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 2007  marzo 15 Giovedì calendario

Abramovic & Canevari Così vinceremo la morte. Panorama 15 marzo 2007. New York. Marina Abramovic sistema i capelli neri su una spalla, punta i gomiti sulle ginocchia e a voce bassa e profonda esordisce: «Sto pensando a come dare eternità alla mia arte

Abramovic & Canevari Così vinceremo la morte. Panorama 15 marzo 2007. New York. Marina Abramovic sistema i capelli neri su una spalla, punta i gomiti sulle ginocchia e a voce bassa e profonda esordisce: «Sto pensando a come dare eternità alla mia arte. Sto organizzandomi perché le mie performance possano mantenersi in vita, possano continuare a essere ripetute. Molti credono che la body art debba essere vissuta come un’esperienza unica, che esiste solo nel momento in cui viene creata. Per me non è così, ho una visione democratica dell’arte. La mia arte deve appartenere a tutti. E non deve morire con me. Ho deciso di creare una commissione di esperti che, quando sarà l’ora, deciderà se un artista potrà ripetere i miei lavori, se avrà l’abilità di farlo. Perché non si può chiedere a chi non sa nulla di musica di suonare Bach». Unica e attualmente irripetibile, Marina Abramovic è la grande artista serba della body art, delle performance estreme ospitate nei più importanti musei d’arte contemporanea del mondo. Ma è la prima che, arrivata a sessant’anni, abbia pensato di organizzare in modo meticoloso e determinato la sua successione. «A me piace organizzare tutto» ammette. Passato il tempo dell’arte che fisicamente sopravvive ai suoi creatori, occorre trovare nuove strade. Le opere di Abramovic non sono tele o sculture, ma il suo corpo. Nudo su una croce di ghiaccio, con incisa una stella a cinque punte sullo stomaco, attraversato da pitoni, accoppiato con uno scheletro, esibito in una danza estenuante. sempre lei la protagonista, seduta tra mucchi di ossa di mucca, intenta a pulirle con una spazzola di ferro come in Balkan baroque, la performance che gli valse il Leone d’oro a Venezia nel 1997. Ma negli occhi della donna che entra nel suo loft bianco di Soho, in Grand street a Manhattan, c’è un’ossessione diversa da quella espressa nei suoi lavori, un’ossessione comune a tutti i newyorkesi: la fretta bestiale. «Corro sempre, solo quando inizio una performance il tempo si ferma e io entro in una realtà diversa». Tiene sollevato con una mano il lembo del vestito rosso fuoco dello stilista cult Yohji Yamamoto e, allungando gli stivali neri oltre il gradino del montacarichi, sembra quasi faccia un leggero inchino all’uomo, alto ed elegante in un completo gessato vintage, che la sta aspettando seduto su un divano violetto.  suo marito, Paolo Canevari, 43 anni, artista romano famoso per le grandi sculture con gli pneumatici e le camere ad aria, i video di oggetti simbolo che bruciano, i disegni raffinati e perfetti a semplice matita. Quasi vent’anni di lavori, la consacrazione ufficiale sarà a giugno alla Biennale di Venezia, dove è stato invitato (sono solo in sei gli italiani a poter vantare un tale privilegio) dal direttore Robert Storr, ex storico curatore del Moma. La sua enorme Rubber car, la macchina fatta di pneumatici, è esposta al Mart di Rovereto. A maggio poi Canevari sarà a Roma con una personale al Macro. Niente da niente è il titolo, per raccontare un lavoro in divenire, fatto di messaggi che appaiono leggeri ed effimeri e invece sono pesanti come i loro materiali. «Marina lavora con il corpo, io sono uno scultore. Il nostro percorso è molto diverso, ma c’è una cosa che ci avvicina: il rapporto con l’effimero. Vedo nella distruzione un atto creativo» racconta mentre volge lo sguardo alla parete bianca dove è appesa una delle sue ultime creazioni: un gigantesco foglio dove a matita è disegnata una pistola che brucia. «Non è importante possedere l’oggetto, quanto la sua memoria. Penso alle mie sculture come a monumenti della memoria, come il Colosso di Rodi, che nessuno ha mai visto, ma che è nel nostro immaginario. L’arte non è fatta per essere posseduta. Tutto passa e lascia una scia effimera. E questo vale anche per le persone». Sicuramente vale per gli oggetti, che nel loro loft dalle grandi vetrate sono pochissimi, quelli indispensabili. Poltrone anni Cinquanta e sottili vasi colorati di Murano, un tavolo di legno chiaro disegnato dallo stesso Canevari, una chaise-longue di pelle nera e accanto un romanzo di Raymond Chandler. «Abbiamo comprato questa casa nel 2002, è la prima volta che abbiamo qualcosa in comune» racconta lui. A New York li ha sposati nell’aprile