Danilo Taino, Corriere della Sera 15/3/2007, 15 marzo 2007
MILANO
Paolo Scaroni e Aleksej Miller – i capi di Eni e di Gazprom – dovevano essere i protagonisti del versante affari, durante il vertice Italia-Russia di ieri, a Bari: hanno da poco siglato un’intesa tra i loro due giganti energetici che promette collaborazione per i prossimi 35 anni e in Puglia avrebbero dovuto fare un passo ulteriore. Invece, non si sono visti. Durante il summit, sono stati firmati dieci accordi: Alenia e Sukhoi svilupperanno il Superjet 100; l’Enel di Fulvio Conti collaborerà con RosAtom in fatto di energia nucleare; Intesa Sanpaolo e Mediobanca apriranno linee di credito con Vtb Bank; Mediobanca finanzierà anche due progetti industriali; Finmeccanica parteciperà alla costruzione di un elettrotreno regionale; il ministero della Difesa ha stipulato un accordo sulla proprietà intellettuale tecnico-militare; l’università di Foggia ha trovato partner russi per fonti energetiche rinnovabili; a Ferrara si dovrebbe creare il centro scientifico dell’Hermitage di San Pietroburgo; è stato siglato un accordo culturale bilaterale 2007-2009.
Ma Eni e Gazprom assenti. Perché «non c’era niente da firmare», ha detto il ministro Pierluigi Bersani. In realtà, è che la collaborazione tra i due gruppi si sta complicando e Romano Prodi, nel corso di un incontro con Scaroni, martedì pomeriggio, non avrebbe ricevuto risposte convincenti su come vanno le cose: soprattutto sul lato legale dell’asta per alcune proprietà della Yukos a cui dovrebbe partecipare l’Eni, assieme a Enel e a un socio russo in un’alleanza che si pensava sarebbe stata appunto annunciata ieri.
L’asta, che si terrà il 4 aprile, riguarda pezzi della Yukos, il gigante dell’energia che il Cremlino sta smantellando e il cui presidente e maggiore azionista, Mikhail Khodorkovskij, è ora in carcere in Siberia, colpevole soprattutto di essere nemico del presidente Vladimir Putin. Sulla vicenda sono in corso scontri giudiziari, soprattutto negli Stati Uniti. E qui nasce un problema. Martedì, gli avvocati di Khodorkovskij, lo studio «Amsterdam & Peroff» di Toronto, hanno fatto sapere che «chi compra (le proprietà Yukos, ndr) dovrà fare i conti con uno dei più grandi furti della storia moderna perpetrati da uno Stato sovrano». E ha aggiunto: «In Europa solo l’Italia, attraverso Eni ed Enel, sembra fortemente intenzionata a partecipare alla gara per l’acquisto degli asset Yukos – in particolare dei lotti comprendenti Arcticgas e Urengoil per un valore stimato in 2,5 miliardi di dollari – in consorzio con Esn e d’accordo con Gazprom. Si tratta di una decisione miope, che nel lungo termine rischia di portare più problemi che vantaggi. I danni di immagine di fronte alla comunità internazionale e i rischi legali dell’operazione sarebbero enormi». Gli avvocati aggiungono che «l’asta non ha nessun presupposto di legittimità».
Alla gara, i due gruppi italiani dovrebbero partecipare come partner di minoranza (30% Eni, 19% Enel) di Energogaz, la cui maggioranza sarebbe invece del gruppo russo Esn di Grigorij Beryozkyn, uomo d’affari rapidamente diventato ricco che già ha lavorato con Scaroni, quando questi guidava l’Enel, per la costruzione della centrale elettrica North West di San Pietroburgo. A Mosca, molti pensano che l’operazione, però, sia più complicata.
Il quotidiano di Mosca
Vremja Novostej ha scritto che Gazprom vuole a tutti i costi una parte degli asset in vendita ma non parteciperà direttamente all’asta perché «non ha nessuna voglia di vedersi di nuovo spiccare querele negli Usa», come le era capitato in un caso simile precedente, quando aveva dovuto ritirarsi. Il giornale ipotizza, quindi, che Gazprom comprerà da Energogaz gli asset che le interessano oppure la quota di Esn, ma solo ad asta conclusa: a quel punto diventerà «acquirente bona fide», con meno problemi legali.
Se questo sia il progetto non è dato sapere: il giornale russo, però, aggiunge che, a quel punto, le due società italiane resteranno proprietarie di asset russi, ma questo farebbe scattare una parte dell’accordo Eni-Gazprom che prevede che il gruppo russo abbia in cambio «quote nei progetti Eni in Europa». Ieri, il quotidiano Kommersant
ha citato un dirigente Eni per dire che in contropartita Gazprom acquisirebbe una partecipazione in Eni- Power. Il tutto per giacimenti che finirebbero agli italiani – Arcticgas e Urengoil – sui quali alcuni esperti russi esprimono dubbi circa la reale consistenza delle riserve di gas, per di più in zone remote della Russia, senza infrastrutture per il trasporto.
A Bari, sulla questione, si sono visti sorrisi. Prodi ha ribadito che l’accordo tra Eni e Gazprom è un modello di «interdipendenza», cioè paritario. E Putin ha detto che per l’Eni le porte russe sono aperte... su basi di reciprocità. Intanto, però, si veniva a sapere che all’asta del 4 aprile parteciperà la Razvitie, una società che nessuno conosce ma che si dice faccia capo a Beryozkyn, cioè a colui che avrebbe dovuto essere socio di Eni ed Enel: giusto in caso che con gli italiani non si vada d’accordo e li si debba lasciare fuori dalla porta. Sì, è complicato fare business con i russi. Qualche volta, troppo.