Giuseppe Sarcina, Corriere della Sera 13/3/2007 Fabrizio Dragosei, Corriere della Sera 13/3/2007, 13 marzo 2007
DUE ARTICOLI SULLO SCUDO SPAZIALE AMERICANO (IL SECONDO E’ LA RISPOSTA RUSSA)
DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
BRUXELLES – Il nuovo scudo spaziale americano lascia scoperto il «fianco sud-orientale dell’Europa», cioè Italia, Grecia e Turchia. Il progetto rischia, dunque, di «dividere l’Alleanza atlantica tra Paesi di serie A e Paesi di serie B». Il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, entra, in modo pesante, nella discussione sulle basi anti-missile che gli Stati Uniti vorrebbero installare in Polonia (razzi intercettori) e in Repubblica Ceca (copertura radar). In un’intervista pubblicata dal «Financial Times», il numero uno dell’Alleanza militare (26 Paesi membri) non è contrario, in linea di principio, alla creazione di un ombrello di protezione per difendere Europa e Stati Uniti dalle minacce post-guerra fredda. Al quartier generale di Bruxelles si studia con crescente preoccupazione l’inquietante escalation nucleare di Iran e Corea del Nord. Qualcuno cita, in modo più sommesso, anche possibili clamorosi attacchi terroristici. In ogni caso de Hoop Scheffer richiama quello che dovrebbe essere «il principio guida», cioè «l’indivisibilità della sicurezza nell’ambito Nato». Non si tratta, quindi, di bocciare i piani americani, quanto, piuttosto, di integrarli. Il versante europeo più vulnerabile (Italia-Grecia- Turchia) potrebbe essere coperto da missili «Patriot» e da «navi-radar» («Aegis») dislocate nel Mediterraneo.
Il dibattito sul «mini-scudo» stellare è già da qualche settimane al centro delle polemiche tra Russia e Stati Uniti. Il presidente Vladimir Putin chiede agli americani di non procedere con un piano che rimetterebbe in gioco gli equilibri fissati dal Trattato di non proliferazione nucleare, firmato nel lontano 1987 da Ronald Reagan e Michail Gorbaciov. Secondo il segretario generale della Nato le preoccupazioni dei russi sono ingiustificate: «Non è necessario essere un mago delle tecnologie o un Einstein per capire che il sistema non può minacciare la Russia e non può ridurre la sua capacità di colpire per prima». Per il momento, si sottolinea al quartier generale di Bruxelles, si sta parlando di dieci missili da installare in Polonia: poca cosa confronto all’arsenale di Mosca.
Tuttavia non è solo una questione di contabilità militare. Francia e Germania vorrebbero ricondurre l’iniziativa americana in un progetto corale della Nato, da discutere a fondo proprio con Mosca. Gli Stati Uniti, però, insistono sul percorso bilaterale, come ha confermato ieri il sottosegretario alla Difesa americano Eric Edelman negli incontri riservati a Bruxelles. Lo stesso Edelman ha dichiarato alla tv turca «Ntv» che per il momento non ci saranno «offerte» ad altri Paesi, all’infuori di Polonia e Repubblica Ceca. Il governo turco, per altro, appare piuttosto diffidente ad aderire a progetti che potrebbero peggiorare le relazioni con Mosca. Ma anche dai due candidati «prescelti» arrivano segnali di prudenza. I polacchi hanno fatto sapere più volte che «siamo in una fase preliminare». Il premier ceco, Mirek Topolanek, invece, vuole procedere solo con l’appoggio dell’opposizione al suo governo, ma i negoziati interni potrebbero durare anche sei mesi.
Giuseppe Sarcina
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DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
MOSCA – Il generale Viktor Yesin non ha il minimo dubbio: «Quel sistema difensivo è contro di noi. Non è assolutamente possibile dare un’altra spiegazione. Basta guardare una carta geografica e capire qualcosa di traiettorie e di missili». Lui è stato a lungo Capo di Stato Maggiore delle forze missilistiche strategiche, prima di passare all’Accademia di Difesa.
Le strutture da installare nella Repubblica Ceca e le rampe di lancio in Polonia non possono servire ad intercettare eventuali missili lanciati dai cosiddetti Stati canaglia?
«Anche ipotizzando che l’Iran possa creare un missile capace di colpire gli Stati Uniti, le traiettorie passerebbero da tutt’altra parte, attraverso il Mediterraneo e l’Atlantico. Per proteggersi da missili iraniani, bisognerebbe collocare la struttura nel territorio dell’alleato americano più vicino, cioè la Turchia. Le condizioni più favorevoli per abbattere un missile si hanno nella fase attiva, quando si è appena alzato in volo».
E se fossero ordigni diretti verso l’Europa?
«Vale lo stesso principio: la posizione più favorevole è quella vicina al luogo del lancio. Sempre la Turchia».
E la Corea del Nord?
«Anche immaginando che la Corea disponga di missili intercontinentali, la traiettoria passerebbe altrove: sopra le isole Kurili, il Pacifico e poi verso gli Usa».
E se la Corea decidesse di attaccare l’Europa?
«Impossibile. Ci vorrebbero ordigni con una gittata che non ha nessuno dei vettori esistenti in Russia e negli Usa».
Lei dice che l’efficacia della difesa aumenta avvicinandosi alle rampe di lancio.
«Certo e gli americani lo sanno benissimo, tanto che in Giappone, nell’isola Honsu, hanno posizionato il loro radar più potente. E sempre lì installano i contromissili Standard».
Ma gli americani dicono che è comunque un sistema solamente difensivo.
«Se ci si limitasse ai 10 contromissili in Polonia di cui si parla, certamente le conseguenze sul potenziale nucleare deterrente della Russia sarebbero insignificanti. Ora come ora, concordo che non c’è minaccia per la Russia ».
E allora?
«Il problema è più complesso. Se in questa terza zona di difesa antimissilistica sarà creata un’infrastruttura, poi aumentare il potenziale sarà semplicissimo. Nel giro di 3-5 anni il numero degli antimissili potrà salire facilmente a diverse centinaia. E allora le capacità difensive della Russia verrebbero ridotte drasticamente».
La Russia teme veramente un attacco nucleare in Europa?
«No, temiamo un’altra cosa. Questo sistema in Europa; un altro in Giappone, sempre vicino a noi. Poi, se sarà possibile, si installeranno altre strutture a sud della Russia. Di fronte a una netta superiorità nucleare, in un dato momento, magari di fronte a un’emergenza, a qualcuno potrebbe venire la tentazione di colpire per primo, sapendo che la risposta verrebbe quasi totalmente neutralizzata».
Se la Russia fosse invitata a partecipare al progetto, allora i sospetti svanirebbero?
«Era quello che dovevamo fare in base alle intese raggiunte. Dovevamo passare alla fase concreta ma poi tutto è stato accantonato. Per agire in comune, ci vorrebbero missili nel nostro Caucaso del Nord, nell’Estremo Oriente russo e in Giappone. Andrebbero bene i nostri S-300 ed S-400, oltre agli americani Patriot modernizzati. I sistemi che vogliono installare loro hanno invece un solo potenziale obiettivo: i nostri missili strategici».
Fabrizio Dragosei