scorso con una cerimonia privata Edwin Torres, un giudice della Corte suprema, famoso scrittore di noir (« suo Carlito’s way da cui è stato fatto il film con Al Pacino»). «Ci siamo conosciuti dieci anni fa a Roma nella galleria di Stefania Miscetti, un colpo di fulmine». Hanno vissuto nomadi tra Amsterdam e Roma, una casa a Belgrado e una a Stromboli, voluta da lei «per l’energia dell’isola». «A Paolo non piaceva l’Olanda, troppo nordica. Roma è troppo carica di storia, per darmi stimoli creativi. Così è stato lui a propormi di vivere qui e all’inizio, confesso, l’idea mi fece paura. Per gli americani esiste solo l’America. Ti devi ripresentare, reinventare, ricostruire. Così ho fatto». Nel 2005 Abramovic ha portato al Guggenheim museum Seven easy pieces, sette pezzi facili, rielaborazioni delle performance di grandi dell’arte come Joseph Beuys, Vito Acconci e Gina Pane. Risultato: un successo. Nel 2010 il Moma le dedicherà la sua prima retrospettiva. La Grande Mela l’ha incoronata. Ma per Canevari non è il successo a tenerli lì. «Stare a New York è come vivere nella Roma di fine impero e assistere allo sfacelo del nostro mondo. Immagino sia come per un giornalista andare a Baghdad. Questa è una realtà estrema, di grandi contraddizioni, una delle poche città che mette in discussione la struttura politica americana». Per lei lavorare qui è un imperativo etico: «Che senso ha per un artista abitare in luoghi senza problemi? Un artista deve vivere in una società disturbata, è un suo dovere. Per capire, per cambiare, per indicare la strada». New York oggi è la testimone di questo boom dell’arte contemporanea. Grandi investimenti e nuova ossessione? «In fondo è sempre stato così» ribatte la performer «ho una visione globale della storia, non mi piace guardare al singolo periodo. Leggendo i diari di Michelangelo si capisce che non c’è questa differenza, tra oggi e allora. Sono cambiati i personaggi: allora c’era Papa Giulio II, la committenza dei re, oggi ci sono i tycoon, gli oligarchi russi e i collezionisti dai nuovi mercati come il mondo arabo e la Cina. Ma la struttura è sempre la stessa. Nel passato gli artisti erano la decorazione nella vita sociale. E oggi? Non sono la stessa cosa? Se un tempo si andava a corte, oggi si va a Firenze, a Londra, a Basilea o a Venezia. Anche nella selezione naturale che la storia fa dell’arte nulla è cambiato. Ogni periodo ha miriadi di artisti, ma se ne ricordano pochi. Non c’era solo Jacques-Louis David, nella Francia rivoluzionaria, ma di quel periodo ricordiamo il suo Marat. Così sarà per gli artisti di oggi, quello che è solo un trend passerà. così da secoli». Sottrarsi all’oblio, sopravvivere al momento per Canevari è la cosa più difficile: «Se oggi apriamo un giornale d’arte degli anni Ottanta troviamo nomi ormai dimenticati. vero che quelli bravi non passano, ma non sempre il mercato li premia. Così è successo a grandi artisti come Giulio Turcato e Giuseppe Capogrossi, ancora molto lontani da quotazioni adeguate». A New York la visibilità per un artista è maggiore. Ma emergere qui non è così facile come può apparire guardando alle loro vite glamorous. « un sistema dell’arte molto duro, dove conta il livello del lavoro più di ogni altra strategia. E le critiche dei principali giornali sanno essere molto severe. Si lavora se si è stimati, mai per conoscenze» osserva Canevari. E così è stato per gli italiani che hanno avuto il coraggio di misurarsi con queste regole. «Come Maurizio Cattelan, che ha avuto la capacità di dare una nuova visione della nostra arte all’estero, e Francesco Bonami, senior curator al museo d’arte contemporanea di Chicago, che in America ha portato molti artisti italiani, e Massimiliano Gioni, da poco curatore del New museum of contemporary art, nuovo luogo d’avanguardie». A New York ci sono i musei d’arte moderna e contemporanea più importanti del mondo: «C’è una continua evoluzione, gli spazi si stanno rinnovando: due anni fa è accaduto per il Moma, ora anche per il Whitney, che aprirà una nuova sede a Chelsea, nel Meat-district, con un progetto di Renzo Piano. Ma vedo una voglia di rinnovamento anche in Italia, dove finalmente si sente il bisogno di puntare sull’arte contemporanea. Soprattutto a Roma con il Macro e il Maxi e a Napoli con il Madre». Qui gli artisti si conoscono quasi tutti, c’è una comunità, che si frequenta e si confronta. L’artista iraniana Shirin Neshat vive all’angolo di fronte, il grande della Transavanguardia Francesco Clemente e la moglie Alba sono amici cari, così come la rockstar Lou Reed e la compagna Laurie