A gennaio Mackey è andato al Super Bowl di Miami in treno, perché la moglie non si fida più a portarlo all’aeroporto: «L’ultima volta che ci siamo andati, per passare il metal detector gli hanno chiesto di togliersi l’anello del campionato vinto con i Colts. Lui si è messo a urlare, è scappato oltre il cordone di sicurezza, e la polizia lo ha dovuto bloccare: ho temuto che gli sparassero».
Anche Wenzel ora soffre di demenza. Sua moglie, la dottoressa Eleanor Perfetto, lavora per la compagnia farmaceutica Pfizer e non ha dubbi sulla causa: «Il nostro neurologo sostiene che è frutto delle concussioni subite. Mio marito dice di averne prese così tante, che non riesce più a contarle».
Stesso discorso per Ted Johnson, ex linebacker dei New England Patriots, che a 34 anni già mostra segni di Alzheimer. Peggio ancora è andata per Andre Waters, ex giocatore dei Philadelphia Eagles, che si è suicidato a 44 anni.
Il neuropatologo che a gennaio ha esaminato il suo cervello ha dichiarato che il tessuto sembrava quello di un ottantenne malato di Alzheimer, a causa delle botte. Visto l’aumentare dei casi, nel maggio scorso Sylvia Mackey ha scritto a Paul Tagliabue, commissario della Nfl. La malattia di suo marito, e quella di tanti altri giocatori, sta rovinando le famiglie dal punto di vista finanziario e affettivo, e quindi lei ha chiesto aiuto.
La Lega ha risposto che il collegamento fra le concussioni e la demenza non è provato, però ha deciso di intervenire comunque. Ha varato un piano di assistenza che si chiama «88 Plan», dal numero della maglietta indossata da Mackey ai tempi dei trionfi sportivi. In base a questo programma, le famiglie degli ex giocatori che hanno bisogno di essere ricoverati ricevono un contributo di 88.000 dollari l’anno, mentre quelle che possono curarli a casa ne prendono 50.000.
Proprio a febbraio Javon Camon, un giocatore della lega indoor di football, era morto sul campo dopo uno scontro di testa con un avversario, che gli aveva spezzato il collo. Si era trattato di un incidente, provocato dal movimento fortuito del capo in seguito all’impatto. Il football, però, espone i suoi giocatori a questo genere di rischi. La maggior parte di loro se la cava, almeno durante le partite. Ma poi, quando i riflettori si spengono, ci sono alti prezzi da pagare.