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 2007  marzo 13 Martedì calendario

Walker Rebecca

• Jackson (Stati Uniti) 11 novembre 1969. Scrittrice • «Sua madre Alice Walker non le rivolge la parola da quando, nel 2002, Rebecca ebbe la temerarietà di pubblicare Black, White and Jewish: Autobiography of a Shifting Self, lo struggente e catartico bestseller autobiografico dove la 37enne scrittrice (nominata “una dei 50 futuri leader più influenti d’America” dal settimanale Time) accusa l’acclamata e prolifica autrice del Colore Viola di essere una madre egoista, inadeguata, assente. Attraverso la sua dolorosa saga familiare, Rebecca Walker racconta una delle pagine di storia americana più difficili degli ultimi cento anni. Quando nel 1967 suo padre Mel Leventhal, — un avvocato newyorchese leader del movimento dei diritti civili — sposa la scrittrice e attivista nera Alice Walker in Mississippi, sua madre lo dichiara morto e si mette in lutto. Mentre il KKK minaccia di uccidere entrambi (per aver sfidato la legge dello Stato che vietava i matrimoni interrazziali), con la nascita della sua prima nipote Rebecca, nel ’69, nonna Leventhal si riconcilia col figlio. Ma dopo il divorzio tra Mel e Alice la piccola è costretta ad alternare casa ogni due anni, passando dal Mississippi a Brooklyn, da San Francisco aWashington, dal Bronx a Westchester. “Con ogni nuova casa veniva una nuova identità e i miei disperati tentativi per appartenere ad un gruppo”, racconta nel libro, “ero bianca e nera, ebrea e protestante, oca e secchiona, pugile e amante”. Sola e confusa, Rebecca trova rifugio nel sesso e nella droga. A 14 anni abortisce e a 18 decide di cambiarsi il cognome, da Leventhal in Walker. Il resto è storia. “Prima dell’uscita di Black, White and Jewish mamma minacciò attraverso il suo avvocato di rilasciare una dichiarazione pubblica per distruggere il mio libro”, precisa. “Mi ferì mortalmente che cercasse di farmi del male, minando la credibilità che avevo impiegato 15 anni e cinque libri per costruire. Solo l’intervento di papà l’ha dissuasa”. Quando ha deciso di scrivere questo libro? “A 20 anni mi resi conto che per diventare un’adulta sana dovevo incollare insieme i tanti frammenti della mia vita sperando di guarire da un’infanzia infelice che mi aveva trasformato in un essere disgregato e quasi schizofrenico. Ho rivisitato il mio passato, fissandolo sulla pagina, per creare una Rebecca surrogata: nuova, una e completa. Scrivere è stato una catarsi-terapia che mi ha aiutata a liberarmi dalle esperienze dolorose scalpellate nel mio corpo e nella mia mente”. Non temeva di compromettere il rapporto con i suoi genitori? “Ne ero terrorizzata. E infatti ho impiegato tre anni e mezzo solo per trovare il coraggio di iniziare. E anche dopo non ho mai mostrato loro il manoscritto: sapevo che avrebbero reagito con violenza, obbligandomi a cambiare il testo, sublimandolo ai loro desideri”. Aveva più paura della reazione di sua madre o di suo padre? “Sicuramente di mia madre. Ho fatto di tutto per proteggere la sua privacy. Visto che è una figura tanto pubblica e famosa non volevo farla soffrire, ma allo stesso tempo dovevo reclamare prepotentemente la mia stessa vita”. Mors tua vita mea, insomma? “La mia intera esistenza era ostaggio della ragnatela mitologica imbastita attorno a sé da mia madre e diventata per me una trappola mortale. Per uscire dalla sua tela sono stata costretta a tagliarla, consapevole che l’ego gigantesco di lei non aveva posto per me”. Le dispiace di aver troncato i rapporti con sua madre? “Sì, ma lo rifarei. Mamma ha confermato la sua incapacità di amarmi incondizionatamente, rispettando