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 2007  marzo 11 Domenica calendario

L’affresco che lo uccise. Il Sole 24 Ore 11 marzo 2007. Preceduto dalla fama di «uomo facilissi mo nel l’arte, di rara prestezza e non mancante di inventiva», Luca Cambiaso accettò l’ingaggio presso la corte di Spagna offerto da Filippo II d’Asburgo

L’affresco che lo uccise. Il Sole 24 Ore 11 marzo 2007. Preceduto dalla fama di «uomo facilissi mo nel l’arte, di rara prestezza e non mancante di inventiva», Luca Cambiaso accettò l’ingaggio presso la corte di Spagna offerto da Filippo II d’Asburgo. Nel contratto per la decorazione del l’Escorial, che risale al 1583, il pittore si impegnò a servire sua Maestà «bene e diligentemente» per il compenso di 500 scudi all’anno. Tra le incombernze del pittore vi era la decorazione del coro della chiesa dell’Escorial, un’enorme superficie a botte sopra la quale andava dipinta la Gloria della Trinità. Il maestro avrebbe certamente voluto in quest’importante occasione dare briglia sciolta all’«inventiva» e alla «prestezza» di cui andava celebre. Ma il Sovrano soffocò ogni impeto creativo. Istigato da suoi consiglieri poco propensi ad appoggiare il pittore italiano, Filippo II d’Asburgo impose a Cambiaso che cosa dipingere sull’immane volta della chiesa, e anche come disporre le figure. Fu un clamoroso episodio d’ingerenza sulla libertà dell’artista, ricordato da numerose fonti antiche. E l’esito di quegli affreschi fu (ed è) sconcertante. Cambiaso venne costretto ad allineare le figure celesti come fossero soldati di un esercito, disposti attorno al cubo su cui poggiano i piedi Cristo e Dio Padre. Ne venne fuori una Gerusalemme celeste che è immagine del rigido ordine che il monarca intese dare all’edificio dell’Escorial e allo stesso suo regno. Quel cubo che tutto informa e tutto determina è allegoria della perfezione della Chiesa, è allegoria del Salvatore come «testata d’angolo» ma richiama al contempo contenuti simbolici e architettonici del possente monastero-fortezza. Ma, come se non bastasse, quell’affresco costò addirittura la vita al pittore. Obbligato a lavoro incessante per quindici mesi consecutivi, esposto al freddo d’inverno e al caldo torrido d’estate, il pittore stramazzò sotto il peso di quell’ingrata e imposta fatica, lasciando incompiuto il lavoro. M. Car.