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 2007  marzo 14 Mercoledì calendario

l più fantasioso alchimista della nostra Repubblica, Giuliano Amato, il dottor Victor del famoso romanzo di Mary Shelley, aveva battezzato la sua creatura con il sinistro nome di Frankenstein

l più fantasioso alchimista della nostra Repubblica, Giuliano Amato, il dottor Victor del famoso romanzo di Mary Shelley, aveva battezzato la sua creatura con il sinistro nome di Frankenstein. In effetti, la fondazione bancaria, quando, all’inizio degli Anni 90, fu inventata per avviare quel grandioso processo di trasformazione che in pochi anni ha sconvolto il sistema italiano del credito, aveva davvero una natura mostruosa. Era la proprietaria della banca, con l’obbligo quindi di curarne la redditività, ma non doveva perseguire scopi di lucro. Un essere anfibio, che si destreggiava con ambiguità tra pubblico e privato, tra il capitalismo e la beneficenza. Ma quel mostriciattolo, affidato anche alle cure del suo secondo progenitore illustre, Carlo Azeglio Ciampi, crebbe rapidamente e bene. Dopo un’adolescenza travagliata, alle soglie della maggiore età, è diventata una ragazza ricca e affascinante. Così i corteggiatori, che prima trascuravano la sua casa, ora si affollano al portone con una insistenza persino preoccupante. Il richiamo gotico di Frankenstein, che si potrebbe coniugare con quello più rassicurante e domestico di Cenerentola, utilmente può essere adoperato per raccontare una favola economico-sociale che si è ripetuta in quasi tutte le regioni italiane, ma che proprio qui, a Torino, ha avuto la rappresentazione più importante. In soli 15 anni nella capitale subalpina sono cresciute due fondazioni bancarie, quella della Compagnia di San Paolo e quella Crt, che hanno moltiplicato in modo impressionante i loro patrimoni, hanno messo a disposizione della città, ma anche del Nord-Ovest, una quantità di fondi notevole, e hanno pure dimostrato come si possa lavorare per l’interesse collettivo con due caratteristiche interessanti: la trasversalità politica e quella professionale. «Queste considerazioni accesero nel petto di sette zelantissimi cittadini un generoso e pietoso instinto di fare anch’essi tra loro una santa conspirazione per sostener vivamente la fede catolica, primieramente col publico esempio di religiose opere totalmente contrarie a quelle degli ugonoti; di poi col proposito di esporre anco le proprie vite al sacrificio, quando per l’insolenza de’ rubelli così richiedesse il servigio di santa Chiesa». Emanuele Tesauro, il cantore della Torino barocca, racconta così l’origine della Compagnia di San Paolo, fondata a casa dell’avvocato Giovanni Antonio Albosco nel 1563, proprio quando Emanuele Filiberto ritornava in città e sulla spinta della grande ondata controriformistica. Una vocazione religiosa, caritativa e sociale che impronta anche l’origine, per iniziativa del Comune di Torino nel 1827, della Cassa di Risparmio dalla quale, nel 1991, nasce, appunto, la Fondazione Crt. Gli antichi, commendevoli natali conferiscono alle due fondazioni torinesi rispetto e riverenza, ma non riescono a nascondere una realtà che, fino alla svolta del nuovo millennio, si può riassumere così, sia pure con una certa crudezza di termini: gli istituti, passati dal settore pubblico a quello privato, restano gli elemosinieri delle banche di provenienza e i suoi rappresentanti illustri personaggi, ma sicuramente non in prima fila nei giochi dei poteri che contano. Ma negli ultimi anni, i due «mostri» di Frankenstein-Amato si trasformano e, dall’ombra in cui riservatamente crescevano, si impongono sul palcoscenico della città. Il portafoglio della Compagnia di San Paolo arriva a un valore di mercato valutato, a fine 2006, di 9,1 miliardi di euro e il budget degli stanziamenti tocca i 165 milioni di euro. Il patrimonio della Fondazione Crt sale a poco meno di 6 miliardi e le erogazioni crescono a oltre 100 milioni di euro. Le risorse che queste due istituzioni riescono a mettere a disposizione del territorio, in una fase in cui la città si modifica notevolmente, per gli effetti del piano regolatore e delle Olimpiadi invernali, costringono le fondazioni e i loro vertici a un diverso protagonismo. La crisi della Fiat, prima della cura Marchionne, e le ridotte risorse degli enti pubblici offrono a Compagnia di San Paolo e a Crt uno spazio abbastanza libero di intervento e di visibilità. La moltiplicazione e la consistenza dei loro interventi nel campo della cultura, della ricerca, dell’istruzione, della sanità e dell’assistenza toccano ampi settori della società civile. Sono soprattutto due grandi opere che riescono ad agganciare la sensibilità generale della città: la consegna di Palazzo Madama all’ammirazione di Torino, dopo 20 anni di lavori, splendidamente restaurato per opera della Crt e il nuovo assetto, con il fondamentale contributo della Compagnia di San Paolo, del museo più internazionalmente