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 2007  marzo 14 Mercoledì calendario

Io e Andy. Vanity Fair 15 marzo 2007. Vent’anni: Gee! (e poi capirete perché dico gee). una cifra che mi fa sentire vecchio, eppure venti proprio non sembrano

Io e Andy. Vanity Fair 15 marzo 2007. Vent’anni: Gee! (e poi capirete perché dico gee). una cifra che mi fa sentire vecchio, eppure venti proprio non sembrano. Sento ancora la voce di Andy dentro di me, e a volte è lui l’ospite d’onore dei miei sogni. Per me è ancora qui, anche se purtroppo non risponde al telefono. Il mio amico Benjamin, che lavorava per lui, ne parla ancora al presente, e qualcuno pensa dipenda dal fatto che Benjamin è cinese, ma il motivo è un altro: Andy è tra noi. quella voce nel mio orecchio interno. So sempre che cosa direbbe di qualcosa o qualcuno – soprattutto se quel qualcuno è presuntuoso, vanitoso e idiota. Mi sembra di sentirlo strascicare uno dei suoi aggettivi preferiti: awful, terribile. E ricordo come lo elettrizzava l’incontro con qualcosa – o qualcuno – di grande: «Gee, è fantastico!». Andy mi offrì il mio primo vero lavoro. Avevo 23 anni e lui mi diede la possibilità di fare qualcosa di grande, e mi insegnò tutto. Per me era il capo, e lo è ancora. Quando studiavo al college, i miei eroi erano i Rolling Stones, Jean-Luc Godard e Andy Warhol. Ognuno di loro rappresentava la capacità di espandere i limiti del possibile, in un’epoca storica di mutamenti straordinari. Quando mi laureai, venni a New York per un master di cinematografia e – grazie a qualche mia teorica capacità, forse a un po’ di stile personale e sicuramente a un gigantesco colpo di fortuna – trovai lavoro proprio a Interview, la rivista del mio eroe Andy Warhol. Non era solo l’avverarsi di un sogno, ma anche la possibilità di imparare molto più di quello che mi stavano insegnando alla Film School della Columbia University. Dopo appena un anno come semplice assistente, venni promosso art director del giornale e poi direttore, così abbandonai il master. L’educazione migliore è il lavoro, soprattutto se lavori per un genio. Fino a quando non entravi in confidenza con lui, Andy era un uomo di poche parole, ma erano parole scelte con grande attenzione. Ci lasciava una libertà enorme nel nostro lavoro, purché non combinassimo un disastro, e se poi lo combinavamo ce lo faceva capire in modo intelligente, mai isterico. Era bravissimo a guidarti senza fartene nemmeno rendere conto. Ricordo che nell’impaginazione del giornale usavo molti tipi diversi di carattere per i testi, ma i titoli di solito erano ricavati tutti dallo stesso carattere, che io non conoscevo. Una sera, il grafico era andato a casa e restavano da fare alcuni titoli. Così presi caratteri diversi e li ingrandii. Non l’avevo mai visto fare a nessuno, era semplicemente una soluzione dettata dalla necessità di fare quei titoli, e farli in fretta. Qualcun altro avrebbe pensato che tutti quei caratteri incasinavano la grafica del giornale, ma Andy ne fu entusiasta: «Gee, dovresti fare tutto un numero così». Sembrava un semplice complimento, in realtà mi stava incoraggiando a osare, a far fruttare la mia creatività. Non so se Buddha abbia mai avuto dei dipendenti, ma sono certo che, se li ha avuti, li trattava così. A chi gli chiedeva perché avesse fondato Interview, Andy rispondeva: «Per dare ai ragazzi qualcosa da fare». Sono sicuro che c’erano anche altri motivi, come la possibilità di avere biglietti gratuiti per il New York Film Festival, ma quella era una risposta sincera: a lui piaceva l’idea di essere a capo di una compagnia. E quella della Factory era un’idea rivoluzionaria: Andy aveva portato il concetto di studio d’artista a un livello totalmente nuovo. Produceva dipinti, film, libri, opere teatrali e arte commerciale. Era pronto ad ascoltare ogni proposta, per quanto strampalato fosse il progetto. Il video era alla preistoria, ma noi avevamo anche un dipartimento video: ci lavorava una persona o forse due, ma ce l’avevamo. All’inizio, del resto, anche il giornale aveva uno staff di due persone, e il reparto film di tre. Ma tutti avevamo la sensazione di avere a che fare con grandi cose e possibilità illimitate. L’idea di Interview era così buona che, con la giusta misura di lavoro e dedizione, riuscimmo a portare le vendite da poche centinaia di copie a decine di migliaia, nell’arco di qualche anno. Ma più crescevano il successo e le potenzialità, più aumentava anche la posta in gioco. La Factory, nel