Enzo Bettiza, La Stampa 14/3/2007, 14 marzo 2007
E’ ovvio che l’arrivo in visita di Stato a Roma del massimo esponente di una superpotenza atomica ed energetica debba imporre a tutti, al Presidente della Repubblica, al capo del governo, ai leader dell’opposizione, al sovrano del Vaticano, un tasso elevato di cortesia diplomatica e di realismo politico
E’ ovvio che l’arrivo in visita di Stato a Roma del massimo esponente di una superpotenza atomica ed energetica debba imporre a tutti, al Presidente della Repubblica, al capo del governo, ai leader dell’opposizione, al sovrano del Vaticano, un tasso elevato di cortesia diplomatica e di realismo politico. ovvio altresì che i rappresentanti dell’opinione pubblica, gli osservatori, debbano fare il loro mestiere che consiste nell’esprimere giudizi oggettivi e, quando occorre, severi sul conto dei personaggi di primo piano della politica internazionale. Ora, dal nostro punto di vista, sarebbe fuorviante tacere quello che buona parte del mondo ufficiale italiano ed europeo pensa e non dice. Si sa benissimo che i vertici delle capitali storiche dell’Unione Europea, da Parigi a Roma a Berlino, vedono nel presidente Putin uno dei personaggi di rilievo più bivalenti e indecifrabili oggi presenti sulla scena planetaria. Nei sette anni della sua presidenza le luci e le ombre si sono continuamente alternate. Giudizi negativi e pregiudizi positivi si sono di continuo intrecciati sul conto dello sconosciuto e miracolato funzionario del Kgb, uscito di colpo, per così dire, dal sottosuolo della storia bolscevica per mettersi sul trono di un Cremlino benedetto dalla Chiesa ortodossa e sovrastato dall’aquila zarista a due teste: una rivolta a destra e l’altra a sinistra. Un simbolo che illustra meglio della falce e martello l’attuale situazione russa, postsovietica ma non antisovietica. Questa ibrida Russia di «zar Vladimir» ha indubbiamente mostrato una notevole vitalità riformatrice sul piano tecnocratico, finanziario, energetico. S’è vista nascere, da un mondo che per tre generazioni aveva condannato all’ergastolo la società civile, una classe media abbiente e dinamica. Mosca, americanizzandosi, è diventata se non altro nell’aspetto la più lussuosa e sorprendente fra le capitali dell’Est ex comunista. Lo strapotere delle nuove oligarchie imprenditoriali, emerse mediante liberalizzazioni selvagge dalle decomposte strutture economiche dell’Urss, poi smisuratamente cresciute fra intrighi e corruttele all’ombra della presidenza Eltsin, è stato arginato e infine decapitato con estrema durezza dall’ascia del «cekista» Putin. Sull’altro piatto della bilancia, in particolare nella seconda fase presidenziale di Putin, si è cominciato ad avvertire sempre più la degenerazione della «democrazia guidata», già di per sé ambigua, in qualcosa di ancora più ambiguo: cioè quel miscuglio, condensato, di autoritarismo personale e di democrazia formale chiamato «democratura» da coloro che se ne intendono. con l’inventore e consolidatore di questo ibrido, composto di tratti veterosovietici e tratti neocapitalisti, che Prodi e D’Alema hanno cominciato a parlare di politica bilaterale ed europea; non è da escludere che abbiano già introdotto o che introdurranno, sia pure con le dovute forme diplomatiche, un discorso stringente sugli attuali e prossimi accordi petroliferi tra Italia e Russia. Ma il fatto che il fabbisogno energetico europeo dipenda per il quaranta per cento dal gas e dal petrolio russi, dovrà forse indurre, in ossequio al realismo, i governanti italiani a non spendere neanche mezza parola sull’endemico deficit di democrazia alla Duma di Mosca e sulla violenta repressione di migliaia di dimostranti a San Pietroburgo? Dovranno continuare a tacere, come ha taciuto non solo Berlusconi ma anche Prodi, sulle angherie e le crudeltà del putiniano fantoccio Kadyrov in Cecenia? Fingere di non sapere nulla delle pressioni russe sull’Ucraina, dei ricatti sulla Bielorussia, delle minacce alla Georgia, proprio nulla della mano tesa sottobanco agli invasati mangiatori d’uranio di Teheran? Far finta di non aver udito le recenti bellicose parole che Putin ha voluto scagliare da Monaco, ovvero dal centro dell’Europa, contro gli Stati Uniti accusati di minacciare la Russia con uno «scudo» antimissile? Vorremmo sperare che qualcosa, in proposito, venga detto o almeno sussurrato tra i colloqui di Roma e gli incontri di Bari. Si sa che al livello di una visita ufficiale così rigida, così blindata dalle forze dell’ordine, con i cortei in corsa tra il Quirinale e il Vaticano, il protocollo non può concedere spazio ad inopportune allusioni ai delitti perpetrati da ignoti contro giornalisti, ex agenti e politici notoriamente invisi al regime. Ma, in termini educati e lati, qualcuno dovrebbe pur dire in questi giorni a Putin che il solo bisogno di petrolio non può indurre le democrazie europee a scontrarsi con l’alleato americano, a denigrare la Nato, a dimenticare la tutela dei diritti civili in Russia e in particolare nel Caucaso. Oppure saremo costretti a dare ragione ai radicali, che peraltro fanno parte della maggioranza di governo, quando affermano che «c’è una sorta di reticenza dei governi occidentali nei confronti della violazione dei diritti umani un po’ in tutto il mondo»? Gli italiani dovrebbero quantomeno stare attenti a non ripetere simbolicamente, tacendo troppo, eludendo troppo, adulando e promettendo troppo, l’errore o l’abbaglio del presidente Chirac: il quale, a nome della Francia e del popolo francese, ha insignito Putin della legion d’onore una settimana dopo l’assassinio di Anna Politkovskaja. Stampa Articolo