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 2007  marzo 11 Domenica calendario

DUE ARTICOLI. NEL SECONDO IL VARO DELL’ANVUR DA PARTE DEL MINISTRO MUSSI

Perché si proteggono le università peggiori. Il Sole 24 Ore 11 marzo 2007. Circa un anno fa il Civr (Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca), ha presentato i risultati della valutazione delle università italiane. A cosa è servita questa valutazione? Per ora a nulla, se non a perdere tempo in adempimenti burocratici. E probabilmente sarà così anche in futuro.
La valutazione fu avviata nel giugno 2004 dall’allora ministro Letizia Moratti, per fornire «uno strumento utile per la programmazione e l’attribuzione delle risorse necessarie». Ma l’attuale ministro Fabio Mussi pare intenzionato a fermare tutto. La ripartizione dei finanziamenti statali alle università non sarà toccata dall’esito della valutazione. Invece si ricomincia da zero, con una nuova agenzia per la valutazione e una nuova sigla (Anvur, Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca).
Perché questo immobilismo? La ragione è che non si vogliono ridurre i finanziamenti alle università peggiori. Secondo la visione del ministero, la valutazione può essere usata solo per ripartire risorse aggiuntive, i cosiddetti «fondi premiali» i finanziamenti statali ordinari non possono essere toccati, altrimenti le università peggiori non potrebbero funzionare. Poiché oggi non ci sono risorse aggiuntive, nonostante un aumento della pressione fiscale di 1,7 punti del Pil, per ora i risultati della valutazione sono accantonati, in attesa di tempi migliori.
Questa posizione è doppiamente erronea. Primo, perché bisogna costringere i peggiori a cambiare. A cosa serve la valutazione se i fondi già oggi disponibili sono assicurati indipendentemente da come sono utilizzati?
Secondo, perché non è vero che ridurre i finanziamenti impedirebbe il funzionamento. Basterebbe consentire di alzare le tasse di iscrizione, istituendo un sistema efficace di borse di studio. Se gli studenti reagissero iscrivendosi alle università migliori, che hanno ricevuto più finanziamenti e non sono costrette ad alzare le tasse, la valutazione avrebbe raggiunto uno degli obiettivi, di indirizzare risorse e studenti nelle strutture più efficienti.
Il vero problema è invece l’opposto di quello paventato da Mussi. Il rischio non è di condannare le università inefficienti, quanto di usare uno strumento spuntato. In alcune discipline infatti la valutazione del Civr è stata troppo poco selettiva.
Abbiamo confrontato la distribuzione delle valutazioni del Civr con l’analogo esercizio del Research Assessment Exercise inglese del 2001, adattando la scala di valutazione italiana a quella inglese. In media nelle 16 aree disciplinari che abbiamo confrontato (la quasi totalità), il 43% delle università inglesi ha ricevuto i due voti massimi, in una scala da uno a sette; in Italia, questa percentuale sale al 59%. In quattro aree disciplinari più dell’80% delle università italiane ha ricevuto uno dei due voti massimi; in scienze dell’antichità, questa percentuale sale al 98 per cento!
Per cominciare a usare i risultati di questa prima valutazione (in attesa di correggere il problema nella prossima tornata) bisognerà dunque tener conto anche dell’ordine in graduatoria, e non solo del valore assoluto della valutazione; e magari sarà necessario scontare le aree che sono state valutate in modo poco credibile, come scienze dell’antichità.
Il ministero non sembra nemmeno consapevole di questo problema, anzi. La nuova Agenzia ha ricevuto il mandato di valutare tutto: non solo la ricerca, ma anche la didattica, i corsi di studio, le strutture, le attività di sostegno al territorio, e così via. Ma valutare tutto e valutare nulla è quasi la stessa cosa, soprattutto se già vi è una tendenza innata ad annacquare le differenze per timore di creare disuguaglianze.
L’ultima cosa di cui ha bisogno l’università italiana è un altro strato di burocrazia accompagnato da un nuovo bagno di retorica. Se il ministero vuole fare sul serio, cominci a usare i risultati del Civr - pur imperfetti - già disponibili. Se non si ha il coraggio di usare la valutazione per premiare seriamente gli atenei più virtuosi e per punire i più inefficienti (e in qualche caso corrotti), allora è meglio non fare nulla.
Roberto Perotti, Guido Tabellini

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Mariolina Iossa, Corriere della Sera 6/4/2007 - ROMA – «Una rivoluzione, credetemi, sarà una vera rivoluzione», dice il ministro Fabio Mussi. L’Agenzia nazionale di valutazione dell’università e della ricerca (Anvur) varata ieri dal consiglio dei ministri, promette di dare un colpo di freno al proliferare di atenei e di corsi di laurea improponibili, con il solo scopo di acchiappare studenti. Finisce l’era del «più iscritti, più soldi».
«Un’innovazione di grande portata – ripete Mussi ”. Le risorse andranno a chi se le merita». L’Agenzia di valutazione sarà un organismo autonomo al cui vertice ci saranno sette illustri professori, due stranieri nominati da agenzie straniere e cinque italiani nominati dal ministro ma scelti unicamente sulla base di criteri scientifici. Insomma, cinque persone «eccellenti», sulle quali anche il Parlamento dirà la sua.
«L’Agenzia – spiega il professor Giovanni Ragone del Miur – sceglierà da sè i criteri di valutazione. Noi gli diciamo che cosa dovrà valutare». E cioè: la qualità didattica, la qualità della ricerca, i servizi agli studenti, la capacità di darsi degli obiettivi e di raggiungerli, il contributo al contesto territoriale (imprese ed enti locali). «Prevediamo di triplicare i fondi, che quest’anno si aggirano attorno ai 5 milioni di euro, già dalla prossima Finanziaria».
Se l’Agenzia sarà autonoma nello scegliere i criteri del giudizio, «il ministro – continua Ragone – si aspetterà valutazioni adeguate e credibili. Il principio è far competere gli atenei, per cui si è scelto di non seguire la strada della valutazione dei singoli ricercatori, che oltretutto sono 80 mila, ma di spingere le università a fare una buona politica di accreditamento, altrimenti si perdono soldi».
Qui infatti, la grande novità. Chi ottiene ottime valutazioni, chi migliora nell’arco di un determinato periodo di tempo, riceverà più soldi dallo Stato. Altrimenti, potrebbe addirittura perderli. Spiega Ragone «La logica è: evitare il provincialismo, evitare il giro dei soliti professori, aprirsi all’estero. E non commettere errori. Se sbagli, perdi i soldi». L’Agenzia avrà anche un altro importantissimo compito: quello di dire sì o no all’apertura di nuovi atenei e all’attivazione di nuovi corsi di laurea.