conosciuto, l’Egizio. Così la «spia» più significativa della loro accresciuta importanza negli equilibri di potere dell’intero Nord-Ovest si accende quando la battaglia per le nomine nei due istituti esce dal pettegolezzo di una ridotta cerchia di interessati e si impone come termometro delle supremazie cittadine. E’ il segretario generale della Compagnia di San Paolo, Piero Gastaldo, a spiegare opportunità e rischi della grande trasformazione di questi istituti nella realtà politico-sociale del nostro Paese: «Sì, restano animali anfibi, soggetti privati, ma inseriti in un quadro di interlocutori pubblici, dove è essenziale saper esercitare la virtù della mediazione. Ma anche le fondazioni ex bancarie italiane si vanno modellando sull’esempio europeo, con un ruolo peraltro rafforzato dalla tendenza generale alla riduzione della spesa pubblica da parte degli Stati. In questa fase, è vero che i rischi di autoreferenzialità non vanno sottovalutati. Del resto, è proprio del diritto romano l’impossibilità di concepire patrimoni senza un proprietario. Ecco perché è fondamentale, a questo proposito, ricorrere a due garanzie: il rispetto delle regole, prima di tutto quella delle incompatibilità, e la trasparenza informativa». Senza ipocrisie, è proprio Gastaldo ad avvertire l’avvicinarsi della nube di diffidenza che si accompagna a questa straordinaria crescita delle fondazioni bancarie nel sistema politico, amministrativo e finanziario di Torino. Anche il presidente della Compagnia, Franzo Grande Stevens, si mostra attento ad evitare l’impressione dell’avanzata di poteri «irresponsabili»: «Dobbiamo insieme tutelare l’istituzione da influenze esterne, politiche o di altro genere, senza contemporaneamente chiuderci nella torre d’avorio, dove si entra solo per cooptazione. Il rigido regime di incompatibilità che abbiamo fissato nello statuto, la norma sulla non rieleggibilità dopo due mandati, l’affidamento a un advisor esterno e indipendente per la gestione del patrimonio contribuiscono a preservare lo spirito originale: i rappresentanti devono servire la Compagnia e non servirsi della Compagnia». Anche l’altro presidente, quello della Crt, Andrea Comba, in scadenza di incarico ma candidato favorito per una rielezione, è sensibile al tema del rischio di autoreferenzialità, ma si dichiara più preoccupato per il pericolo opposto: «La loro crescita suscita evidentemente interesse, ma solletica anche appetiti e il dibattito sulla loro evoluzione nel sistema economico italiano non vorrei generasse la tentazione, da parte del potere pubblico, di ledere quella nostra autonomia che è stata anche costituzionalmente garantita, quali soggetti privati». Il segretario generale, Angelo Miglietta, a questo proposito, sorride e ironicamente ammette che le fondazioni potrebbero essere conquistate «dall’eleganza dell’autoreferenzialità», da combattere innanzi tutto «col confronto democratico: coinvolgere la gente e farla partecipe e controllore delle nostre scelte». Poi Miglietta si spinge ad auspicare «un più rapido passaggio dei consiglieri nelle fondazioni, riducendo il mandato a uno solo, sull’esempio della Banca d’Italia». «Certo c’è sempre la tendenza a far arrivare nelle fondazioni gli amici degli amici», ammette l’ex segretario Crt, Maria Grazia Leddi, ora parlamentare della Margherita. «Il potere - aggiunge - tende a perpetuarsi e chi vuol restare in una istituzione che consente anche di guadagnare un discreto gruzzolo, senza un grandissimo impegno di tempo, riesce nelle pieghe degli statuti a trovare il modo di presenziare nei consigli per un decennio. Il problema, però, più delicato è un altro: è quello del rapporto con le istituzioni locali che vorrebbero trasformare le fondazioni in tappabuchi per le loro disastrate casse comunali o regionali». I condizionamenti da parte degli enti locali che, d’altra parte, nominano la maggior parte dei vertici delle fondazioni, sono l’altro tasto dolente nella vita di questi istituti. L’equilibrio in questi rapporti è difficile e instabile. Così come i pareri e le ricette si allargano a seconda dell’esperienza, ma anche dei caratteri degli interlocutori. Con l’abituale franchezza, il vicepresidente della Compagnia di San Paolo, Carlo Callieri, ammette l’esistenza del problema e indica nei comportamenti individuali l’unica soluzione: «Per evitare di essere considerati tappabuchi delle casse pubbliche, basta avere il gusto di evitare servilismi nei confronti delle istituzioni». Il suo collega in Crt, il vicepresidente Giovanni Ferrero si dice «non scandalizzato dalle richieste di Comuni e Regioni, purché ci sia un do ut des trasparente». Interessante, a questo proposito, è naturalmente l’opinione di chi, sulla sponda delle istituzioni pubbliche, ha visto crescere in città il ruolo delle due fondazioni. Il sindaco, Sergio Chiamparino, esclude la tentazione di volerle usare come «tappabuchi» di un bilancio comunale sempre più risicato: «Con loro vogliamo decidere insieme su