Varie, 13 marzo 2007
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GAO XINGJIAN Ganzhou (Cina) 4 gennaio 1940. Scrittore. Esule a Parigi, premiato nel 2000 con il Nobel per la letteratura • «In patria è persona non gradita da quando nel 1989, dopo la tragedia di Tienanmen, condannò il regime e rese la tessera del partito
GAO XINGJIAN Ganzhou (Cina) 4 gennaio 1940. Scrittore. Esule a Parigi, premiato nel 2000 con il Nobel per la letteratura • «In patria è persona non gradita da quando nel 1989, dopo la tragedia di Tienanmen, condannò il regime e rese la tessera del partito. Comunque ”uomo contro” egli era apparso fin dai suoi esordi letterari, dei quali aveva dovuto fare un falò all’inizio della Rivoluzione culturale senza per questo sottrarsi a sei anni di ”rieducazione” in campagna. Riabilitato dopo il crollo del maoismo nel 1979, era subito finito nel mirino della campagna contro ”l’inquinamento borghese”, per un saggio sulle tecniche del romanzo moderno che definiva spazzatura tanto il realismo socialista quanto la nuova scuola al servizio delle riforme. Figlio di un’attrice e laureato in Letteratura francese, traduttore di Ionesco e dei surrealisti, ebbe nei primi anni Ottanta un periodo di celebrità a Pechino come autore di teatro. Fermata d’autobus, vietato dopo poche rappresentazioni nell’83, è un remake di Aspettando Godot, e Godot è il socialismo con le sue promesse mai mantenute. Nell’85 L’uomo selvaggio, cronaca di una caccia a Yeren, l’uomo delle foreste cugino dello Yeti, attacca la cultura repressiva confuciana, a favore delle più spontanee tradizioni taoista e buddhista. […] Angosciato dal clima politico di Pechino, aveva preso la fuga verso la Cina interna dove era vissuto da piccolo, abitata da minoranze etniche che conservano costumi e ricordi di ere primordiali o almeno dell’epoca precomunista, colorita e fantasiosa: ”Cercavo la pace, cercavo la libertà, cercavo l’essenza della cultura cinese. Cercavo me stesso”. […] Ha l’ossessione dell’Ego, ”questo mostro che mi tormenta”. Anche le donne, confessa, lui che di donne è vorace, sono ”fantasmi di cui mi servo per illudermi”. Il mondo è caos, e l’Ego ”il caos supremo”. Affascinato dal buddhismo Chan cinese, matrice dello Zen, si chiede se la pace possa essere raggiunta attraverso l’annientamento dell’io cosciente, come insegnava Buddha. A cavallo fra cultura della Cina e cultura moderna occidentale, fra classicismo e sperimentalismo, dà prova di un virtuosismo prodigioso» (Renato Ferraro, ”Corriere della Sera” 5/6/2002). «Dice di sé: "Io sono un rifugiato fin dalla nascita". Una nascita che è avvenuta, nel 1940, sotto un bombardamento giapponese a Ganzhou, nella Cina orientale. E come si possono uccidere tutti quegli anni di odio e sangue? "Scrivendo. La scrittura ti libera, io non soffro più per la Cina perché ho scritto tutto. Ho fatto il mio dovere coi libri. Lo scrittore si sbarazza della storia in questo modo" , risponde con un candore implacabile il romanziere che ha ottenuto il Nobel nel 2000 per la sua creazione artistica e che da allora non trova pace. L’Europa lo cerca, vuole incontrarlo, vuole che racconti la sua esperienza, che vuoti la sua anima e che parli dei suoi romanzi, de La montagna dell’anima, pubblicato nel 1990 [...] L’Europa pretende che esponga i suoi quadri nelle mostre, vuole portarlo sulle scene, a teatro, perché Gao Xingjian è anche un commediografo. "La celebrità stanca", dice. La pagina della Cina è girata, "une page tournée"[...] Da vivo il romanziere non vi tornerà più, lui e le sue opere sono sacrileghe, messe al bando, censurate e idealmente bruciate come facevano i nazisti. "Anche se da Pechino mi arrivasse un invito a tornare, il che è impossibile, non vi metterei più piede. Lasci stare che ho adesso la nazionalità francese... La Cina attuale non è più il mio Paese, il mio vero Paese è la Cina della cultura tradizionale. La Cina più ricca di pensiero che fu spazzata via dal comunismo. Mio padre aveva una collezione di antichi libri ai quali mi sono avvicinato fin dall’infanzia. Una memoria lontana, pensi a un’isola perduta e ritrovata, quella dove viveva il bambino e poi l’adolescente Gao Xingjian. Il mio ultimo libro è un regolamento di conti, ho ucciso il dolore. Mi sembrava che non interessassero tutte queste mie storie sbrindellate, che tutte le mie sofferenze fossero noiose... Invece, chi segue la mia opera vi trova coraggio e conforto. Il dolore ha troppo nidificato nel mondo [...] Gli europei non conoscono cosa sia veramente la sofferenza. Non si può immaginare il dolore che ho descritto. Un dolore che penetra dappertutto. E’ come una calamità artificiale prodotta dall’uomo, una sorta d’inarrestabile inondazione più che un terremoto, il quale, almeno, lascia degli angoli di sopravvivenza. Nella vita quotidiana tutto è penetrato da questa ondata di pressione politica... un’ondata che invade tutto, le relazioni umane, il rapporto tra padre e figlio, tra moglie e marito, tra fratelli, invade addirittura l’amore. E poi molti occidentali, oggi, hanno dimenticato il nazismo e dal nazismo si poteva fuggire..." [...] Gao afferma che la letteratura è come la menzogna. Nasconde le motivazioni segrete dello scrittore: il successo, il denaro... "Perché c’è una letteratura di consumo, la letteratura della vanità... E’ scomparsa o quasi una letteratura di testimonianza. Io sostengo che anche la fantasia deve rispettare la realtà. Gli scrittori di oggi spesso nascondono la verità. La letteratura occidentale rispetta le leggi del mercato, la vera anima della letteratura si è persa. In generale bisogna diffidare della letteratura occidentale. Deforma la vita, l’autore inganna il lettore. Mi capita sempre più di buttare via libri appena cominciati. Io mi affido ai grandi classici del passato. L’ultimo grande, in Francia, è Céline". E tra gli italiani? "Mi sono fermato a Calvino, a Sciascia... E non dimenticherò mai Fellini"» (Ulderico Munzi, "Corriere della Sera’ 30/5/2003).