la mia storia e il mio percorso, diversi dai suoi. Spero che un giorno riesca ad onorare il mio lavoro come io ho sempre onorato il suo». E suo padre? “La nostra relazione è migliorata molto dopo il libro. Mi ha chiesto scusa per i suoi errori e oggi è molto orgoglioso di me; il suo studio è stracolmo di copie del libro che regala a tutti. Spesso mi chiedo come abbia fatto a passare dalla crociata antisegregazionista della sua giovinezza in Mississippi ad un quartiere bianco, ricco, ebraico e molto borghese dei suburbi newyorchesi”. Ne avete parlato insieme? “Molte volte. Lui è stato l’avvocato di Martin Luther King, ha testimoniato di fronte alla Corte Suprema e ha rischiato quotidianamente la vita per la causa cui ha dedicato la sua intera esistenza. Ma alla fine il movimento gli ha voltato le spalle”. In che modo? “Ad un certo punto il movimento dei diritti civili ha avuto una profonda trasformazione revisionista, passando dalla modalità integrazionista alla dittatura del ‘black power"’che ha prima minimizzato e poi negato il contributo strumentale dei bianchi, quasi tutti ebrei. Dopo le ferite per il divorzio da mia madre, papà dovette incassare anche l’astio generalizzato dei neri verso di lui e ciò l’ha rispedito indietro ad una vita più familiare”. Anche gli afroamericani possono essere razzisti? “Eccome. Non dimenticherò mai il giorno in cui, a 10 anni, mamma mi disse che i bianchi mi avrebbero trattata molto meglio di come avevano trattato lei perché avevo la pelle più chiara della sua. Provai dolore, rabbia, vergogna e senso di colpa e da allora ho sognato di risvegliarmi con la pelle scura come la sua; temevo che altrimenti lei non mi avrebbe amata”. Era un timore fondato? “Purtroppo sì. Se mio padre fosse stato nero e se la mia pelle fosse stata come la sua, tutto tra noi sarebbe stato più semplice. In me lei vede una bianchezza nemica e ostile che non riesce ad amare. Così si diletta ad ‘adottare’ giovani donne afroamericane, figlie surrogate, riempiendole di ciò che non è stata capace di dare a me”. È gelosa dei tanti rapporti lesbici di sua madre? “Anche io sono bisessuale e prima dell’attuale marito ho vissuto a lungo con la mia ex compagna, la cantante Meshell Ndegeocello, adottando pure suo figlio. Sono altre le cose che mi mandano in bestia. Tempo fa mamma fondò l’organizzazione ‘Le Nostre figlie hanno madri Inc.’ contro la mutilazione genitale in Africa. Mi stupii che potesse dedicarsi a donne sconosciute ma non sapesse nulla di me e dei miei bisogni”. È vero che sua nonna paterna era razzista? “Sì, però ha finito per essere la persona che mi ha amata più di tutti e cui ero più vicina. Come tanti ebrei dopo l’Olocausto, temeva che diluirsi fosse un piano mirato per annientare il popolo ebraico. Anche io mi scopro razzista ogni volta che vado in Germania e non sopporto i tedeschi: è più forte di me. Forse perché nelle mie vene scorre il sangue di due dei gruppi più perseguitati della storia”. Che tipo di madre è lei con i suoi figli? “L’opposto della mia. Sono protettiva, presente, possessiva. Non ho una governante né una babysitter. Lavoro da casa e voglio che mio figlio si senta salvo e amato, cose che io non ho avuto. [...]”. Pensa che la letteratura afroamericana dell’ultimo secolo abbia aiutato a definire l’esperienza dei neri? “La maggior parte della gente non legge. L’identità razziale nera viene dalla cultura popolare: tv, cinema e soprattutto musica. Il grande romanzo di redenzione afroamericano, da Beloved a Sula e da Alice Walker a Zora Neale Hurston, è finito in un Pantheon cui ben pochi hanno accesso”. [...]» (Alessandra Farkas, “Corriere della Sera” 18/8/2006).