progetti di sviluppo». Più in generale il suo giudizio è positivo: «In una società liquida, come la definisce Zygmunt Bauman, questi intrecci di interessi sono naturalmente destinati a ingrandirsi e costituiscono un fenomeno positivo sia per l’ipotesi di costruzione di una nuova classe dirigente, sia come intreccio di competenze e di rappresentanze della società civile». A parere del sindaco i rischi sono due: «Quello di costruire non una nuova, ma una vecchia classe dirigente e quello dell’autoreferenzialità, di un potere che non risponde a nessuno o a tutti». Per contrastare questi pericoli, Chiamparino suggerisce un’unica ricetta: «A Torino l’amministrazione comunale, con loro, ha interloquito con forza e determinazione, ma senza imposizioni e senza la volontà di ledere la loro autonomia: i risultati di questa collaborazione sulla città, li hanno potuti vedere tutti». Gli effetti «visibili», come afferma il sindaco, sono certamente evidenti sia sul territorio cittadino, sia su quello piemontese, sia, per quanto riguarda la Compagnia di San Paolo, sull’area ligure del Nord Ovest, ma quelli invisibili toccano un altro problema controverso: il nuovo modello di lavoro in queste due fondazioni. Lo scambio di professionalità e di culture nei vari consigli di queste fondazioni e l’assenza di schieramenti politici precostituiti, rigidi e asfissianti, può costituire un esempio utile per lo sviluppo della nostra società civile e alimentare un laboratorio di nuova classe dirigente? La risposta a questo interrogativo ancora non è chiara, perché si lega alle opportunità e ai rischi che abbiamo intravisto in precedenza. Soprattutto al pericolo più grave, quello affacciato da Chiamparino: l’ipotesi che le fondazioni non facciano crescere una nuova classe dirigente, ma aiutino la vecchia a consolidare e a perpetuare il suo potere. E’ comprensibile che l’origine bancaria e la relativa giovinezza degli statuti di queste fondazioni abbiano portato finora rappresentanti già affermati della società civile, politica o amministrativa, nei consigli di gestione o di indirizzo. E’ possibile però che i futuri rinnovi aprano i vertici degli istituti a nuovi professionisti, nuovi rappresentanti delle università, dei centri di ricerca, del mondo del lavoro. L’occasione di una crescita collettiva di cultura interdisciplinare e di intreccio d’esperienze, in questi consigli, è fondamentale come contributo della futura società civile a progetti di interesse collettivo e come esempio di un significativo impegno civile. I pareri di consiglieri che provengono da mondi un po’ diversi da quelli che caratterizzano la maggior parte dei rappresentanti delle fondazioni, avvocati, professori universitari, economisti, possono essere interessanti. Un sociologo, ex sindacalista come Bruno Manghi, membro del Comitato di gestione del San Paolo, ammette il grande valore formativo di questa esperienza. «Sì, ho imparato molto da questo impegno, dallo scambio di idee con persone di diversa cultura. Stimolante è pure la possibilità che le fondazioni offrono di progettare a medio-lungo periodo, un tempo in cui la politica mostra la sua grave debolezza. E’ proprio in questa chiave che le fondazioni di comunità possono dare il contributo più importante allo sviluppo del sistema». D’accordo si dicono l’altro vicepresidente della Crt, Giovanni Quaglia, ex presidente della provincia di Cuneo e Franco Amato, membro del consiglio d’amministrazione Crt, reduce da impegni politici e ora passato a un incarico manageriale in un’azienda privata, quella di responsabile delle relazioni esterne alla Pininfarina. «Il forte rapporto con il territorio mi aiuta in questa esperienza, che, comunque, mi ha arricchito in una maniera che non avrei sospettato», ammette Quaglia. «Non so se si possa parlare di un nuovo salotto buono dell’Italia che conta - osserva Amato - ma la mia vita a cavallo del pubblico e del privato, in fondazione, ha un passaggio di sintesi molto interessante». Sarà certo un po’ esagerato parlare di «salotti buoni», anche perché gli architetti del nuovo capitalismo italiano sembrano non prevederli più nei loro progetti, ma Amato e Ciampi possono essere compiaciuti per la buona crescita del loro «Frankenstein». Un giudizio generalmente positivo che trascura sia le diversità tra le varie fondazioni di origine bancaria sia i problemi che ancora le affliggono. Tra Compagnia di San Paolo e Fondazione Crt, ad esempio, esiste una profonda differenza nella gestione del patrimonio: basti pensare all’impegno della seconda in Autostrade, in Société Générale e in altre aziende, un modello di diversificazione di investimento che la Compagnia, invece, non persegue. Resta, infine, proprio il rapporto con la banca di cui le fondazioni rimangono, comunque, i principali singoli azionisti. Un rapporto delicato: qual è il confine tra la giusta separazione nelle reciproche gestioni e il giusto interessamento per la sorte del proprio capitale? Stampa Articolo