Anderson, Matthew Barney e la moglie, l’icona islandese Bjork, con la quale Marina Abramovic sta pensando un nuovo progetto. «Rifare The Biography, la mia performance portata in teatro, con la regia di Bob Wilson». Ma guai a parlare di lobbying. Supporto tutt’al più. Lo stesso che ha avuto Marina Abramovic nella sua performance più pericolosa, The house with the ocean view. Tre stanze aperte e senza via d’uscita, ricreate nella galleria di Sean Kelly. Ha vissuto 12 giorni senza cibo, in silenzio e alla completa mercé del pubblico, che la guardava mentre dormiva, si faceva la doccia, si spogliava e pettinava, piangeva e faceva pipì. «A sostenermi con il loro sguardo e la loro presenza sono venuti amici come Nancy Spero, Haim Steinbach, Thomas McEvilly, Germano Celant, Susan Sontag e Salman Rushdie». Per il marito, «quella è stata la volta che ho temuto più per Marina». Dodici chili persi, migliaia di visitatori-spettatori e, massimo della contaminazione con la pop culture, una puntata di Sex and the city che ha ricreato l’evento. «Durante le mie performance ho una mutazione, entra dentro di me un’energia che mi trasforma. Ma nella vita reale sono una persona molto diversa. Sono una persona fragile». Non sopporta il dolore del taglio di un coltello da cucina, ma in uno dei suoi primi lavori a Napoli nel ”75, lasciò che il pubblico la torturasse con 72 oggetti diversi. Nella parete vicino alla porta d’ingresso c’è una foto di quella performance, lei giovane a seno nudo con lo sguardo lontano, oltre il pubblico che la tocca. «Non mi vergogno delle mie contraddizioni, basta non nasconderle. Avevo molta paura di compiere 60 anni (il 30 novembre, sotto il segno del Sagittario). Per superarla l’ho detto a tutti i miei amici e ho deciso di fare una festa. Vivere la propria paura pubblicamente aiuta a vincerla». Soprattutto se la festa è l’evento mondano della stagione: 375 invitati ospitati la scorsa settimana al Guggenheim, tutta la scena artistica newyorkese, una torta che riprendeva il vestito gigantesco indossato proprio nella sua ultima apparizione al museo, un cocktail ideato con il suo nome. Con Antony & The Johnson, gruppo mito, a cantare tutta la serata. E lei, vestita in blu notte con piume che le accarezzano il viso senza età, in un abito disegnato appositamente da Riccardo Tisci, lo stilista della maison Givenchy. «Non ho timore che il mio corpo cambi. Paolo e io conduciamo una vita molto sana: non fumiamo, non beviamo, facciamo esercizio fisico e andiamo a dormire presto. La mia vera paura è ammalarmi e morire, inconsapevole di ciò che mi succede». In vacanza amano andare nelle spa ayurvediche del Kerala e dello Sri Lanka. «Siamo l’opposto dell’idea bohémienne dell’artista» continua lui che ha fotografato la moglie sul cartoncino d’invito al party. Marina Abramovic, bellissima in versione pin up. «Le pin up da sempre sono una mia passione, colleziono foto del celebre fotografo fetish Elmer Batters, mi diverte questo immaginario erotico, un po’ infantile, un po’ da camionista. La gente ha un’idea della perversione molto provinciale. La vera perversione, il vero erotismo è altro, come lo intendeva Carlo Mollino». Canevari sfoglia proprio un libro dell’architetto torinese, nato un secolo fa, oggi di gran moda per i suoi mobili antropomorfi e le ormai introvabili e costose Polaroid di prostitute languidamente discinte. «In Giappone li chiamano tesori viventi, sono gli artisti veramente originali, quelli che hanno qualcosa in più» continua Abramovic. Ma alla domanda se qualcuno di questi tesori viventi l’abbia ispirata risponde di no: «Sono stata influenzata solo dall’antropologia: dal sufismo, dal buddismo tibetano e dagli aborigeni dell’Australia centrale. Ma c’è una lunga lista di artisti che amo e che rispetto come Yves Kleine, John Cage, Gino de Dominicis e Maria Callas». Paolo Canevari è più diretto: «La mia tradizione italiana mi porta a ispirarmi alla scultura anni 60-70, ai lavori di Pino Pascali, Lucio Fontana, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, amico da sempre. L’Arte povera è il movimento italiano che ancora influenza l’arte internazionale». E anche più sincero quando dice: «Io sono un bravo artista, Marina è bravissima».  stato lui a chiederle di sposarlo, come racconta lei abbassando la voce: «Era un giorno di pioggia, ero sotto casa, davanti al negozio dove facciamo la spesa, con due buste di plastica in mano. Me lo ha chiesto lì». una romantica, in fondo. Come regalo di nozze, lui si è fatto tatuare sul braccio destro una pin up e sotto la scritta: Marina. Terry Marocco