suo piccolo, non era immune alle lotte di potere e, parallelamente, sulla scia di Interview stavano nascendo nuove testate «in». Essendo stato strumentale all’affermazione del giornale, non mi andava di sgomitare per mantenere la mia posizione di direttore. Avevo fiducia nelle mie capacità e non avevo paura di uscire dalla «culla» per dimostrarle. Andai a lavorare a Rolling Stone. Per me non si trattava semplicemente di cambiare lavoro. Era come essere scomunicato. La Factory era un po’ famiglia e un po’ setta, un po’ chiesa cattolica e un po’ mafia. Era come se nessuno potesse veramente andarsene, perché in fondo restava sempre lì. Mi accorsi ben presto che facevo sempre parte del gruppo. E fu proprio Andy, qualche anno dopo, a invitarmi generosamente a tornare a scrivere per il suo giornale, e iniziò così una rubrica che durò dodici anni, fino a dopo la sua morte. Il giorno in cui lasciai Interview per la seconda volta, fu il giorno che la redazione traslocò fuori dalla Factory. Vent’anni fa, poco prima che Andy morisse, mi venne chiesto di scrivere un articolo su di lui per Parkett, una rivista d’arte svizzera. Tra la consegna dell’articolo e la stampa del numero, Andy morì in ospedale, ucciso dalle complicazioni di un banale intervento alla cistifellea, probabilmente per un errore umano. La notizia mi lasciò stordito, come successe, credo, a tutti gli altri. Avevo sempre pensato che lui sarebbe sopravvissuto a tutti noi. Nel mio articolo avevo scritto che il suo era «uno dei rari esempi di artisti che non devono aspettare la morte per veder riconosciuto il proprio talento, che anzi avranno probabilmente la fortuna di essere vivi quando il valore delle loro opere raggiungerà la massima quotazione». Avevo scritto che da lui avevo imparato a non rifiutare mai un lavoro, se il prezzo è giusto, e a portarlo poi comunque a compimento come se fosse un’opera d’arte. Dopo la notizia della morte mi venne data la possibilità di modificare il testo all’ultimo momento. Scrissi questa postilla: «23 febbraio 1987. Ieri Andy è morto. proprio vero che quell’uomo non finisce mai di stupirmi. Non mi era mai sembrato così sano, così felice. L’unico sollievo è il sapere che se n’è andato nel sonno. Andy vedeva la morte come un episodio imbarazzante. Ma si sarebbe divertito a vedere come ognuno gli attribuisce una diversa data di nascita. Ultimamente non ci eravamo visti spesso, eppure mi manca moltissimo. Strano: credo dipenda dal fatto che lui, per me, era presente in un modo che nemmeno io sospettavo. Adesso chi mi racconterà che cosa c’è di nuovo, a chi potrò chiedere di spiegarmi come stanno davvero le cose nel mondo? Ho scritto che le opere di Andy avrebbero raggiunto il massimo del loro valore durante la sua vita. Quella vita è appena finita, ma so che mi sbagliavo. Le sue opere valgono già più di quando lui era vivo, e presto varranno ancora di più. Non perché il loro autore non è tra noi, e quindi non potrà realizzarne altre, ma perché quelle opere sono ricordi, reliquie di lui. Sono pezzi di Andy». Avevo ragione a riconoscere il mio errore: eccome. Solo nello scorso mese di novembre, sono state battute all’asta opere di Warhol per un ammontare di 100 milioni di dollari. E una serigrafia di Marilyn, identica a quella che mi regalò nel Natale del 1971, è stata appena venduta per 45 mila euro. Rileggendo quella postilla, poi, mi colpisce il fatto che io avessi colto con tanta immediatezza la gravità della sua perdita. Andy era la massima autorità, la stella polare assoluta, la persona la cui approvazione più contava per me. Se diceva che una cosa andava bene, andava bene davvero (chi lavorava con lui, tra l’altro, si accorgeva subito se stava mentendo). Il suo giudizio era l’unità di misura delle cose, nell’arte come nell’etica (come dimostrano i suoi diari, Andy era un giudice assai severo). Persino in fatto di party: se lui partecipava, era una bella festa. Da quando se n’è andato, non ho trovato più nessuno la cui opinione contasse tanto per me. Era, in un certo senso, il nostro Papa – il custode dell’estetica e della filosofia. Abbiamo conosciuto tanti grandi artisti dopo Andy, ma nessuno come lui ha cambiato l’idea di quel che significa essere artisti. E continua a cambiarla. Basta guardare i suoi quadri, o i suoi film, o leggere i suoi scritti, per attingere alla sua consapevolezza tutta nuova, una specie di zen postmoderno. Magari non ti porterà in paradiso, ma ti aiuterà ad arrivare a domani. Glenn O’Brien