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 2007  marzo 13 Martedì calendario

ALBERTO CAIRO

Le scritte «residenza, Kabul» e «rilasciato in Pakistan» del mio passaporto mettono talora in allarme gli agenti di frontiera. Seguono ricerche al computer e domande. Che fa là? Perché sta in un posto così? L´indagine dura pochi minuti, ma riesce a farmi sentire perseguitato. Me ne sono spesso lamentato. Fino a quando non ho fatto un viaggio con degli afgani.
Nostra meta la Cambogia, altro paese massacrato dalle mine anti-uomo. Là, come a Kabul, la Croce Rossa Internazionale fabbrica protesi in grande quantità. Vogliamo vedere come lavorano, c´è sempre da imparare. Con me ho Alef e Nader, capi officina, saggi e con le mani d´oro. Alef, lui stesso amputato, non è mai uscito dall´Afghanistan, Nader è stato in Germania, quella Orientale, trenta e passa anni fa.
Poiché un volo diretto non esiste, Kabul-Pakistan-Thailandia-Cambogia è l´itinerario obbligato. Circa i visti, mentre io, europeo, posso averli tutti direttamente all´arrivo, ad Alef e Nader occorre un mese soltanto per quello tailandese. Quello cambogiano dovranno richiederlo di persona all´ambasciata di Cambogia a Bangkok una volta là. Il visto pakistano invece lo otteniamo subito, loro più in fretta di me. La frontiera tra i due paesi è un colabrodo, passa tutto, gente e merci di ogni tipo.
Aeroporto di Lahore, imbarco per Bangkok. Afgani in Thailandia? A fare che? Dove starete? Avete denaro con voi? Mostratelo. Il bagaglio è perquisito con minuzia. Nader deve spogliarsi e Alef togliersi la gamba, imbarazzato. Una guardia lo consola: anche suo fratello è amputato. Quanto costa una protesi in Afghanistan? Gratis? Presto, l´indirizzo!
Sbarco in Thailandia: malgrado i visti siano a posto, li fanno aspettare due ore, chiusi in una stanza microscopica. Nemmeno le mie proteste li aiutano. A Bangkok, in albergo, i portieri, ciechi al viavai di turisti che tengono per mano ragazze tailandesi quattro volte più giovani, si risvegliano di botto alla vista dei passaporti afgani. A Nader consigliano: «Non dite in giro che siete afgani». Visto cambogiano: cinque giorni di attesa. «Per gli afgani occorrono nullaosta speciali», spiegano loro. Per me dieci minuti.
Aeroporto di Phnom Penh, Cambogia: devono essere i primi afgani sbarcati. Li squadrano da testa a piedi, chiamano rinforzi. Aspettare. Nader fa: «Voglion vedere se abbiamo la coda». Alef risponde: «Se mi controllano i denti, mordo». Riescono a ridere.
Con la popolazione invece è un´altra cosa: un po´ spaesati il primo giorno, il secondo già spariscono per l´intero pomeriggio. Immaginandoli in prigione o in ospedale, mi agito. Ed eccoli, arrivano in taxi-moto, eccitati, scortati da dieci cambogiani. Me ne raccontano vita e miracoli, ricordandosi gli impossibili nomi. In che lingua hanno parlato? Che sanno qui dell´Afghanistan, domando. «Terrorismo, oppio, burqa. Credono sia tutto lì», risponde Nader, ricordando di quando era in Germania, negli anni Settanta. «Allora ti chiedevano di Kabul con meraviglia. Ascoltavano i tuoi racconti. Si era fieri di essere afgani». Scuote il capo: «Ora ci consigliano di non dire da dove veniamo».
( lavora per il Progetto ortopedico della Croce Rossa internazionale in Afghanistan)